Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale
Filemone e Bauci son una coppia di anziani della Frigia, che conducono una vita povera e semplice e che aprono la loro capanna a due viandanti in cerca di ospitalità. Ma quei viandanti sono Zeus e Apollo in incognito i quali, in segno di riconoscenza, offrono ai due anziani la realizzazione di un desiderio. La richiesta dei due anziani è anch’essa in controtendenza con il modello di vita propostoci dal mondo di oggi: non la torre dell’onnipotenza e dell’individualismo, ma il pane condiviso e il bene comune.
Quale modello di polis
Nello scorso articolo avevamo già parlato dell’enciclica Magnifica Humanitas, che fa riferimento al modello di polis in cui l’essere umano dei nostri tempi decide di voler vivere. Da un lato la torre di Babele, che corrisponde a un modello verticale e verticistico in cui il potere e le possibilità di scelta sono concentrate in un’élite separata che si incaricherà di sollevare la collettività dalla responsabilità delle decisioni. Dall’altro un modello orizzontale, partecipativo, aperto, rappresentato dalle mura di Gerusalemme da ricostruire dopo la cattività babilonese: ogni gruppo, maggioritario o minoritario, si assumerà il compito di procedere alla porzione di costruzione che gli è stata assegnata. Ciascuno prenderà parte a un’opera che appartiene alla comunità eterogenea, plurale, composita, caratterizzata da punti di vista e posizioni diverse che però convergono sugli obiettivi fondamentali: stabilire patti e regole del vivere comune che riducano gli squilibri e le diseguaglianze.
Il primo modello punta sull’autosufficienza, sull’idolatria del progresso tecnologico e fa leva sull’asimmetria e sul privilegio riservato a pochi. Il secondo, la città, è il luogo in cui si abita insieme, in cui la logica del confronto e il rispetto prevalgono sulla forza, sulla gerarchia, su tutte le sperequazioni. Mai come in questi tempi il bivio antropologico è apparso con urgente crudezza: avere cura del bene comune ci rende partecipi di un progetto generativo e creativo che coniuga libertà dal bisogno e responsabilità.
Curare il bene comune non è solo uno slogan politico: significa assumere una postura etica curva, propria di chi si china su ciò che merita di essere curato, di chi sa aspettare, rallenta, si volge indietro, sa rinunciare alla corsa verso il primato perché non vuole arrivare al traguardo da solo. Chi sceglie di lavorare per il bene comune ha il senso positivo del limite, pratica la sobrietà: riduce i consumi, sa rinunciare, si accontenta del necessario, respinge il superfluo.
Una società competitiva crea solitudine
Il criterio della competitività, del successo, dell’accumulo, dell’egemonia punta tutto sulla produttività e sulla funzione, perché la torre mitologica dell’onnipotenza raggiunga vette sempre più alte. Viviamo immersi in una mitologia della felicità a tutti i costi, della giovinezza infinita, della fiducia nell’illimitata espansione dell’ego. Rimuovere dall’orizzonte di senso la morte, la vecchiaia, la malattia, la fragilità e la vulnerabilità ci rende dipendenti dalle droghe dei nostri tempi e alimenta angosce senza fine. Avere come mito ispiratore l’efficienza e la performatività svuoterà le nostre vite.
Per essere vivi, invece, abbiamo bisogno di non essere soli, perché nasciamo come esseri relazionali che hanno l’esigenza del riconoscimento, dell’accoglienza, dell’ascolto, del perdono. L’analfabetismo affettivo ed emotivo che affligge gli adolescenti produce una grave carenza: non riuscire a nominare e riconoscere le proprie emozioni, non gestire tristezza e dolore, reagire all’offesa con la parte rettiliana del cervello, colpire e uccidere. La condizione attuale vede un incremento di patologie psichiche gravi in età precoce, legate alla perdita di contatto con la realtà, alla ricerca di un reality cui prendere parte per apparire perfetti e migliori, per emergere. Alla comunità subentra la community, alla condivisione generosa il nichilismo distruttivo.
