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Nati per viaggiare: il viaggio come metafora educativa

Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

Alzati e cammina

Non siamo nati per restare fermi. A differenza degli alberi, non abbiamo radici abbarbicate al terreno, ma piedi che si muovono. Siamo esseri dinamici, cinetici, con un’esigenza naturale di esplorare, scoprire ed evolvere.

Ma non possiamo farlo da soli: tra tutti gli esseri viventi, nessuno alla nascita è più vulnerabile dell’essere umano. Totalmente nudo e bisognoso di cure, ogni neonato è esposto a un altissimo rischio senza l’accudimento altrui. Siamo affidati gli uni agli altri perché la nostra vita è intessuta di relazioni, e quella educativa è essenziale.

Educare è un termine di origine latina che proviene da educere: letteralmente “condurre fuori” o “guidare verso l’uscita”. Significa additare un percorso che porti lontano dalla condizione di partenza – dal nido, dalle certezze ancestrali, dal ventre materno.

Interessante notare come educere avesse originariamente una valenza militare che il verbo “educare” sembra aver perduto, come se condurre fuori un esercito o crescere un figlio fossero operazioni completamente diverse. In realtà, l’educazione – nonostante strategie e tattiche – si scontra sempre con una complessità imprevedibile che fa saltare i piani migliori e costringe a rivedere costantemente rotte e progetti. Alunni e figli, infatti, non sono soldati.

In entrambi i casi, però, crescere significa uscire, muoversi da un punto di partenza. La stagnazione e l’immobilità impediscono di evolvere, di affacciarsi alla vita, di imparare attraverso esperienze in prima persona. Non possiamo limitarci a imitare genitori o maestri: le guide di cui abbiamo bisogno ci insegnano a muoverci, ci indicano i passaggi difficili, ma non ci portano in braccio.

La metafora del viaggio nella tradizione narrativa

La metafora del viaggio ricorre spesso per rappresentare le dinamiche evolutive nelle fiabe, nei poemi epici, nei miti e nei libri sacri. Non a caso: la metafora della vita è il viaggio, ma lo è anche il racconto del viaggio.

La definizione più interessante di essere umano si nasconde nel famoso enigma della Sfinge che solo Edipo riesce a risolvere. Dell’indovinello esistono varie versioni, ma la più nota non proviene direttamente dal mito greco, bensì da un epigramma dell’alchimista Michael Maier del 1617: “Chi è che si regge su quattro piedi il mattino, su due al meriggio, su tre al vespro?”

La risposta corretta di Edipo sconfigge la Sfinge: è l’uomo, quell’essere che cammina dall’alba al tramonto della vita muovendosi nelle modalità compatibili con le diverse età, senza mai rinunciare a evolvere.

Una definizione, questa, che non valorizza altre facoltà tipicamente umane – la ragione, il pensiero, il linguaggio, le abilità artigianali – ma solo la naturale tendenza al movimento, all’evoluzione, al cambiamento.

Crescere consapevolmente significa individuare il momento giusto per partire, per affrontare le sfide, per cercare un amore, per trovare un tesoro, per conoscere popoli e terre nuove. Ed è altrettanto saggio sapere quando è il momento del ritorno.

C’è un tempo per tutto: per accamparsi e per levare le tende, per scrutare il cielo in attesa di salpare, come sapevamo fare quando eravamo ancora nomadi. Muoversi apre la strada alla conoscenza, allo scambio, all’acquisizione di nuovi saperi, a scoperte improvvise e inedite. Viaggiando possiamo trovare ciò che non stavamo cercando ma che, invece, è proprio ciò di cui avevamo più bisogno senza saperlo: è la serendipità.

Due modelli di viaggio: Ulisse e Abramo

Nell’immaginario occidentale, intriso di miti e letture bibliche, due modelli di viaggio hanno profondamente ispirato le arti figurative e le opere letterarie: il viaggio di Ulisse – il nostos, percorso di ritorno a casa dopo la guerra di Troia – e il viaggio senza ritorno di Abramo, intrapreso come patto, promessa e atto di fede.

È interessante considerare le traiettorie che i due tragitti disegnano: circolare quello di Ulisse, che ha Itaca come partenza e traguardo dopo mille peripezie; lineare e aperto invece il percorso di Abramo, che lascia le sue certezze a Ur affrontando un attraversamento di frontiere senza mai voltarsi indietro.

Sono due traiettorie che hanno influito profondamente sulla nostra tradizione, nell’ambivalenza e nella differenza dei due personaggi e dei loro progetti di vita: uno torna all’identico, l’altro si apre all’ignoto. Due poli che hanno condizionato culturalmente la nostra percezione del movimento: si parte per sempre o si parte per tornare?

