La violenza di genere, in tutte le sue manifestazioni e con i suoi diversi gradi di gravità e letalità, è strettamente connessa alla povertà educativa. Questo è un tema attuale e doloroso che interpella formatori, genitori, pedagogisti, insegnanti e tutti coloro che sono coinvolti nel processo di crescita e sviluppo delle giovani generazioni.
Il fenomeno della violenza va inquadrato all’interno di un contesto più ampio, poiché è profondamente legato a una serie di cause concomitanti che devono essere considerate nella loro interazione. Una prevenzione efficace deve essere in grado di captare segnali antropologici su larga scala, che si riproducono in modo frattale nei microcosmi familiari, scolastici e associativi.
Occorre prendere coscienza di alcuni fenomeni che caratterizzano i tempi attuali, misurati non più in decenni, ma in annualità, a volte anche in mesi:
- Un clima generale di erosione di valori condivisi, come il rispetto per l’altro, la giustizia, il non nuocere, la limitazione dell’egoismo. Non si tratta di valori puramente religiosi, ma legati alle virtù cardinali. Oggi questi valori appaiono obsoleti, poiché viviamo immersi in un contesto che li ha cancellati dal proprio orizzonte di senso.
- La lacerazione del tessuto sociale di prossimità, la crisi del volontariato e dell’associazionismo, che costituiscono la linfa vitale delle comunità educanti del territorio. Queste realtà sono corresponsabili nella crescita sicura e sana dei più piccoli.
- La difficoltà di attuare i patti di corresponsabilità tra agenzie educative e adulti, come dimostrano i ricorsi contro i docenti, gli attacchi alla scuola (sia pubblica che privata), le campagne mediatiche spesso diffamatorie e l’aumento dei fenomeni di aggressione fisica nei confronti di insegnanti e personale scolastico.
- La crisi dell’adultità e il fenomeno della cosiddetta “adultescenza”, che riguarda genitori (spesso “forever young”) in difficoltà nel farsi carico delle responsabilità del loro ruolo. Ma anche genitori ansiosi e “elicottero”, che sorvegliano costantemente i propri figli e cercano di risolvere i loro problemi ancor prima che si presentino. Questo atteggiamento nasce dalla paura che i figli possano affrontare sconfitte e fallimenti, alimentata dall’ansia per l’insuccesso. Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano, sostiene che nel trattare le attuali forme di disagio adolescenziale non si possa prescindere dalla condizione di fragilità in cui si trovano gli adulti insicuri che li hanno generati.
« La violenza di genere è una forma di sopraffazione che non si manifesta solo in età adulta, ma che affonda le sue radici nelle carenze affettivo-relazionali ed educative vissute durante l’infanzia. »
Atrofia delle competenze affettive e relazionali
A questo quadro generale si aggiungono altri aspetti antropologici che riguardano la sfera affettiva e intima, legata alle dinamiche relazionali primarie:
- Carenze nell’alfabetizzazione affettiva.
- Difficoltà nella gestione delle emozioni, che sono intimamente legate alle dinamiche primarie che assicurano riconoscimento, base sicura, incoraggiamento a vivere, svezzamento e nutrimento affettivo.
- La necessità di accettare l’insuccesso, includendo nell’orizzonte educativo la sconfitta momentanea, l’errore, la sopportazione delle frustrazioni e la capacità di accettare i rifiuti senza sentirsi annientati o vittime di ingiustizie.
- L’incapacità di gestire il conflitto, che troppo spesso viene rimosso dagli orizzonti educativi perché frainteso e demonizzato. Il conflitto, invece, è una richiesta di cambiamento dei termini di un accordo: se accolto, ascoltato e compreso, può portare a evoluzioni e soluzioni di situazioni stagnanti.
- Il riconoscimento e l’accoglienza delle emozioni negative, come tristezza, rabbia, insoddisfazione, già in tenera età, attraverso un dialogo nutriente tra il bambino e gli adulti, la narrazione di fiabe, l’ascolto empatico che protegge il bambino dalla violenza delle emozioni che lo scuotono. In questo modo, il bambino apprende a non temere le sue emozioni e a contenerle, grazie a un abbraccio narrativo che alimenta la fantasia e nutre le sue fragilità interiori.
Come afferma G.K. Chesterton:
“Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere”.
Mettere al mondo, educare, nutrire sono operazioni che assorbono energie e richiedono la parte migliore di noi.
Tra le altre cose, è necessario trovare il tempo per guardare negli occhi i nostri piccoli, senza schermi, dispositivi o display. È fondamentale cessare di fotografare, filmare e spettacolarizzare i momenti più delicati, riservati e preziosi in vista di una fruizione sociale. Dobbiamo imparare a rispettare l’intimità, l’interiorità e il pudore, coltivando il concetto di “soglia” da non varcare quando parliamo di corporeità, affettività e tenerezza. Questi aspetti sono strettamente connessi alla relazione e alla violenza di genere.
Tra Narciso ed Eco: relazioni tossiche
Le due figure mitologiche di Narciso ed Eco sono strettamente collegate, sebbene spesso vengano interpretate separatamente. Tuttavia, esse sono speculari nel mostrarci le difficoltà di tessere relazioni autentiche.
Narciso non sa amare perché ha un urgente bisogno di specchiarsi per conoscere se stesso: senza sapere chi siamo, non possiamo amare, ma solo creare dipendenze o essere dipendenti. Lo specchio di Narciso, però, è inefficace: la superficie riflettente è liquida e non riesce a contenerlo. Un rispecchiamento sano e assertivo è necessario per prendere coscienza di sé senza perdersi. Occorre qualcuno che abbia l’amore e la pazienza di reggere lo specchio (l’adulto) affinché Narciso possa compiere i passaggi necessari per costruire un sé sano, capace di relazionarsi.
Eco è la ninfa che ama fino allo spasimo, offrendo continuamente se stessa a Narciso, senza ottenere alcuna risposta. Si volatilizzerà, svuotandosi progressivamente fino a diventare un’ombra, l’eco delle voci altrui. Ma ha perso la propria voce per sempre, intrappolata in una dipendenza affettiva irrisolta.
La violenza di genere è una forma di sopraffazione che non si manifesta solo in età adulta, ma che affonda le sue radici nelle carenze affettivo-relazionali ed educative vissute durante l’infanzia. È necessario prendere atto di un collasso etico e della perdita di punti di riferimento che definiscano i limiti e i confini delle interazioni. Nelle relazioni che sfociano in femminicidio, anche in età precoce, emergono patologie relazionali come scarsa autostima, tendenze al controllo, strumentalizzazione dell’altro come mezzo per soddisfare i propri bisogni o come ostacolo da eliminare, ma anche passività, dipendenza e ricerca di fusionalità.
Questi sono segnali di emergenza che richiedono risposte adeguate, come contenimento, comprensione, vicinanza e autorevolezza. Tutti gli adulti impegnati in ambito educativo sono chiamati a raccogliere queste sfide e a contribuire a costruire risposte efficaci.
di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale