Di Zelia Pastore
giornalista e pedagogista che legge libri per bambini dal 1984 senza sosta
Un giorno, in una radura abitata da una volpe, una lepre e una gallina, si presenta uno strano animale verde, volutamente indefinito: la bestiola è impolverata e stanca, e reca con sé una grossa valigia. I tre animali “autoctoni” sono curiosi ma anche diffidenti: cosa ci sarà dentro? Dopo una discussione accesa tra loro, mentre il nuovo venuto si riposa sfinito, fanno in modo di rompere il bagaglio e… scoprono qualcosa di veramente sorprendente! Dopo aver finalmente compreso che cosa intendeva dire lo straniero cambiano atteggiamento e decidono di riparare il danno provocato. E la loro amicizia sarà, per lo strano animale, una nuova casa.
È la trama di “Cosa c’è nella tua valigia?”, edito da Terre di Mezzo: una storia che con immediatezza ed efficacia stimola la curiosità e la riflessione sul tema di chi inizia una nuova vita lontano da casa.
Il libro è pensato per bambini a partire dai 4 anni, ma è una lettura educativa anche per gli adulti.
L’autore è Chris Naylor-Ballesteros: cresciuto a Bradford, nel nord dell’Inghilterra, ha svolto molti lavori diversi, per poi diventare autore e illustratore di libri per bambini. Firmati di suo pugno, Terre di mezzo Editore ha deciso di pubblicare anche Elvis e Otto. L’amicizia vince! (2022), Elvis e Otto vanno in bici (2023), Elvis e Otto. Chi ha mangiato quei biscotti? (2025) e Di chi è quella tazza?(2026).
Abbiamo chiesto a Giulia Genovesi, editor di Terre di mezzo che ha curato
entrambi i libri, “Cosa c’è nella tua valigia?” e il suo seguito “Di chi è quella tazza?” come il testo e le illustrazioni accompagnano i piccoli alla scoperta del significato della parola rifugiato.
Come spiegare ai bambini il concetto di rifugiato attraverso le immagini di un albo illustrato
In che modo il racconto e le immagini possono aiutare i giovani lettori ad avvicinarsi al concetto di rifugiato?
«Uno degli aspetti più interessanti di “Cosa c’è nella tua valigia?” è che non tratta il tema dei rifugiati in modo esplicito (la parola “rifugiato” non compare mai nel testo). La storia è quella di un personaggio che arriva da lontano, che è stanco per il lungo viaggio, ed è triste per aver lasciato la sua casa. Gli animali che incontra al suo arrivo sono curiosi nei suoi confronti, ma anche diffidenti. È una situazione che può certamente far pensare a quella di un rifugiato, ma non necessariamente, o non solo. Credo che il grande pregio del libro sia proprio questo: l’autore è stato capace di raccontare la storia particolare di un personaggio – che noi adulti riconosciamo immediatamente come “rifugiato” – facendone però emergere alcuni aspetti in cui tutti, compresi i bambini, possono riconoscersi: la difficoltà di essere accettati da un gruppo di cui non facciamo parte (o viceversa, la diffidenza che ci capita di avere nei confronti di un estraneo), il senso di solitudine in un ambiente nuovo, la bellezza e il gusto che si prova nel trovare una reciproca fiducia.
A livello di realizzazione, questo effetto è legato a scelte, sia nel testo che nelle illustrazioni, di estrema “semplicità”, nel senso più alto del termine. La scrittura è molto asciutta ed essenziale, l’ambientazione è quasi assente, e intorno ai personaggi, che sono realizzati con pochi tratti e pochi colori, c’è molto spazio bianco. Sono tutti elementi che contribuiscono a proiettare la vicenda in una dimensione quasi senza spazio e senza tempo, ma probabilmente proprio questo la rende più accessibile e universale».
Che cosa a livello editoriale è pensato per aiutarli a visualizzare, a dare un volto al concetto di “rifugiato”?
