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800 anni di luce. San Francesco ci insegna a vivere la Pasqua ogni giorno

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

Pasqua significa passaggio. Lo abbiamo letto tutti su qualche libro di catechismo o che tratta l’argomento religioso in ambito cristiano o ebraico. Nell’ebraismo si ricorda il “passare oltre” le case degli ebrei durante l’ultima piaga d’Egitto, quella della morte dei primogeniti. Ma le interpretazioni possono essere numerose: possiamo pensare al passaggio dalla schiavitù alla libertà o dall’essere un gruppo etnico all’essere un popolo vero e proprio. In ambito cristiano il passaggio è quello dalla morte alla vita di Gesù di Nazaret.

Come tenere insieme questi due aspetti? Vita e morte, morte e ancora vita. Come dare loro un senso nelle nostre vite di ogni giorno e non solo quando esse irrompono nella nostra routine? C’è uno su tutti che ha provato a tenere insieme questi aspetti in maniera molto coraggiosa, uno che ha avuto l’ardore di definire “sorella” la morte: San Francesco d’Assisi, del quale quest’anno ricordiamo gli 800 anni dal suo transito. Questo mese ha scritto per noi un affondo sul santo d’Assisi fra Davide Sironi dell’ordine dei frati minori e parroco della chiesa del Sacro Cuore di Busto Arsizio.

Giorni concitati: dalla crocifissione al sepolcro vuoto

Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno”. Ed esse si ricordarono delle sue parole.

Lc 24, 1-8

Erano giorni concitati, quelli che le donne citate nel vangelo stavano vivendo. Immerse in una delle feste più importanti della propria tradizione, Pesach, si ritrovano a vivere anche un inganno ben orchestrato contro il loro maestro che seguivano dall’inizio della sua predicazione pubblica. La cattura grazie alla collaborazione di uno dei loro amici, l’ingiusta condanna e poi la più maledetta delle morti: quella in croce, una tortura vera e propria probabilmente riservata ai non cittadini romani, in particolare a schiavi e rivoltosi che, con la loro lenta e orribile morte, dovevano fungere da monito al grande pubblico.

Quel grande pubblico che decise proprio di partecipare alla condanna di quel maestro offrendo testimonianze false o inneggiando alla sua crocifissione. Chissà quanto pesava il cuore di quelle donne. Ma quel peso non toglie loro la forza di recarsi al sepolcro per omaggiare il corpo martoriato di Gesù. E, una volta lì, accade l’ennesima cosa sconcertante di quei giorni: il corpo del maestro non è lì. Al suo posto, trovano due uomini in vesti sfolgoranti che parlano loro.

Tre parole che cambiano tutto: domanda, annuncio, memento

Mi vorrei soffermare proprio sulle parole di questi due uomini, che possiamo dividere in tre parti:

  1. Perché cercate tra i morti colui che è vivo?
  2. Non è qui, è risuscitato.
  3. Ricordatevi come vi parlò…

Una domanda

I due uomini sembrano voler scuotere queste donne meste e impaurite, incerte. Sembrano dire “Cosa state facendo qui? Siete proprio nel posto sbagliato!” In un posto che parla di morte, mentre Gesù il Cristo è nella pienezza della vita, nella compiutezza del disegno del Padre.

Quante volte anche noi cerchiamo Gesù nei luoghi di morte o, semplicemente, nei posti sbagliati? A volte lo cerchiamo in modo incompleto o superficiale. “Incontro Gesù quando vado in chiesa”. Vero. E fuori? Andiamo nel mondo “nel nome del Signore”? Siamo aperti a riconoscere che Gesù è vivo e, grazie allo Spirito, è qui tra noi in ogni fenditura della nostra esistenza?

La resurrezione ci sprona a riconoscere un dono che ci deve far andare oltre, a guardare non solo all’aldilà ma al di là delle nostre possibilità, della nostra casa, della nostra esistenza, del nostro Paese, della nostra storia. La resurrezione ci incalza a prendere il largo, a non perdere la speranza ma, anzi, ad allargare i nostri confini: solo così staremo cercando Gesù nel posto giusto, costituito da tutti i nostri tentativi di “rimettere in circolo” il dono di cui siamo i primi riceventi.

Un annuncio

Rispetto a Marco (“È risorto, non è qui” Mc 16,6), in questo vangelo viene invertito l’annuncio, come a voler sottolineare l’assenza di Gesù prima di spiegarne il motivo. Forse è stato fatto per rendere questo annuncio un perfetto anello nella catena del discorso tra la sua prima parte, la domanda, e la seconda, l’invito a ricordare.

Nella prima si parla, come detto, di una ricerca errata e quindi di un qualcosa che porta a un’assenza. Nella seconda parte, invece, vi è la volontà dei due uomini di spronare le discepole a ricordare quanto Gesù aveva spiegato loro in Galilea, a tornare all’inizio. E questo ha senso se quelle parole sono confermate dai fatti.

Un memento

La parte più lunga, che chiede alle donne un investimento di energie e di fiducia: ricordate e credete a quanto (non) vedete. Questa assenza è davvero segno di quanto vi è stato detto. E le donne ricordano. Spesso abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi chi siamo, chi abbiamo scelto di essere, in cosa credere, quali promesse rinvigorire e quali cose lasciare andare.

C’è un uomo che in maniera esemplare ha fatto tutto questo: spinto dalla forza della resurrezione ha allargato i confini della sua esistenza, ha abbracciato l’annuncio della resurrezione in maniera radicale e definitiva e, con tutte le sue forze, ha ricordato a sé stesso, ai suoi frati e continua a farlo a tutti noi, anche 800 anni dopo dalla sua morte, che l’annuncio che ha raggiunto il cuore di quelle donne e il suo non si esaurisce mai, neppure nelle nostre debolezze e mancanze. Quest’uomo è San Francesco d’Assisi.

Gli occhi di Francesco: 800 anni di luce e speranza

di fra Davide Sironi, OFM

800 anni! Quasi non si riescono a contare. Un tempo così lungo percorso a ritroso conduce in un mondo remoto che si può solo immaginare. Un mondo di cui si può conoscere qualcosa dai libri di storia o da qualche film che ripresenta un medioevo abitato da re, regine, cavalieri e maghi. Eppure, in modo particolare quest’anno, ricordiamo un piccolo uomo che questi 800 anni li ha attraversati con il suo carisma ed è ancora vivo nella nostra memoria e nei nostri cuori.

Proprio lui che ha fatto di tutto per essere minore e umile, per non ricoprire ruoli di potere, per sfuggire alla vanagloria umana; lui che ha scelto di stare dalla parte degli ultimi, dei poveri, degli emarginati. Lui che mai si sarebbe aspettato di essere ricordato dopo 800 anni! Questo piccolo uomo è Francesco d’Assisi. Nel 1226 ha vissuto la sua Pasqua: è passato da questo mondo alla casa del Padre che è nei cieli.

Sì, è entrato nei libri di storia e di letteratura, nell’albo dei santi, nelle celebrazioni liturgiche della Chiesa, ma soprattutto è rimasto nel cuore della gente e dei suoi frati che in questi otto secoli hanno cercato di seguire le sue orme e mantenere vivo il suo amore per il Vangelo e per ogni fratello e sorella, per Gesù Cristo povero incontrato nell’abbraccio al lebbroso e nel volto del Crocifisso di san Damiano.

Ognuno custodisce un’immagine di Francesco, un aspetto particolare che sente affine al proprio animo e al proprio vissuto: la libertà di spirito, l’autenticità nel vivere senza fronzoli ciò in cui si crede, l’armonia con il creato, la capacità di riconciliazione e di incontrare chiunque per donare una parola di pace e di speranza.

 

Lo sguardo di Cimabue: occhi che vedono secondo lo Spirito

Vorrei ricordare Francesco per i suoi occhi. Nell’affresco di Cimabue conservato nella basilica inferiore di Assisi è rappresentato con occhi grandi, leggermente a mandorla, con uno sguardo riconciliato e trasparente che affascina e attrae. Uno sguardo che esprime il suo vissuto interiore.

