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Mistero, generatività, trasformazione

Per essere generativi dobbiamo abbandonare il paradigma "bancario" del dare e avere per concentrarci sul valore dei legami e del divenire. Antonella Fucecchi esplora una sfida educativa che ci impone di ri-generare il mondo in meglio

❮❮ Non ci è concesso lasciare il mondo così com’è. ❯❯

 

Questa affermazione di rara potenza concettuale è attribuita al pedagogista polacco di origine ebraica Janusz Korczak, inghiottito dalla Shoah dopo la liquidazione del ghetto di Varsavia, ove con straordinaria dedizione insieme ad altri educatori aveva tenuto aperto un orfanotrofio, come una rete tesa sull’abisso.

Si tratta di una figura esemplare di educatore, impegnato fino all’estremo sacrificio di sé senza mai abbandonare i ragazzi. Alla loro testa, in fila con i reparti dei giovani e dei formatori, attraverserà la città devastata di Varsavia con una dignità che colpirà persino le SS e salirà sul treno che porterà lui, gli orfani e il suo gruppo di collaboratori verso Treblinka.

 

In foto: Janusz Korczak

Il suo invito a non lasciare il mondo così com’è non è una pia esortazione, ma un imperativo che proviene dalla consapevolezza del ruolo e delle responsabilità dell’educare; il suo esempio ci conforta e ci sprona ad avere coraggio: i nostri tempi, benché abitati da passioni tristi, (Benasayag, Schmit 2013) ci consentono libertà di scelta e occasioni di formazione efficaci e generative: impariamo a saperle cogliere.

Educare con speranza

Occorre reagire al nemico più insidioso: la rassegnazione; una lenta, spesso non del tutto consapevole e volontaria rinuncia alla speranza. Un deficit di fiducia che mortifica gli slanci e induce a rifugiarsi nel già detto o già visto, nel mettere in opera strategie e metodi collaudati, alla fine, per non cambiare mai davvero. Guardiamo con un solo occhio, quello pigro.

Il tempo della Pasqua, invece, ci spinge con forza a una rinascita che rinnovi il vivente. La rigenerazione è necessaria in qualunque momento del percorso, perché siamo chiamati a dare ragione della nostra speranza: educare senza speranza è un’azione sterile, come gettare semi nella sabbia.

Il sociologo Edgar Morin ha espresso questo concetto con un’affermazione impegnativa quanto quella di Korczak: tutto ciò che non si rigenera, degenera. Non è possibile, quindi, vivere di rendita o seppellire il talento sotto terra, ma occorre produrre un mutamento, una trasformazione, una metamorfosi: tutto ciò che vive, evolve dinamicamente.

 

In foto: Edgar Morin

Metafore da decostruire

Forse, nel nostro repertorio di immagini e metafore educative, dovremmo provare a introdurre le figure della trasformazione, del dinamismo; per esempio rinunciando a presentare l’identità solo come un albero e la crescita come un progetto predeterminato, a tappe più o meno forzate.

Le metafore impostate su dispositivi verticali e rigidi (Bettini 2016) creano una gerarchia, accordando una priorità a ciò che si trova in basso, le radici, rispetto a ciò che è collocato in alto, chioma, fiori e frutti. Siamo abituati a presentare, perciò, le appartenenze come radicamenti al suolo, come progetti legati a una fissità, garantita da una marchio di fabbrica. Lo scrittore libanese Amin Maalouf decostruisce questa metafora riferendosi alla storia delle sue origini e preferisce parlare di identità come cammino: gli uomini non hanno radici, ma piedi, e hanno un rapporto diverso con il terreno. Riferirsi solo alla radici per definire l’identità significa accettare il loro terribile ricatto: se ti liberi muori. L’essere umano, invece, cammina, si fa e si reinventa attraverso le esperienze che, portandolo fuori dalla terra di nascita, lo rendono capace di scambi, di incontri, di relazioni non prevedibili.

Il filologo Maurizio Bettini propone invece, ispirandosi ad Amartya Sen e a numerosi autori che hanno trattato il tema, una metafora nuova da affiancare criticamente alla precedente, un’immagine orizzontale, liquida, aperta: l’identità come un fiume ricco di acque sempre vive, che non ristagnano mai; il fiume è sempre quello, ma l’acqua scorrerà rinnovandosi, in perenne trasformazione per essere feconda.