«L’elemento visivamente più concreto rispetto al concetto di rifugiato è di sicuro la valigia, uno dei pochi “oggetti di scena” che compaiono in questo libro. La valigia è una metafora classica, molto ricca e immediata: emblema di un lungo viaggio, è tutto ciò che il protagonista ha portato con sé, rappresenta in qualche modo il suo passato, la sua storia, e anche ciò che vorrebbe traghettare verso il futuro. In quel momento è quasi un simbolo della sua identità. E infatti è proprio la valigia che suscita negli altri personaggi (la volpe, la lepre e la gallina) prima un’amichevole curiosità, e poi anche una certa diffidenza: che cosa ci sarà realmente dentro? Possiamo fidarci? Possiamo farcelo raccontare dal suo proprietario o è meglio verificare di persona? E infine: è poi così importante, o possiamo comunque immaginare di accogliere chi arriva da lontano, al di là di cosa ha potuto o voluto portare con sé?».
Parliamo del seguito: ci racconta brevemente la trama?
«In “Di chi è quella tazza?”, che sarà in libreria dal 19 giugno, il nostro protagonista si è ormai stabilito nella sua nuova casa e ha fatto amicizia con la volpe, la lepre e la gallina, che ogni mattina vanno a trovarlo per bere il tè. Un giorno, al ritorno, questi tre animali incontrano una sconosciuta che viene da lontano. Al benvenuto iniziale, però, subentra la diffidenza e quindi la paura e l’accusa: la tazza che lei tira fuori dallo zaino è uguale a quella del loro amico, e quindi… di sicuro è una ladra! Ovviamente si tratta di un equivoco, basato su un pregiudizio».
Anche qui ci aiuta ad individuare un elemento che può aiutare i bambini sempre a capire bene il concetto di rifugiato?
«Questo secondo titolo ha una forte continuità con il precedente. Anche qui il testo e le illustrazioni tendono a essere molto essenziali, anche qui c’è un oggetto – la tazza – che la sconosciuta venuta da lontano ha portato con sé, e che innesca domande, incomprensioni, equivoci, ma che sarà anche il tramite per cui anche lei troverà il suo posto nella comunità di arrivo».
Spiegare cos’è un rifugiato attraverso un laboratorio per bambini
Che laboratori e attività creative si possono fare con i piccoli a partire da questo albo, per aiutarli a “concretizzare”, dare un senso alla parola “rifugiato”? Come al solito ci aiuta in questo compito Simona Fico, pedagogista della Cooperativa Stripes.
«Facciamo una premessa: questo albo illustrato è molto adatto al nostro obiettivo perché riesce a rendere l’idea in maniera evocativa e delicata di cosa significhi essere un rifugiato, senza dare spiegazioni didascaliche.
Nella fascia d’età della scuola dell’infanzia può essere letto perché dà un sentore emotivo di quello che può succedere a una persona che viaggia per tanto tempo, con l’accortezza di non citare le guerre attualmente in corso o le situazioni per cui una persona deve scappare da casa in maniera dettagliata, con particolari che non è adeguato trattare in maniera troppo realistica ed esplicita con i bambini piccoli.
Se vogliamo mettere in campo un lavoro di comprensione più profonda rispetto al concetto di rifugiato, è bene pensare a un laboratorio creato su misura per bambini in età della scuola primaria. Consideriamo che questo laboratorio idealmente sarebbe per 10 bambini massimo
Il laboratorio si divide in due giornate: nella prima si lavora sulla consapevolezza, nella seconda sull’immedesimazione.
La prima giornata inizia con la lettura ad alta voce dell’albo ai bambini, ricordando insieme a loro in che momento storico siamo e quali sono le varie guerre che in questo momento abitano il nostro mondo, perché alla fine non sono così lontane, ed è anche probabile che qualche bambino abbia parenti rifugiati o che lo sia addirittura lui stesso.
Caliamo quindi la situazione del personaggio del libro nel presente: l’enfasi non andrà posta eccessivamente sulle guerre in corso, l’importante è condurre il dialogo restando ancorati alla concreta situazione di chi si trova costretto a lasciare la propria casa e deve ricostruirsi una vita da capo in un altro Paese. A questo punto diamo ad ogni bambino una scatola che gli faremo decorare come una valigia: lì dovranno mettere i loro “tesori”, come la foto e la tazza del personaggio del libro. Diamo loro questa indicazione: “Provate ad immaginare di essere voi il protagonista del libro: nella valigia che avete tra le mani potete mettere una sola foto e tre oggetti che per voi sono essenziali e che vi portereste via da casa. Ricordatevi che state scappando, siete di corsa e dovete affrontare un lungo viaggio: una sola immagine e le tre cose che per voi sono assolutamente irrinunciabili e che vi rappresentano. Portatele per la prossima volta”.