Il quadro è allarmante anche per gli educatori che rischiano di rivolgersi a una generazione perduta: abbiamo ancora degli strumenti per sottrarre i piccoli alla cattura dei vari pifferai magici? Non esistono ricette, ma imparare a usare delle bussole permette di orientarsi anche quando le rotte saranno confuse e forse saranno lontani anche i maestri. Occorre lavorare su quei saperi incorporati e latenti che non sono più condivisi e che rappresentano principi etici fondamentali anche in assenza di una formazione religiosa. C’è bisogno di sovvertire e ribaltare una narrazione fondata sull’eccesso e sul superfluo: spiazzare sgombrando il campo dall’idea di vincere con la ricchezza o la forza.
Sobrietà e condivisione: Filemone, Bauci e l’obolo della vedova
Il mito di Filemone e Bauci è poco noto, ma straordinariamente efficace per illustrare il senso di una vita buona, non ricca, non competitiva, ma operosa e generosa: una coppia che ha attraversato le burrasche della vita restando fedele al suo progetto, conducendo una esistenza semplice, ma piena. Zeus ed Apollo, scesi sulla terra sotto mentite spoglie di mettere alla prova la natura arrogante degli esseri umani, vengono respinti da tutti con sufficienza, indifferenza e fastidio. Filemone e Bauci sono gli unici disposti a condividere il poco cibo frugale che avevano; sono contenti della loro capanna, umili e aperti al bisogno dell’altro. Quando gli dei li invitano a esprimere un desiderio, entrambi chiedono solo di trasformare la loro casa in un tempio e di poter essere uniti nella morte. Al momento del trapasso sono quindi mutati in alberi, Filemone in una quercia, Bauci in un tiglio. I due anziani hanno saputo scegliere la parte migliore. Questa narrazione può generare varie reazioni negli adolescenti perché è in controtendenza su tutta la linea: si parla di vecchi poveri, visitati da una divinità nascosta che li premia per aver scelto uno stile di sobrietà e rinuncia ad apparire.
Nel Vangelo l’episodio dell’obolo della vedova esprime la grande generosità di una donna, sola e povera, che ha interiorizzato il principio della condivisione e offre due monetine: tutto quello che aveva. E lo fa senza ostentazione, perché la mano destra non deve sapere quello che fa la mano sinistra e le buone azioni si compiono nel segreto e nella discrezione. Il solo uso di questo termine, “discrezione”, il cui significato sarà ignoto ai più, offre uno spunto fecondo di riflessione, come quando si parla di intimità, pudore, premura, sollecitudine, avere degli scrupoli: parole che indicano atteggiamenti e comportamenti sconosciuti.
Lasciare il pane per chi viene dopo
Un altro esempio di cura del bene comune oltre ogni aspettativa è rappresentato dalla narrazione del genocidio armeno del 1915 e dall’opera letteraria di Hrant Dink, giornalista armeno che credeva nella possibile convivenza di armeni e turchi in una stessa terra, freddato da un nazionalista turco nel gennaio del 2007. Nel suo libro L’inquietudine della colomba, facendo riferimento al primo terribile genocidio del Novecento che ha colpito il suo popolo, cita i racconti dei sopravvissuti della deportazione: costrette all’esilio sui carri, donne e bambini venivano spinti verso il deserto siriano senza alcuna possibilità di rifornimento di viveri. La morte sopraggiungeva per malattie, stenti e fame. Queste povere carovane venivano inoltre aggredite o gettate nell’Eufrate, mentre solo i mistici musulmani, i dervisci della città di Konya, imposero al loro popolo di soccorrere i profughi stremati.
Dink racconta il comportamento di una famiglia alla vigilia della partenza forzata. Mentre nipoti e nuore si affaticavano nel preparare i pochi bagagli, il nonno era intento nella riparazione della trebbiatrice, e lo faceva con somma maestria. Indignati, i parenti lo sollecitavano a rinunciare perché in quella casa non sarebbero mai più tornati e sarebbe stata occupata dai turchi. Ma il vecchio diede una risposta esemplare: ho lavorato questa terra da sempre e anche quest’anno aprile sta finendo, si avvicina il tempo della mietitura e chi verrà dopo potrebbe non saper riparare la trebbiatrice e la mia opera andrebbe perduta. Il vecchio non nutre odio, non fa terra bruciata, ma ha la volontà di lasciare un lavoro ben compiuto, onorando la sua fatica, la terra, la vita, anche se a mangiare quel pane sarà un nemico.