Promuovere la generatività

La metafora del fiume ben si presta a illustrare un sistema di scambi e di circolarità ispirato alla reciprocità e alla condivisione: per incidere sul mondo così com’è occorre assumere il paradigma della generatività, caro alla riflessione della coppia di studiosi Mauro Magatti e Chiara Giaccardi. Questi ultimi partono dal concetto di liberazione dell’umano dai lacci della competitività e della produttività, per impiegare risorse ed energie educative volte alla sobrietà , al rispetto del limite, alla capacità di mettere al mondo.

Creare lo spazio perché il nuovo, il risorto, possa apparire richiede alcune scelte di fondo:

 

rinunciare al presentismo onnivoro per alimentare il desiderio di futuro

 

abbracciare un’idea di crescita non legata alla produttività, alla illimitata espansione del sé, ma alla qualità delle relazioni, alla cura del vivente, alla progettualità nello spazio e nel tempo

 

operare in rete e in contatto con contesti concreti

Per avere un’idea più chiara, occorre fare riferimento al sito generativita.it che offre uno spazio di riflessione teorica collegata sempre all’agire sociale. Si tratta di scegliere una postura e un comportamento ispirati alla complessità e alla necessità di agire in sinergia con vari soggetti, con un approccio olistico e sistemico, che integra crescita, sostenibilità, responsabilità, cura per la salute, promozione dei beni comuni e dei beni relazionali.

In sintesi, sono quattro gli atteggiamenti e le fasi in cui si attua la generatività:

 

desiderare, liberandosi dalla dittatura del tutto e subito: è una condizione che gli adolescenti non conoscono perché nasce dalla mancanza, che produce la forza di immaginare

 

mettere al mondo: far esistere e aprire lo spazio del possibile che si concretizza nel dono della vita, della progettualità feconda, e si sostanzia di attesa e di rispetto per l’altro che arriva

 

prendersi cura: adottare misure, strategie per garantire il mantenimento in vita e la crescita del piccolo, modificando punti di vista e scelte per sostenerne la fragilità

 

lasciare andare: è l’ultimo atto generativo che consiste nel liberare e affrancare il nuovo, il figlio, l’alunno dal genitore, dal tutore, dal mentore. Per chi educa è un passo necessario, ma difficile sul piano affettivo e relazionale

In ambito educativo adottare il paradigma della generatività permette di coltivare lo spazio del possibile, sgombrandolo dal già detto o già visto e decolonizzando gli sguardi. La generatività è un grande investimento che coniuga la generosità, intesa come attitudine al dare, con la gratuità intesa come libertà dal compenso o dal ritorno immediato, e presuppone la reciprocità come restituzione e reinvestimento di energie creative.

Il valore dei legami

La generatività pone al centro i beni relazionali, cioè il capitale che sappiamo muovere nel nostro operare educativo che non tiene la contabilità bancaria del dare e dell’avere, ma che produce valori e partecipazione: la nostra grande risorsa sono i legami, le collaborazioni, le sinergie, che non si comprano e non si vendono, generano motivazione, hanno grande valore, sono senza prezzo.

Per non lasciare il mondo a sé stesso, alle sue contraddizioni feroci, occorre tessere le reti della prossimità, prevenire la lacerazione del tessuto sociale, comporre i contrasti, saper gestire i conflitti; una grande capacità e una competenza necessaria anche se ingiustamente trascurata. Chiunque operi nel sociale deve essere consapevole della fecondità delle situazioni conflittuali che stimolano verso la ridefinizione di equilibri ormai compromessi e chiedono creatività e lungimiranza per essere risolti e non repressi.

Come educatori siamo chiamati ad accompagnare il percorso di crescita delle persone affidate alle nostre cure e per farlo abbiamo bisogno di un atteggiamento proattivo e di una volontà di operare, investendo in una semina di cui forse non vedremo il raccolto, ma che sappiamo ci sarà con tempi e modi non sempre a noi noti. Per educare alla complessità e favorire un cambio fecondo di paradigma abbiamo bisogno di un pensiero e di un agire solidale, cooperativo, capace tessere la tela della connessione e della responsabilità.

 

di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

 

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