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Cosa significa scegliere

L’azione di scegliere è direttamente connessa con l’esercizio della libertà, ci caratterizza come esseri pienamente capaci di gestire tempo, energie e risorse orientandole verso una meta da raggiungere: forse solo la nostra specie, tra le altre dei viventi, può avvalersi di questa facoltà.

L’etimologia si rivela illuminante: il verbo deriva dal latino ex-eligere, ossia preferire selezionando da un insieme di possibilità. Il prefisso ex indica infatti l’uscita da un insieme indistinto e non casualmente è presente anche nei verbi dell’educazione, da e-ducere ed e-volvere.

Scegliere richiama l’idea di cammino, di percorso dinamico: alzati e cammina!

Scegliere non è comodo o rassicurante: perché una scelta sia autentica richiede capacità di rinunciare, di sopportare, di rinnovarsi nella fedeltà o, a volte, di troncare quando il compromesso tradisce le ragioni profonde della scelta stessa.

Scegliere non significa superare i limiti o infrangere divieti accompagnati dalla certezza del successo, come se si avesse diritto ad un premio per aver scelto. Scegliere è un atto coraggioso, di audace presa di coscienza.

Non scegliere non è possibile: restare passivi o inerti ci consegna all’indifferenza, il male dei nostri tempi, il più insidioso. Non reagire, non obiettare, ma giustificare l’acquiescenza, ha il sapore rassicurante della comodità: seguire il flusso non disturba, non ci costringe a forzare le nostre posture consuete. Il rifugio più solido.

Il coraggio di scegliere è difficile in una condizione di vita come quella contemporanea ipereccitata, iperconnessa, ma terribilmente fragile; significa prima di tutto trovare la forza di uscire dalla fluttuazione in cui siamo immersi, da un narcisismo pervasivo e vorace, in cui conta più essere guardati da altri per non guardarsi dentro.

È doloroso, come risvegliare l’occhio pigro che ci offre la vista lunga, obliqua, trasversale di cui abbiamo bisogno per tornare a percepire la luce tra i bagliori effimeri e per abbandonare quelle abitudini che chiamiamo certezze.

La forza di de-cidere

Ma scegliere è un atto che non si può improvvisare: è il punto di arrivo di un percorso a tappe da attraversare con la pazienza e il tempo necessari. Occorre lentezza per la maturazione dei tempi interiori non forzati, né accelerati né rallentati.

Per preferire, anteporre un’opzione a un’altra occorre intanto compiere un’altra operazione preliminare che dà senso e sostanza all’elezione: de-cidere. Cioè, etimologicamente, de-caedere: tagliare via, con un atto risoluto che va dall’alto verso il basso, come la potatura di un arbusto.

I verbi che indicano operazioni apparentemente astratte, interiori, avulse dalla realtà concreta traggono invece la loro origine etimologica da azioni che hanno a che fare originariamente con l’agricoltura o la tessitura, ossia con la fragranza della vita costruita dalle mani, con l’abilità umile ma tenace dell’artigiano che non aspira alla visibilità, ma si appaga del lavoro ben fatto, frutto di una feconda sintonia di mente, cuore, anima, emozioni e corpo.

La potatura produce dolore momentaneo, ma rafforza la pianta e ne orienta una crescita sana. Quando decidiamo, tagliamo ciò che non porteremo con noi, che non guarderemo con rimpianto, perché la nostra attenzione è concentrata sulla distinzione tra ciò che è superfluo, rinunciabile e ciò che vale la pena di tenere. Ciò che amputeremo fa emergere con maggior chiarezza ciò che deve restare, perché vale di più.

Le virtù cardinali

Altre azioni che precedono la scelta e la decisione sono il discernere e il distinguere, il separare il grano dal loglio, compiere anche qui azioni essenziali per la sopravvivenza della specie: operare una cernita tra piante commestibili e piante velenose, tra fermentazioni benefiche e salutari, come la lievitazione del pane o la produzione dello yogurt, e quelle delle muffe dannose o mortali. Anche nelle fiabe, deposito millenario di saperi ed esperienze che nutrono l’anima, saper discernere è la prova maestra a cui viene sottoposto il protagonista impegnato a dividere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, il superfluo dall’essenziale.

Il discernimento è frutto di un affinamento della sensibilità, della capacità di valutare oltre l’apparenza, e non si può improvvisare. Per impararlo occorre nutrire l’anima ed educare il fiuto e l’interiorità attraverso la riscoperta di quelle che con parole desuete si chiamano virtù. Le virtù cardinali sono laiche e provengono anche dalla riflessione filosofica del mondo antico; si dicono cardinali perché danno il giusto baricentro alla vita e ne orientano il percorso.

Passarle in rassegna permette di ripensare i fondamentali etici del buon vivere: la prudenza, intesa non come saggezza profonda o sapere erudito o accademico, ma come accortezza vigile e attenta; la fortezza che non è esibizione di forza bruta o di ostentazione, ma resistenza e costanza di fronte all’alternanza della vicende della vita, senza crollare per uno scivolone o un insuccesso; la temperanza, che è il senso del limite, la capacità di godere davvero senza trasformare l’ebbrezza in dipendenza ossessiva. Ma su tutto predomina la giustizia, che non può essere disgiunta dalla libertà, dall’assunzione di responsabilità, dalla custodia e dalla cura. Non viviamo solo per noi stessi e non siamo monadi, ma siamo relazione, rete, siamo affidati gli uni agli altri.

Non ci è concesso di lasciare il mondo così com’è.

Janusz Korczak

La frase pronunciata da Korczak, l’educatore che da Varsavia seguì il destino dei suoi orfani del ghetto deportati fino a Treblinka, ci richiama alla necessità di dare alla nostra vita un orientamento al bene comune e non a quello privato, della capacità di essere segno di contraddizione e non di conformismo.

Perché scegliere? Cosa scegliere, quando e come farlo? Nel mercato globale delle prospettive allettanti, dove si poserà il mio sguardo? Dove troverò il mio tesoro e dove si fermerà il mio cuore? Qual è la perla preziosa per la quale posso svendere tutto il resto?

Le parole del Vangelo sine glossa hanno il potere di riportarci alla radice delle scelte etiche, con disarmante franchezza. Non possiamo essere la fiaccola sotto il moggio, il sale senza sapore, la pasta senza lievito e non dobbiamo temere la solitudine, l’impopolarità o la modestia di una vita umile, perché la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo.

di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

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