Un angolo per pensare
Il fenomeno dei femminicidi e la relativa onda emotiva di reazione hanno alimentato una serie di dibattiti destinati ad affievolirsi lentamente, sopraffatti dall’incalzante flusso di informazioni talmente pervasivo da renderci troppo difficile qualunque tentativo di approfondimento o di sosta riflessiva. Il presentismo onnivoro e una frenesia ormai interiorizzata come stile di vita ci travolgono: abbiamo bisogno di rallentare e di coltivare le nostre domande, alimentare un interesse più duraturo e meno effimero. Il ricorso ad etichette per sintetizzare fenomeni storicamente complessi e tutt’altro che lineari (un esempio su tutti: il “patriarcato”) impedisce di fermarsi, di prendersi una salutare pausa per riconsiderare gli elementi in gioco e decostruire narrazioni dominanti.
C’è un tempo per tutto: per ragionare, ponderare e soppesare, tutte attività speculative che rimandano all’idea che ciò che vale sia pesante. Del resto, pensiero e pensare hanno un rapporto etimologico strettissimo, perché usano il pondus, cioè il peso, come criterio di valutazione. E il pensum, inteso come compito da svolgere, aveva a che fare con la quantità giornaliera di lana che la matrona, vera imprenditrice, affidava alle serve perché la trattassero per la filatura. Senza alcuna pretesa di esaustività, sentiamo la necessità di avviare una riflessione più pacata, meno agitata e, appunto, più ponderata.
La necessità del maschile paterno nella società contemporanea
L’eclissi del padre era una tematica già affrontata alla fine del Novecento, il secolo breve delle disgregazioni e dell’evaporazione delle certezze nella metafora della liquidità: si sono dissolti bordi, confini, limiti e frontiere. Entrati nel terzo decennio del Duemila, avvertiamo la necessità di riperimetrare le mappe antropologiche del nostro navigare in acque agitate. Ormai ne siamo certi: l’oscuramento del padre, con esiti ora titanici, ora eroici, a volte nostalgici, non ha prodotto adulti più assertivi, responsabili o maturi.
Incrinare l’autorevolezza paterna e mettere in radicale discussione quella declinazione del maschile ha avuto l’effetto di una sbornia illusoria di libertà dai vincoli e dalle catene, ma ha abbandonato il figlio alle trappole di un rapporto irrisolto con il materno.
Dopo alcuni decenni di assenza emerge un senso di vuoto, un vuoto di senso. È il complesso di Telemaco che Recalcati ha efficacemente rappresentato nel 2015.
La nostalgia del padre assente, espressa da Telemaco nell’Odissea, rappresenta l’attesa della norma, di colui che dà il nome e sancisce con un atto pubblico l’ingresso nella comunità. E definisce confini, imponendo divieti e prescrizioni che possono condannare o salvare. Un padre solido permette ai suoi figli di allenarsi efficacemente contro di lui, contro la sua visione del mondo, li rafforza e li costringe, attraverso il confronto, a perimetrare la propria.
Lo sostiene con autorevolezza Gustavo Pietropolli Charmet in un testo penetrante anche se datato, profetico all’epoca, perfettamente attuale oggi: “Fragile e spavaldo: ritratto dell’adolescente di oggi” (Laterza, 2008). Venerati dai genitori come cuccioli d’oro, gli adolescenti affrontano le loro prove con passo di danza, come se il loro bisogno di essere ammirati e approvati ad ogni costo dettasse legge a scuola e nei contesti extrafamiliari, con esiti catastrofici di sconfitta e fallimento di fronte a qualunque errore, contrattempo, inconveniente, criticità. Il fenomeno, in rapida evoluzione, è tangibile nei suoi effetti devastanti in chi opera in agenzie educative di vario livello: società sportive, scuole, luoghi di aggregazione. Il narcisismo patologico dei genitori e il loro passivo assoggettarsi alla prole, in modo spesso inconsapevole, genera figli cagionevoli, vittime di una nociva iperprotezione.
È il deficit del paterno che non opera come dovrebbe nelle dinamiche relazionali madre-figlio; tutti gli attori in gioco sembrerebbero imprigionati nel cosiddetto ipermaterno, come ha efficacemente argomentato la studiosa Adriana Cavarero in “Donne che allattano cuccioli di lupo” (Castelvecchi editore, 2024).
Partendo dall’analisi del mito greco, l’autrice compie un percorso interessante indagando le icone che hanno celebrato la maternità in modo paradossale, aiutandoci, con un passo ulteriore, ad analizzare le conseguenze che l’ipermaternità ha sul figlio e nel suo rapporto con la madre.
Verso una genitorialità coraggiosa e generosa
In una situazione così rovente, forse occorre operare alcune distinzioni rilevanti. I dibattiti sulle identità di genere e sulle complessità del fenomeno della fluidità non intaccano la questione di fondo relativa ai ruoli e alla responsabilità che la genitorialità comporta: anche nel caso di costellazioni familiari declinate diversamente, il paterno e il materno si riconfigurano nelle loro competenze specifiche, nella loro complessità affettivo-relazionale, e richiedono scelte, rinunce, sofferenze e slanci. Si tratta di ruoli soggetti a costanti ridefinizioni storiche, perché implicati nelle dinamiche culturali.
Spostare i confini più in là non assolve né dispensa dall’assunzione di una presa di posizione educativa nella cura e nella crescita del figlio. Anzi, aumenta la posta in gioco e richiede maggiore consapevolezza. Proseguendo nella ricerca di rotte adeguate per crescere individui maturi, capaci di compiere scelte coraggiose in scenari sempre più complessi, in cui la libertà deve essere declinata come responsabilità e cura del futuro.
di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale