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Quando il movimento diventa preghiera: recuperare l’unità tra corpo e spirito

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

Tra poco inizieranno le Olimpiadi invernali, che si svolgono proprio in casa nostra. È difficile trovare riferimenti allo sport nella Bibbia, ma il rapporto corpo-spirito è sempre stato centrale nella riflessione teologica. Le Scritture ci consegnano una verità semplice e limpida: siamo unità. Siamo immagine e somiglianza di Dio che è uno, quindi anche noi lo siamo. Ma la questione resta: in che rapporto sono l’esterno e l’interno, lo spirito e il corpo?

Ci proporrà un punto di vista originale Emanuela Buonfiglio, insegnante di yoga che vive, pratica e insegna questa disciplina come una via di devozione, una preghiera in movimento, un cammino di ritorno al cuore.

Lo svuotamento divino e la dignità del corpo

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. (Fil 2, 5-11)

Questo famoso brano dalla lettera ai Filippesi è conosciuto come il testo della “kenosi di Cristo”, dal verbo greco kenoûn, che ha tra i suoi molti significati ‘svuotare’, ‘nascondere’. Questi versetti, in modo meno narrativo rispetto ai vangeli di Luca e Matteo, ci accompagnano nel mistero del Figlio che ha deciso di rinunciare alla pienezza della sua condizione divina per assumere quella umana. Basterebbe pensare a questo per capire che l’uomo è un essere unitario: se il corpo fosse qualcosa di meno dignitoso rispetto all’anima, che senso avrebbe l’incarnazione? Perché Dio avrebbe scelto di assumere una forma pienamente umana se questa non fosse meritevole di rispetto?

Potremmo pensare che il Figlio si sia abbassato proprio per redimere la nostra imperfezione. In effetti il testo dice che ha assunto la condizione di servo divenendo simile agli uomini, non uguale. La somiglianza è quello scarto dovuto al peccato: Gesù Cristo, come definito al concilio di Calcedonia del 451, è vero Dio e vero uomo, ma non ha sperimentato il peccato.

Il corpo come tempio dello spirito nella Scrittura

Un Dio, insomma, che ama profondamente le sue creature tanto da volerle conoscere dall’interno, diventando una di loro. Se il corpo fosse solo il guscio dell’anima, perché disturbarsi tanto? Dopo la morte, l’anima nella sua forma spirituale, pura, avrebbe potuto conoscere il divino: perché darsi pena per riscattare un’esteriorità di poco valore? Se Dio ha voluto questo riscatto, è perché anche il corpo è assolutamente degno. “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio?” (1Cor 6,19). È lo stesso Gesù a operare un parallelismo tra il suo corpo e il Tempio nel vangelo di Giovanni:

Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

L’influenza greca e la perdita dell’unità

Gesù ha ribadito più volte (ad esempio in Lc 24, 38-43) di non essere un’apparizione o un fantasma, ma una vera persona, in carne e ossa. Un corpo, quindi, che l’esistenza stessa di Gesù ci autorizza a considerare a pieno titolo. L’unitarietà dell’uomo apparteneva già alla tradizione ebraica – e Gesù, essendo ebreo, la ribadisce e la sigilla. Questa visione unitaria si è però persa nel tempo a causa dell’influenza del pensiero greco.

I greci pensavano all’uomo come unione di due parti: il corpo destinato a deperire e l’anima immortale, quindi più importante. Il giovane cristianesimo, per diffondersi, ha dovuto adattarsi al linguaggio e al pensiero dominante del tempo: il greco della koiné e il neoplatonismo. Quest’ultimo considerava tutto l’esistente come emanazioni di un principio unitario (l’uno) al quale ogni cosa deve ritornare dopo un ciclo di purificazione. Questa impostazione dualista non aveva nulla a che fare con l’uomo imago Dei della Bibbia, ma i pensieri si mescolano, le culture si influenzano… e questa dottrina ha prevalso nella morale cristiana per secoli, denigrando tutto ciò che è corporeo e pulsionale, innalzando solo l’interiorità e lo spirito.

L’unità tra corpo e spirito: lo yoga come preghiera in movimento

Quello che bisognerebbe fare, invece, è recuperare l’unità e capire quale sia l’equilibrio corretto tra corporeità e spiritualità: l’una da non condannare, l’altra da non esaltare. È nel loro legame che si esprime l’umano, è nella loro interdipendenza che la libertà dell’uomo si gioca. Solo nella loro unione sperimentiamo la nostra vita nella sua interezza, come ogni giorno possiamo verificare in prima persona: posso avere le migliori intenzioni del mondo, ma se ho mal di denti difficilmente riuscirò a fare qualcosa in serenità. Corpo e anima si influenzano profondamente.

Ecco perché ho chiesto a Emanuela di donarci il suo punto di vista. Quarantottenne di Varese, pratica yoga da oltre vent’anni e con la socia Francesca ha aperto una scuola di yoga (Santosha Yoga Legnano) che prova a far fiorire la consapevolezza e la gioia interiore di chiunque la frequenti.

Il mio incontro con lo yoga non è stato l’adesione a una disciplina fisica, ma l’inizio di un cammino interiore, un richiamo silenzioso che mi ha condotta verso una relazione sempre più intima con il sacro. Era il 2002 quando mi trovavo in India: lì ho incontrato la meditazione e le tecniche di respirazione, scoprendo che il respiro può diventare preghiera e il corpo uno strumento di ascolto. Da allora, la pratica non ha mai smesso di accompagnarmi come una via di trasformazione.

 

Nel 2010 ho sentito maturare il desiderio di trasmettere ciò che stavo vivendo. Insegnare yoga è diventato per me un atto di responsabilità e di cura: l’accompagnamento delle persone verso una pratica che unisce corpo, respiro, coscienza e cuore. Il mio approccio è profondamente olistico e spirituale. La pratica non si esaurisce nel gesto fisico: lo yoga è una preghiera in movimento, un’offerta consapevole che si rinnova in ogni respiro, nella vita di ogni giorno. Per questo considero essenziale lo studio della teoria e degli scritti, che danno direzione e profondità alla pratica. Il corpo, senza consapevolezza, resta materia; con la conoscenza e la devozione diventa spazio di presenza e di relazione con il divino.

 

Nel 2019 ho incontrato il mio maestro spirituale, Paramahamsa Sri Swami Vishwananda. Da quel momento, entrando nella via della devozione, la mia pratica si è trasformata in modo profondo, rendendo il movimento più essenziale, il respiro più raccolto, l’intento più chiaro.

 

Un insegnamento centrale del mio maestro riguarda proprio il corpo: un dono sacro, affidatoci affinché la nostra anima possa compiere la propria esperienza nella dimensione terrena. Per questo è fondamentale mantenerlo in salute, muoverlo e soprattutto muoverlo in modo consapevole e rispettoso. Il movimento non è mai separato dalla coscienza: attraverso il corpo, l’anima si esprime, si purifica e si orienta verso la propria realizzazione.

 

Nel mio cammino ho ricevuto l’insegnamento del Babaji Surya Namaskar, una pratica di saluto al sole il cui scopo spirituale è quello di risvegliare l’anima alla sua eterna relazione con Dio. È una vera e propria preghiera in movimento, in cui il corpo diventa veicolo di devozione e il respiro un filo sottile che unisce l’umano al divino.

Definire chiaramente il rapporto tra corpo e spirito è complesso, ma istintivamente lo sperimentiamo come fondamentale. Non è possibile fare esperienza senza il corpo che fa da mediatore, e la realtà influenzerà sempre sia la dimensione fisica che quella spirituale. La globalità della nostra vita si percepisce solamente nell’unione di queste due parti; metterle in competizione per un primato dell’una sull’altra non ha senso. Ciò che dobbiamo cercare è piuttosto un loro equilibrio, volto a farci vivere una vita che, come diceva il beato Clemente Vismara, possa fiorire nel luogo in cui ci troviamo.

Sembra di intravedere un filo comune che accomuna il cristianesimo e il cammino dello yoga: il corpo è tempio dell’anima e, come amiamo abbellire e tenere pulita la nostra casa, anche il corpo va custodito per equilibrare l’interiorità; la quale, a sua volta, va nutrita e coltivata. In passato abbiamo pensato solo a quest’ultima senza curarci dell’esterno, mentre oggi forse si eccede sull’altro versante. Arriverà un tempo in cui daremo il giusto peso a entrambe le dimensioni, onorando così la nostra vocazione all’unitarietà divina?

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