Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale
Il giovane che scelse la cura: la lezione di Neottolemo
Sull’isola di Lemno, Filottete giaceva abbandonato dai suoi compagni di guerra: era stato morso gravemente da un serpente e la ferita purulenta alla gamba aveva disgustato i commilitoni, che se ne erano liberati. Eppure le sue armi, in particolare l’arco di Eracle, erano diventate indispensabili per il successo della spedizione contro Troia.
Il giovane Neottolemo viene dunque incaricato di sbarcare sull’isola per rubare l’arco con l’inganno. Ulisse, suo mentore, vuole far prevalere la ragion pratica della sopraffazione e dell’indifferenza: basta prendere l’arco e ripartire. Neottolemo invece, sbarcato per rubare, quando si trova di fronte al compagno escluso e segregato prova compassione. Si rende conto che Filottete sopravviveva cacciando uccelli proprio con quell’arco: privarlo dell’unico mezzo di sussistenza significava condannarlo a morte.
Neottolemo rinuncia al successo facile di frodare una persona fragile e sofferente. Non riparte senza Filottete. La sua scelta piega la possibilità del raggiungimento del successo alla necessità di curare il compagno perché possa unirsi alla spedizione verso la Troade. È una decisione che rappresenta il punto di arrivo di un processo complesso: quello che trasforma l’individuazione del sè in responsabilità verso l’altro, invece che in individualismo. Per comprendere questa differenza cruciale, occorre tornare al significato originario del diventare individui e interrogarsi su quando e come questo percorso può pervertirsi.
Dall’individuazione all’individualismo: un confine da riconoscere
Ottenere un’autonomia personale e una corretta coscienza di sé è un passaggio essenziale per conquistare uno spazio di libertà indipendente da condizionamenti di tipo familiare o clanico. In questi contesti la persona vale nella misura in cui accetta controllo, censure, limitazioni ed è disposta ad adeguarsi a richieste o pressioni esercitate dalla comunità o dal gruppo di appartenenza.
Individuo, letteralmente, è ciò che non può essere ulteriormente diviso, vale a dire che ha un’unità non scindibile. È dunque il nucleo di un processo di separazione che consente di arrivare a ciò che è irriducibilmente autentico ed essenziale. Se dovessimo ricorrere a un esempio piuttosto chiaro potremmo citare le matrioske russe: l’unica figura dotata di pienezza è la più piccola, perché le più grandi sono incubatrici delle successive e si riempiono del loro essere vuote. L’ultima invece ha una totale integrità: è la sola dotata di autonomia perché è piena.
Diventare individui è risultato di un processo di individuazione, che prevede vari passaggi. Per illustrarne le fasi più significative esiste una grande varietà di racconti e miti particolarmente efficaci. Il mito di Demetra e Persefone, in cui la figlia, separandosi tramite rapimento dalla madre, conquista un’autonomia che la divide dal materno attraverso il matrimonio con Ade. Oppure Telemaco che, bloccato nell’attesa di un padre che non arriva, viene indotto da Mentore a prendere coscienza delle sue possibilità: muoversi per cercare notizie del padre, abbandonando inerzia e rassegnazione, liberandosi della dipendenza dal materno.
Da un punto di vista evolutivo la conquista dell’indipendenza è il passaggio essenziale per diventare se stessi, per imparare a gestire spazi e tempi in una dimensione di libertà. Ma quando questo processo si perverte e si trasforma in individualismo? Probabilmente lo snodo più rilevante è relativo all’idea di libertà.
La libertà che diventa responsabilità
La libertà è un tema molto difficile da affrontare oggi. È al centro del dibattito antropologico attuale perché è in atto un’idolatria della libertà individuale e si è restii a contenerla nella sua salutare (e necessaria) limitazione. La libertà, per non trasformarsi in strumento di affermazione egoistica e narcisistica, per non fungere da pretesto a meccanismi di competizione sfrenata, per non tramutarsi in un lasciapassare di comportamenti aggressivi e violenti, deve essere coniugata con responsabilità e generatività.
I nostri sono tempi cupi di individualismo monadico e di presentismo onnivoro: l’individuo, separato dal contesto, proteso ad un’ascesa verticale per conquistare il successo definitivo, ha volutamente rinunciato a farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni. Giustifica il diritto all’affermazione personale, chiudendosi in uno slancio titanico del tutto sterile. Essere per apparire.
Conseguire un successo o una vittoria non corrisponde a una consacrazione definitiva, al raggiungimento dell’Olimpo, sportivo o professionale che sia: per godere appieno di un’affermazione importante abbiamo bisogno della condivisione, del riconoscimento, della gratitudine, della coscienza del dopo e della gestione del risultato. L’altra faccia del narcisismo è la solitudine, il vuoto relazionale, l’assenza di futuro, la mancanza di generosità: è la terribile e irreparabile colpa di Lucifero.
Lo slancio titanico e la caduta: Icaro e Fetonte
Come abbiamo visto, molti miti greci alludono allo sforzo titanico e solitario destinato, però, alla frustrazione. L’illusione di essere soli, di affermarsi esercitando un potere unico e non condiviso produce catastrofi. Icaro desidera volare più in alto verso il sole in un’ascesa disperata e rovinosa. Il giovane Fetonte vorrebbe gestire il carro di Elios e sostituirsi al genitore, ma prepara la propria irreparabile caduta.
Il mito greco, inteso come pedagogia del limite, ha la sua funzione educativa esattamente nel coltivare la consapevolezza di confini ontologici invalicabili. La hybris, intesa come eccesso o tracotanza, come oltrepassamento del confine, è la naturale conseguenza di un eccesso, dell’ipertrofia dell’ego. Lo slancio di Fetonte e la sua superbia producono effetti rovinosi dei quali il giovane, accecato dall’illusione dell’illimitata espansione del Sé, non è affatto consapevole.
Mai senza l’altro: la scelta di Neottolemo
Ma l’individuo è inserito in una rete di rapporti politici e sociali che garantiscono il riconoscimento reciproco e si aprono alla partecipazione. Il mito di Neottolemo rappresenta il modello più significativo in questa direzione: l’affermazione di sé diventa esercizio di cura e di presa in carico.
La scelta di Neottolemo ci mostra che non è l’affermazione eroica, folgorante o l’encomio a dare senso alla nostra vita, ma la disponibilità a fare spazio alle esigenze dell’altro, specie se debole e invalido. All’antropologa Margaret Mead fu chiesto quando fosse nata la civiltà: contrariamente alle attese, la studiosa non citò la fabbricazione di oggetti o la costruzione di edifici, ma il ritrovamento di un femore rotto e rimarginato. L’anziano invalido era stato assistito dalla famiglia e dalla comunità fino alla guarigione.
È la consapevolezza della nostra fragilità a renderci pienamente umani.