Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità
In questo mese il centro PIME celebra i quarant’anni di vita dell’agenzia Asianews, inserendo questo anniversario nel grande legame che, fin dalla sua fondazione, esiste tra il PIME e il continente asiatico. Questa memoria non poteva cadere in mese migliore: il 9 luglio, infatti, la Chiesa cattolica ricorda circa 120 cristiani cinesi che hanno testimoniato la loro fede fino al martirio. In questo elenco di martiri troviamo europei che si erano recati a evangelizzare le terre asiatiche e locali convertiti al cattolicesimo.
La Bibbia ci consegna qualche indicazione su come testimoniare la nostra fede? Sì, e sulle parole che Gesù rivolge ai dodici possiamo anche misurare la nostra testimonianza nel mondo che abitiamo.
La missione dei dodici: istruzioni per testimoniare nel mondo
Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città. Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra; in verità vi dico: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo. Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone.”
Mt 10, 5-25a
Martyreo: testimoniare la fede fino in fondo
In questo brano del Vangelo di Matteo, Gesù consegna ai suoi discepoli le istruzioni su quale deve essere lo stile del loro agire, del loro testimoniare. Il verbo testimoniare, in greco, è μαρτυρέω, marturèo, da cui deriva il nostro sostantivo martire. Un martire è, etimologicamente, un testimone — non per forza fino all’estrema conseguenza della morte. Tuttavia, fin dai primi secoli della Chiesa, questa parola ha iniziato a indicare coloro che testimoniavano la fede in Gesù Cristo fino a pagare con il proprio sangue. Già in questo brano si percepisce il clima di crescente sospetto verso la nuova religione cristiana e l’allontanamento sempre più marcato tra le comunità giudaiche che stavano accettando Gesù di Nazaret come messia e quelle che lo rifiutavano.
Veniamo alle parole che Gesù rivolge ai dodici che ha appena scelto. Il discorso si apre con l’invito a predicare tra la propria gente e non tra i gentili. La consapevolezza di Gesù circa l’universalità del suo messaggio va in crescendo nei vangeli: in tutti e tre i sinottici Gesù inizia rivolgendosi alle pecore della sua casa. Potrebbe anche essere che il Maestro stia alludendo allo stile di vita: dato che sta presentando una modalità di stare nel mondo, forse sta invitando a non assumere lo stile dei pagani e dei samaritani, considerando che l’originale greco recita: “non imboccate la via delle genti e non entrate nelle città dei samaritani”.
“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”
Penso che sia un invito meraviglioso, potente. Tutti ricordiamo la regola d’oro e altre parole di Gesù, ma questa frase rischia di passare inosservata in questa pericope nonostante la sua grandezza e universalità siano straordinarie. È una perla di saggezza che va al di là del tempo e dello spazio, della cultura e della religione. Forse qualcuno la pensa una verità ingenua — chi si è fatto con le proprie mani e rimette alla sua capacità e alla sua fortuna tutto il merito per la persona che è diventata — ma anche chi si considera un dio in terra non può non incontrare la gratuità. Basterebbe pensare alla propria nascita. O alla nascita dei propri figli, alla caparbietà di un fiore che fa capolino dall’asfalto, alla spontaneità di un animale che si fa osservare, alla magia che creano sette note su uno spartito musicale o le pennellate acquose di un dipinto.
Ma questa gratuità spesso si dimentica, e capita anche a coloro dai quali più di tutti ci aspettiamo di riceverla: non perché le persone religiose — consacrati o laici — siano supereroi, ma perché quella gratuità dovrebbe essere alla base della propria vita. Ma “il peccato è accovacciato alla tua porta” (Gen 4,7) e spesso nascondiamo troppa polvere sotto lo zerbino.
“Scuotete la polvere dai vostri piedi”
Molto interessanti queste parole. Troppo spesso riduciamo il cristianesimo a una religione da messaggi dei cioccolatini, ma non è così. Certo, Matteo stesso scrive anche “ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5,39), però c’è un limite: la dignità e l’accoglienza. Si parla di casa non degna e di persona non accogliente.
