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La rimozione del femminile | Disuguaglianze di genere pt.2

In tempi molto lontani ha preso avvio un processo sistematico di inferiorizzazione dell’identità e della soggettività femminili, che ne ha gradualmente ridotto e compresso vivacità e assertività. Per le ragioni che proveremo a descrivere, il genere femminile ha visto nei millenni un’erosione costante e dolorosa dell’autonomia di scelta e di azione: la subalternità, la remissività, l’adattamento al silenzio hanno rappresentato, dal punto di vista maschile, la soluzione migliore per lo sviluppo della specie umana. Non si tratta di questioni indagabili con un solo tipo di approccio: l’inferiorizzazione del femminile ha origini remote che possono essere riconosciute e ricostruite. Provare a farlo, attraverso una ricognizione delle tracce persistenti nelle narrazioni mitologiche, è il fine di questa breve riflessione.

Precisazioni

Per affrontare un tema così ampio, dai confini difficili da definire, occorrono alcune precisazioni: occuparsi di questi aspetti non è un vezzo intellettualistico o radical chic, né un impossibile ritorno al femminismo storico servendosi delle stesse categorie; non è nemmeno una scelta dettata da un intento polemico o rivendicativo.

In realtà credo abbiamo un urgente bisogno di attingere alle risorse di una forma mentis presente nella funzione femminile del pensiero umano, mortificata nel corso della storia dall’affermazione unilaterale e assoluta della funzione maschile. Funzione, quest’ultima, che oggi non è più in grado di adottare soluzioni adeguate alla sofferenza planetaria, ambientale e sociale, che richiede risposte generative nuove a problemi e dissesti di tipo globale. Occorre, come si afferma da più parti, un mutamento del paradigma, una riconversione degli stili di vita e delle scelte: è urgente il bisogno di risvegliare e riattivare le facoltà del pensiero femminile, la grande Metis, la grande mente, restituendo a tale forma mentis l’ascolto, lo spazio, la dignità che sono state rimosse e negate. Ne soffre non solo il genere femminile, ma l’intera specie umana.

La donna prima di Eva

Provare a ripercorrere le tappe di questo occultamento è possibile attraverso una rilettura dei miti e della narrazioni della tradizione culturale occidentale, guidata dalle riflessioni di Marina Valcarenghi, psicanalista che mostra come la ferita inferta all’elemento femminile ha avuto ricadute dolorose per la psiche individuale e collettiva fino a nostri giorni: repressione del desiderio, senso di colpa, depressione, passività e dipendenza denunciano in modo più o meno figurato l’effetto del male subito. Questi malesseri profondi prendono anche la strada dell’iperattivismo, della oblazione di sé, dell’annientamento volontario. In entrambi i casi la sofferenza si esprime attraverso il linguaggio del sogno e dell’inconscio. La sorpresa è che il dolore prende forma nella psiche umana nel suo complesso, non solo in quella femminile.

In foto: Lady Lilith, Dante Gabriel Rossetti (1866–1868)

L’autrice denuncia che la subalternità del femminile ha origini antiche documentate nei miti mesopotamici, ma le figurazioni a noi più familiari sono rintracciabili nella narrazione biblica della storia rimossa di Lilith, la prima donna, che rifiuta di stare sotto Adamo e chiede una pari posizione: non persuasa dall’arcangelo Gabriele, viene punita per la sua assertività. Ne resta traccia in alcune discussioni rabbiniche che rivelano l’esistenza di una narrazione poi espunta dal canone: Lilith diventa la personificazione della Luna nera, del male, dell’inferno, la parte rifiutata dell’archetipo femminile. La sua insubordinazione legittima la sua repressione; le sue proteste, respinte, la trasformano in una furia.

Questa scelta fatale, l’alleanza con il paterno repressivo, ha creato il tabù sul femminile, sulle sue ciclicità, le sue fluttuazioni e ribellioni percepite come pericolose: e le tracce restano.

La moglie di Zeus

 La seconda figurazione della femminile negato si rintraccia nel mito greco ed è legata alla figura di Metis, una delle spose di Zeus, dio che inaugura ufficialmente il patriarcato religioso e inferiorizza tutte le rappresentazioni della grande madre, trasformando Demetra in una dea subordinata, addetta alle messi e all’agricoltura. Ma l’operazione di rimozione più rilevante è compiuta nei confronti di Metis, la sapienza, la saggezza profonda. Il padre degli dei, volendo sottometterla possedendola, decide di farla sua nel modo più radicale: la mangia, la incorpora; ma la dea rimossa opera dentro di lui, causandogli un mal di testa feroce che richiede l’apertura del cranio da cui esce, armata, blindata, e inafferrabile la dea Atena. Il suo è un femminile guerriero, sapiente ma freddo, sessuofobico, proteso alla guerra, alla tessitura, senza carne, senza calore, senza passione.

In foto: Busto di Atena, copia di originale greco

Alleata del padre, anche in questo caso la genialità femminile ha subito un’amputazione della quale non abbiamo più coscienza, ma che ha operato e continua a operare.

Nel caso di Lilith e di Metis ha prevalso l’occultamento: ti spedisco all’inferno, ti divoro, ti rendo invisibile condannandoti ad una subalternità che apparirà da questo momento in poi “naturale”. Venne poi Eva, nata dopo, destinata ad essere punita, ma capace del gesto essenziale per la nascita della coscienza: trasgredire e assecondare il bisogno di conoscenza, di scoperta e di curiosità. Le censure e le repressioni delle figure femminili riappaiono nei sogni delle donne e in quelli degli uomini, a reclamare la loro parte, a chiedere conto della loro ingiusta condanna.

 

Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

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