In questo senso, la meravigliosa poesia “Itaca” del poeta neogreco Kavafis illustra anche il valore del viaggio di rientro dopo lunghe esperienze. Itaca è un’isola povera e pietrosa, ma ti ha insegnato il significato del viaggio alla scoperta dei tuoi mostri interiori, dei tuoi Ciclopi e Lestrigoni: solo così puoi capire quanto vale davvero.

Il rischio dell’immobilità: la lezione di Telemaco

Diverso ma altrettanto interessante è il viaggio del giovane figlio di Ulisse, che non ha ricordi del padre, ma lo attende in un’isola e una reggia prede dell’assalto dei Proci – aristocratici che vogliono occupare il trono vacante sposando Penelope. Lei resiste strenuamente tessendo e disfacendo la famosa tela, il lenzuolo funebre per Laerte.

Telemaco è quasi ventenne ma non è cresciuto davvero: è rimasto inglobato nel materno, in attesa di un padre assente. Scruta con ansia l’orizzonte all’alba e alla sera sperando di vedere apparire il liberatore. I mesi passano e la sua inerzia diventa paralizzante.

L’intervento della dea Atena, sotto le sembianze di Mentore – un re vicino amico di Ulisse – si rende necessario. Il giovane riceve l’ospite nell’impaccio più totale, scusandosi di non poter accogliere il nuovo venuto in un caos irrisolvibile: il palazzo invaso dai pretendenti, serve e servi che non obbediscono più.

A questo punto Mentore/Atena (interessante questa doppia natura maschile e femminile dell’educatore) compie un’azione maieutica fondamentale. Mostra in modo chiaro e logico a Telemaco come dipanare la matassa inestricabile in cui è immerso tra attaccamento alla madre e disorientamento.

Gli ricorda che non è più un bambino e che attendere il padre in modo inerte non serve. Meglio partire alla volta di Pilo e Sparta per parlare con Nestore e Menelao e apprendere notizie più chiare sulla sorte del padre. Se avrà conferma della sua morte, al rientro a Itaca Telemaco prenderà in mano le sorti della reggia come vero erede; in caso contrario, preparerà attivamente l’accoglienza del padre.

Viaggiare per scoprire se stessi, per mettersi alla prova e fare ricorso a risorse che non sapevamo di avere. Mentore offre una bussola per uscire dal grembo materno e diventare pienamente consapevoli e maturi.

La parabola del figliol prodigo: il coraggio del ritorno

Un ultimo viaggio da analizzare è quello del filgiol prodigo. Da piccoli, questa parabola si imprime efficacemente nella fantasia e nelle emozioni: un bambino sa istintivamente cosa significa perdersi, non trovare la strada di casa e restare solo al buio.

Da bambina credevo che l’aggettivo “prodigo” significasse “colui che ritorna”, perché mi sembrava che il valore del racconto consistesse proprio in questo: avere la forza di tornare ammettendo una sconfitta, un errore, superando la vergogna che si contrappone alla spavalderia presuntuosa con cui si era partiti.

Invece “prodigo” fa riferimento allo sperpero, alla dissipazione, all’ebbrezza della baldoria fragorosa che svanisce come gli amici delle notti brave quando finiscono i soldi. Il giovane si ritrova per terra a contendere per fame le ghiande ai maiali, che lo fissano con i loro occhi suini mentre grufola insieme a loro. Ha toccato il fondo: a casa del padre perfino i servi hanno cibo e un trattamento umano. Tornerà come l’ultimo di loro, ma ha il coraggio di farlo.

Il padre, che lo attende ogni giorno, appena lo vede arrivare lo accoglie con tutto l’amore di cui è capace: “Mio figlio era morto e ora vive, era perduto e ora è qui”. Ma il fratello rimasto a casa si ingelosisce della premura con cui viene accolto il reduce, e il padre – che ama entrambi – ha pazienza anche con lui.

Quanto è difficile costruire la fraternità: eppure il fine di ogni educazione è proprio questo.

L’abbraccio finale: il senso del viaggio

Nel meraviglioso film “Uomini di Dio”, ispirato ai frati trappisti di Tibhirine, in Algeria, martirizzati nel 1996 da fondamentalisti islamici, i religiosi convivono pacificamente con i musulmani del villaggio fino alla morte violenta.

Nelle loro preghiere scandite da ritmo lento, intonano canti sacri di rara profondità. Il più intenso fa riferimento all’amore di Dio che stringe al cuore “questo bambino difficile che è l’umanità”.

L’abbraccio del ritorno è il fine di ogni viaggio alla scoperta di sé.

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