Il testo rimanda all’annuncio evangelico che, se viene rifiutato, va oltre. Dio è come un Padre che perdona e accoglie, e l’unica persona che può escludermi dal suo Regno sono io: non con i miei peccati (che certo non aiutano…) ma con il rifiuto del suo messaggio di amore e salvezza. Solo io posso chiudere il mio cuore, la mia mente, la mia intera persona all’annuncio di un Dio che salva. Se i dodici incontrano questa chiusura, possono davvero scuotere la polvere dai loro sandali e andare oltre: non c’è nulla da fare contro la durezza del cuore. Già il profeta Geremia lo aveva predicato:
“Circoncidetevi per il Signore, circoncidete il vostro cuore, uomini di Giuda e abitanti di Gerusalemme, perché la mia ira non divampi come fuoco e non bruci senza che alcuno la possa spegnere, a causa delle vostre azioni perverse.” (Ger 4,4)
Così il profeta incalza chiedendo una conversione del cuore che si renda manifesta. Solo ciascuno di noi può compierla: il Signore non la impone. È quanto possiamo fare preparando la nostra vita al lavoro che è proprio di Dio. Rashì di Troyes commentò: “è come arare prima di seminare”.
“Un discepolo non è da più del maestro”
Nel medioevo era molto diffuso un libretto anonimo dal titolo De imitatione Christi, ancora oggi il testo cristiano più letto dopo i Vangeli. Come il titolo dichiara, propone alcune linee da imitare per potersi considerare autentici seguaci di Cristo: non ha taglio teologico né prettamente mistico, ma vuole riportare il fedele a riscoprire alcuni tratti essenziali della figura di Gesù come emerge dai Vangeli. Risente certamente della cultura del tempo in cui è stato scritto e oggi, in parecchi passaggi, può risultare problematico, ma il suo invito a tornare all’essenza e alla semplicità non può essere scartato. Come scrive il suo autore: “È questo l’insegnamento più profondo e più utile, conoscersi veramente e disprezzarsi”. L’esortazione al conoscersi veramente è valida ancora oggi — forse senza arrivare a disprezzarsi, ma rimanendo semplici e umili, quello sì.
Gesù sembra metterci in guardia: un discepolo non è da più del maestro. Il delirio di onnipotenza che i social hanno amplificato in questi ultimi anni sta influenzando anche il mondo religioso e cattolico nello specifico. Ci sono profili divulgativi e interessanti, ma anche tuttologi che si ergono a maestri ed esperti di qualsiasi questione religiosa, facendo sentire a disagio chiunque abbia un’idea differente. Sia chiaro: i social non hanno creato questi problemi ma hanno amplificato questioni già esistenti. Sacerdoti dall’ego enorme ne abbiamo conosciuti tutti, e persone autoreferenziali che sembrano dimenticare l’origine del loro messaggio sono presenti in ogni comunità. Ed è per questo che questo antico invito alla semplicità può ancora consegnarci qualcosa di prezioso per contrastare il desiderio di esposizione e riconoscimento che attanaglia i cuori del nostro tempo.
I martiri sono le persone che hanno vissuto fino in fondo questo brano del Vangelo di Matteo e che non si sono preoccupate di cosa dire nel momento estremo della morte, sapendo che lo Spirito avrebbe parlato per loro, ispirandogli le giuste parole e dando loro la possibilità di essere testimoni veri e credibili in contesti ostili e violenti. Chissà cosa hanno detto e pensato tutti questi grandi testimoni prima della loro morte, che sentimenti hanno animato i loro animi quando si sono affidati a Dio, e se si sono sentiti persi e impauriti nell’ultima prova che stavano affrontando.
Ancora oggi molti cristiani vivono in contesti ostili e talvolta pericolosi, e anche le nostre latitudini presentano un clima di ostilità e diffidenza verso alcune religioni. C’è bisogno di pulire i nostri occhi perché la testimonianza che ci viene chiesta è a volte estrema, ma altre volte, pur non portando alla morte, chiede ugualmente un impegno importante e profondo che pervade tutti i campi delle nostre società. Non si può ridurre a qualche messaggio sulle piattaforme social o all’inoltro di immagini a stampo più o meno cristiano ai contatti di WhatsApp. La cultura, la politica, lo sport, le relazioni personali e sociali di ogni tipo necessitano di nuovi polmoni per respirare venti di uguaglianza, libertà, rispetto e dignità. Tutto questo può nascere solo se crediamo genuinamente in un amore che ci precede e che chiede di conformarci a lui; altrimenti saranno solo nubi, guerre e scismi.