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Una nuova grammatica per la pace

L'unica soluzione al conflitto è quella di continuare a costruire un ponte tibetano tra le parti in causa, gettando corde sopra il burrone e prendendo atto della complessità della situazione

Dalla parte dei tessitori di dialogo

Pensare a come costruire ponti quando infuria ovunque una spirale di distruzione sembra un’operazione disperata se non tragicamente inutile. Eppure in uno scontro, anche feroce, esistono sempre le due sponde frastagliate e lontane che chiedono di potere essere liberate dall’isolamento in cui la guerra le ha confinate. È ora il momento di provare a intrecciare i fili tranciati, attraverso una o più funi che dall’una e dall’altra parte vengono ancora, incessantemente e disperatamente avvolte, cercando di costruire un ponte precario ma necessario: un ponte tibetano, che consenta ancora un contatto tra coloro che vorrebbero intraprendere un faticoso percorso di vita possibile.

In questo frangente, chi non è direttamente coinvolto, chi non ha subito perdite, chi vive tranquillo nelle proprie case sicure ha il dovere di non tifare, di non schierarsi acriticamente o faziosamente. La comunità internazionale ha il compito di lavorare con alacrità per arrestare l’emorragia, usando tutte le risorse possibili perché gli attacchi possano cessare e perché si aprano spazi di negoziazione e di confronto non armato.

Dal punto di vista degli educatori e dei formatori, questa è l’occasione per provare ad armonizzare empatia a spirito critico, pietà e giudizio, analisi storica e decostruzione, decentramento e ricostruzione di condizioni di ascolto reciproco che superino la logica della subalternità da parte di chi teorizza la subordinazione come unica grammatica della convivenza.

Il libro

Chi è estraneo a questa lunghissima stagione di sangue che ha quasi la durata di un secolo, ha un dovere e un compito da svolgere. Evitare di sovrascrivere sulla tragedia in corso altre storie, altri punti di vista, altre chiavi di lettura più o meno in buona fede strumentalizzate. Occorre evitare di giudicare, ma spendersi studiare, documentarsi, capire, empatizzare e offrire un contributo alla rilettura attenta e partecipata di tutti gli elementi in gioco. Uno strumento efficace per imparare a decifrare le ragioni di uno scontro epocale è rappresentato da un volume recentemente tradotto in lingua italiana e pubblicato dalla editrice Zikkaron: Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma. Il volume è curato da Bashir Bashir, docente presso il dipartimento di sociologia, scienze politiche e comunicazione della Open University of Israele, e Amos Goldberg, docente di studi ebraici sull’Olocausto presso l’Università ebraica di Gerusalemme. Autore della prefazione è il romanziere e critico letterario libanese Elias Khouri, docente universitario in vari istituti.

Il rilievo di questo testo, uscito nel 2019, è legato alla grande quantità di contributi redatti da studiosi di varie provenienze, in prevalenza di area israeliana, e da autori di origine araba come Refqa Abu Remaileh e la sociologa e antropologa palestinese Hanaida Ghanim. La pluralità delle relazioni permette di affrontare la questione del trauma derivante dalla pressione esercita sui due popoli da eventi storici che li vedono in certa misura entrambi vittime e che hanno responsabilità europee di notevole rilievo. Il volume, nella sua ricchezza, permette di riflettere su temi centrali rimossi o del tutto assenti nel rimbombo mediatico quotidiano.

La posizione di fondo che ha ispirato il testo, ben introdotta da Elias Khouri, è legata alla necessità di decostruire alcune narrazioni autoreferenziali da ambo le parti; offrire spazio espressivo e legittimazione alla lettura palestinese degli eventi che hanno determinato e condizionato il destino di un popolo presente-assente già prima del 1948. Gli studiosi sono prevalentemente di appartenenza ebraica perché rappresentano la parte maggioritaria che si impegna a dialogare con un interlocutore visto non solo come un nemico, ma come titolare e detentore di una versione dei fatti e di chiavi di lettura dotate di pari dignità.

Dal nostro punto di vista di europei significa rinunciare al tifo, all’accapigliamento, alla erezione di barriere ideologiche più o meno datate, per disporsi all’ascolto paziente, alla sospensione del giudizio. Perché esplorare le frastagliate e dolorose asperità di questo ultimo grande scontro mediterraneo di tipo coloniale significa prendere atto della complessità, della tragedia, dei traumi e del passato che non passa da ambo le parti.

Il caso delle saponette

Un esempio di quanto possa essere difficile anche solo provare ad intercettare la profondità del fraintendimento e la suscettibilità è fornito, emblematicamente, dallo stesso prefatore del testo. Nel 1996 a Parigi un’istallazione dell’artista palestinese Mona Hatoum rappresenta l’erosione di terra sottratta ai palestinesi dalla colonizzazione con 2.400 saponette di olio di oliva di Nablus, che diffondono la loro essenza in tutta l’area espositiva.

Il termine sabon ha lo stesso significato in arabo e in ebraico, ma non è un termine neutro perché ha anche sinistri riferimenti alla pratica nazista (peraltro sembra mai provata) di sottoporre le salme delle loro vittime ad un processo di saponificazione. Il termine sabonim, saponette, veniva utilizzato anche  dispregiativamente per indicare la codardia, per la tendenza a scivolare a sgusciare via dalla mani.

Il risultato di questo sovraccarico simbolico ha prodotto una vibrante protesta da parte ebraica nei confronti dell’installazione artistica, facendo riferimento esplicito all’ambiguità del termine interpretato come offensivo e allusivo. Elias Khouri si domanda perciò se sia lecito ai palestinesi elaborare il trauma sofferto e tuttora in corso, se abbiano il diritto di far udire la voce del proprio dolore, o se esista, invece, un monopolio della sofferenza che renda impossibile servirsi liberamente di simboli propri, nativi, per non urtare la suscettibilità di un popolo vittima. È la condizione esemplificata dalla storico israeliano Benny Morris, che intitolando un suo testo Vittime. Storia del conflitto arabo sionista 1821-2001, produce, inevitabilmente, un accostamento quasi ossimorico che esemplifica la complessa e dolorosa situazione del popolo palestinese, vittima delle vittime.

​Responsabilità e legittimità

Il testo mette a confronto la tragedie speculari dei due popoli indagando la profonda differenza di origine e di responsabilità: europea, per la tenace diffusione dell’antisemitismo che ha come vertice la soluzione finale, ancora europea anche per la fusione tra sionismo e colonizzazione della Palestina. Perché, secondo molti storici, la creazione dello stato di Israele è l’estrema espressione di un progetto coloniale europeo in Medio Oriente.

L’obiettivo del testo è disarmare l’immaginario, addentrarsi nelle zone di fraintendimento e di estraneità reciproca dei linguaggi e della loro indisponibilità a riconoscere la legittimità delle rispettive narrazioni. È un lavoro necessario di igiene linguistica, di analisi storica, di confronto incessante e paziente, di tessitura di fila che sono inestricabilmente intrecciate. Sul campo operano alcune realtà che continuano a percorrere l’unica strada possibile, quella dei riconoscimento dell’ascolto, del dolore, del lutto da ambo le parti: come il Parents Circle, associazione israelo-palestinese che riunisce genitori di figli deceduti in varie fasi, impegnati in un’ardua azione di pacificazione e di tessitura per elaborare il lutto della perdita e prevenire ulteriori esplosioni di violenza.

Non c’è altra strada alternativa all’annientamento se non riannodare le fila interrotte, continuare a costruire il ponte tibetano della reciproca comprensione.

 

Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

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