Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale
La metafora dell’albero è molto efficace per rappresentare la tradizione, l’identità, la forza del radicamento, la fatica di crescere, la complessità della ramificazione. L’albero simboleggia la continuità e la fedeltà ad un progetto che si erge.
Ma abbiamo bisogno di un ulteriore passo avanti per rilanciare una fecondità nuova di questa immagine, declinandola al plurale: non un solo albero, ma molti alberi insieme, una famiglia vegetale che non si limita a crescere casualmente, ma origina un ecosistema in armonia con altre specie, in una sinergia efficace e generosa che accoglie animali e vegetali del sottobosco. Occorre pensare l’albero come un essere vivente, non solo come un simbolo potente ma astratto.
Un’educazione ambientale correttamente impostata che non si pieghi ad un facile ecologismo e non diventi soltanto una pratica saltuaria deve partire dalla conoscenza e dalla ricerca scientifica che negli ultimi anni si è dedicata allo studio dei vegetali.
Le piante hanno una vita emotiva, sanno comunicare, possono decifrare segnali chimici e cogliere il pericolo, provano paura e hanno il coraggio di difendersi; quando riescono, provano a spostarsi attraverso la migrazione dei loro semi e rivestono la Terra rendendola abitabile. Nei sistemi culturali usciti sconfitti dalla storia era sempre assai viva la coscienza di un fecondo rapporto con il contesto ambientale, divinizzato e sacralizzato in quanto datore di vita. Questa coscienza planetaria, che il sociologo Edgar Morin considera uno dei sette saperi necessari per una riforma del pensiero, era ben presente nei popoli che veneravano la Madre Terra e ne riconoscevano l’inviolabile sacralità.
Tale consapevolezza induce a considerare ambiente e natura come creature viventi, in grado di preservare e rinnovare la vita; ne scaturisce un’etica di rispetto, di senso del limite, di sobrietà, come conferma la celebre lettera di risposta del capo indiano Seattle al Presidente Usa Franklin Pierce, che gli proponeva l’acquisto della terra. Questo documento è uno dei più completi e articolati manifesti di difesa dell’ambiente e dello stesso diritto alla vita per le specie, unite in un comune destino di interdipendenza che l’homo demens non sa più cogliere – o si rifiuta di vedere.
I diciassette obiettivi dell’Agenda 2030 si prefiggono proprio di mutare radicalmente la prospettiva di approccio ai gravi problemi che affliggono il nostro pianeta e pregiudicano le condizioni di abitabilità della Terra. Lo fanno intersecando varie traiettorie: la salvaguardia della biosfera, l’evoluzione della persona e la riduzione delle terribili diseguaglianze nell’accesso alle risorse da cui miliardi di abitanti della Terra sono esclusi.
L’economia della ciambella
Come sviluppare una buona coscienza ambientale
È necessario prendere coscienza che il modello di sviluppo di tipo capitalistico, fondato sullo sfruttamento delle risorse, sull’accumulo dei profitti e sulla non redistribuzione degli stessi secondo una logica circolare è insostenibile.
Lo è per la Terra e per tutta la comunità dei viventi. Il modello piramidale, verticistico, non è solo antropocentrico, ma anche androcentrico perché ha autorizzato gerarchizzazioni e inferiorizzazioni operate all’interno della stessa specie umana, creando uno squilibrio di genere.
La subalternità del femminile ha penalizzato, con le donne, anche la funzione femminile del pensiero umano, quella che usando intuito e saggezza profonda, curando nessi e connessioni, oggi potrebbe additare e indicare soluzioni nuove a problemi antichi. Per salvare il pianeta occorrono risorse ed energie diverse da quelle che hanno provocato, con il perdurare del loro sistema, i dissesti attuali. Occorre una mente curva, circolare, sistemica per ridefinire finalità e strategie in ambiti considerati inconciliabili con una prospettiva umanistica. Per esempio l’economia.
È possibile riformare l’economia ribaltando le certezze e le logiche su cui si è basata fino ad ora?
Un’economista statunitense, Kate Raworth nel suo testo L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo compie una salutare decostruzione della forma mentis dominante all’interno della disciplina, mostrando come in sette mosse sia possibile salvaguardare il pianeta e garantire una maggiore giustizia sociale. Nel suo schema circolare nessuna energia, investimento o consumo prevede accumulo, stagnazione o concentrazione di risorse nelle mani di una minoranza.
Nella ciambella la parte abitabile, sicura, è quella compresa tra i due bordi che rappresentano i limiti da non superare: bisogna contenere lo sfruttamento delle risorse (promuovendone un uso rigenerativo per ridurre la pressione sui limiti biofisici) e diminuire le diseguaglianze (consentendo uno sviluppo che permetta al maggior numero di popoli l’accesso all’acqua potabile, al cibo, all’istruzione, alle cure sanitarie e a condizioni di vita dignitose). Tenendo presenti questi parametri, che potrebbero essere il tetto e il pavimento della casa comune, la continuità della specie umana sarebbe garantita. Perché, è bene esserne consapevoli, gli squilibri non minacciano il pianeta, ma l’esistenza stessa dell’homo sapiens.
Sette mosse per riformare il paradigma economico
La prima mossa: cambiare l’obiettivo. Partire dal rispetto dei diritti umani per progettare economie di prosperità, in equilibrio all’interno dello spazio equo e sicuro.
La seconda mossa: assumere un approccio di tipo sistemico e di insieme che ridisegni l’economia integrandola nella società e nelle dinamiche della salvaguardia della biosfera.
Terza mossa: coltivare la natura umana non solo nella sua capacità produttiva, ma valorizzando la sua tendenza alla socialità, alla interdipendenza e alla condivisione.
Quarta mossa: adottare una visione dell’economia come un insieme di sistemi complessi dinamici e in continua evoluzione.
Quinta mossa: concepire un’economia ridistributiva del reddito, delle risorse e della ricchezza.
Sesta mossa: creare per rigenerare, favorire la circolarità come criterio per evitare accumulo di scorie a perdere.
Settima: essere agnostici rispetto all’imperativo della crescita, favorendo, invece l’aumento del benessere non monetizzabile.
Non si tratta di ricette o di soluzioni a breve termine, ma di suggerimenti, stimoli per mutare rotta per progettare un futuro. L’unico possibile.