La seconda giornata di laboratorio può iniziare con la presentazione delle valigie da parte di cinque bambini. Ognuno di loro racconta che cosa ha deciso di mettere nella propria valigia, perché ha scelto proprio quegli oggetti e quale significato hanno per lui. Attraverso questo racconto prende forma una piccola storia personale, costruita a partire da ciò che il bambino considera davvero importante.
Gli altri cinque bambini hanno un compito diverso: devono ascoltare e immaginare come accoglierebbero quella persona in arrivo. Possono farlo realizzando un disegno collettivo su un cartellone, rappresentando gesti, luoghi e modalità di accoglienza. Successivamente i gruppi si scambiano i ruoli: chi ha disegnato presenta la propria valigia e chi ha raccontato prova a immaginare e rappresentare l’accoglienza.
Al termine di questa seconda parte di laboratorio è importante dedicare un momento alla condivisione, chiedendo ai bambini come si sono sentiti, che cosa li ha colpiti e che cosa hanno trovato più difficile o più interessante. Questo tipo di attività, basata sul gioco di ruolo e sull’immedesimazione, permette ai bambini di avvicinarsi in modo concreto all’esperienza di chi è costretto a lasciare la propria casa, affrontare un lungo viaggio e portare con sé la nostalgia dei luoghi e delle persone che ama. È uno dei modi più semplici ed efficaci per aiutare a comprendere il significato della parola “rifugiato”, un concetto che spesso risulta complesso anche per gli adulti.
Anche il limite imposto agli oggetti da portare nella valigia ha una funzione educativa precisa. Quando si è costretti a partire in fretta non si può portare con sé tutto ciò che si possiede: bisogna scegliere l’essenziale. Per i bambini questa è una sfida importante, perché scegliere significa rinunciare a qualcosa, e si sa che i bambini fanno un po’ di fatica a scegliere. Non è un esercizio facile, ma proprio questa difficoltà li aiuta a immedesimarsi nella condizione di chi deve lasciare la propria casa e decidere che cosa conservare della propria vita».
Altri albi illustrati per parlare di rifugiati
Una piccola selezione di libri che possono aiutare i piccoli a visualizzare il concetto di rifugiato che secondo me si prestano bene per una lettura ad alta voce e per laboratori e attività annesse.
Qualcuno mi aspetta dietro la neve – Terre di Mezzo edizioni
Un posto chiamato casa – Terre di Mezzo edizioni
Orizzonti – Carthusia edizioni
Orizzonti affronta in modo poetico, forte e originale uno dei temi più complessi dei nostri giorni: quello dell’immigrazione. Il viaggio per mare di un ragazzo, raccontato attraverso il ritmo coinvolgente delle immagini, è quello di tante persone costrette a fuggire dal proprio Paese.
Mamma cerca casa – Paoline edizioni
Mamma cerca casa e, si sa, la ricerca è tutt’altro che facile. Soprattutto perché lei non vorrebbe una casa qualunque, in un posto qualunque, con vicini qualunque. Mamma sogna e nel suo sogno, fatto con i piedi per terra, tutta la famiglia inizia a credere che ci siano utopie che possono diventare realtà. Già… perché questa casa è una casa aperta a tutti, in una città capace di accogliere tutti i popoli, con porte che si aprono su piazze nelle quali la gente si incontra, si stima, si rispetta pur nelle diversità di cultura, lingua e religione.
Mi chiamo Nako – Paoline edizioni
Le tavole, curate da un vero e proprio maestro dell’illustrazione, e il testo, poetico, graffiante e delicato insieme, fanno della storia di Nako – un bambino rom – un racconto su cui piccoli e grandi possono confrontarsi su mondi altri rispetto al proprio. Mondi più giudicati che non veramente conosciuti. Quello che Nako racconta mette in luce i sogni e le sofferenze di chi sperimenta ogni giorno le distanze e l’esclusione, ma al contempo apre il sipario su antiche tradizioni, lingue e speranze. Per chi crede nella vita autentica e nel valore delle differenze, il libro è un’avventura sociale e culturale da vivere.