Occhi che hanno visto la spensieratezza della gioventù, l’allegria delle feste, l’orrore della guerra, la sofferenza della prigionia, e dopo la conversione, la verità dell’uomo e di Dio. Occhi resi nuovi dalla grazia ricevuta: dallo Spirito Santo che Francesco ha custodito come il tesoro più prezioso perché lo ha reso figlio risorto.

Nella Regola Bollata così si rivolge ai suoi frati: “Sopra ogni cosa devono desiderare di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro” (Rb X).

Secondo Francesco per avere lo Spirito del Signore occorre ridurre il proprio io superbo che tende a occupare tutti gli spazi, fino a sostituirsi al Creatore e all’altro, e lasciarsi abitare dal mistero di Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

I suoi occhi guardano secondo lo Spirito. Riconoscono che l’amore di Dio rende viva ogni creatura che c’è sotto il cielo: gli uomini e le donne, i bambini e i giovani, i poveri e gli anziani, gli stranieri e i nemici. Vivere secondo l’operazione dello Spirito ha portato Francesco a ricercare l’unità e la comunione, la condivisione e il servizio, perché lo Spirito d’amore unisce mentre lo spirito del male divide, l’uno dà vita l’altro la toglie.

 

Occhi spirituali: dal Cantico alla lode universale

Gli occhi di Francesco sono sempre stati spalancati come quelli del Crocifisso Risorto bizantino che ha parlato al suo cuore. Aperti sul mondo, capaci di andare oltre l’immediatezza per cogliere e accogliere la verità, la bontà e la bellezza di ogni realtà. Anche quando sono diventati incapaci di vedere a causa della malattia, i suoi sono diventati occhi spirituali: resi vivi dall’azione dello Spirito. Occhi in grado di cogliere il significato profondo della creazione: un atto d’amore di Dio che nella sua infinita fiducia ha affidato all’uomo la custodia della sua opera mirabile.

Il Cantico di Frate Sole, composto da Francesco ormai cieco, è un inno di lode al Signore per tutte le sue creature che portano la sua significatione, la sua presenza. Sono icone che fanno varcare la soglia della materialità per approdare nella dimensione divina, nel mistero dell’Altissimu, onnipotente, bon Signore.

La lode è per Francesco un modo concreto per ringraziare e restituire al Signore ogni bene ricevuto. Tutto è dono del Padre: la vita, la creazione, i fratelli e le sorelle, gli occhi e lo Spirito che li rende vivi anche quando sono ottenebrati dalla cecità, non solo fisica.

Francesco loda ogni creatura e specialmente il Sole che con la sua luce dona splendore e calore, ma non va dimenticato il suo ringraziamento per quelli che perdonano per amore di Dio, per il bene comune, per un futuro di pace e di speranza. Il suo messaggio è estremamente attuale.

Gli occhi di Francesco aperti per lodare, come il suo cuore aperto per amare, ci guardano ancora dopo 800 anni per ricordarci con dolcezza che siamo tutte creature e figli chiamati a costruire ogni giorno una nuova fraternità universale. “Laudato sie, mi’ Signore, cum tutte le Tue creature”.

La vicenda di Francesco d’Assisi è davvero unica: esemplare ma al tempo stesso alla portata di tutti. Forse è proprio questa la forza di quest’uomo che ancora si diffonde nel tempo e nello spazio fino a raggiungerci oggi, in questo mondo che fatica a cambiare e a uscire dalle logiche di morte che ogni giorno sembrano attanagliarci il cuore, le viscere e la mente.

Proviamo a spalancare anche noi gli occhi come il Francesco ritratto da Cimabue per tentare di intercettare quella luce che i santi hanno colto e che ha il suo cuore nel sepolcro vuoto di quella Domenica mattina. In fondo c’è già stato il tempo in cui “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: ‘Sia la luce!’. E la luce fu”.

Francesco ci è riuscito, proviamo anche noi a diventare piccole lune che riflettono la luce maestra per illuminare la vita di chi ci sta accanto e, perché no, anche la nostra. La Pasqua non è solo ricordo della morte ma, prima di tutto, l’invito a vivere autenticamente qui e ora.

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