Homepage » Blog » La sfida dell’intercultura pt.1

La sfida dell’intercultura pt.1

Scambiata spesso per una pratica filantropica, l'intercultura è una questione in realtà molto più complessa. Un modello di società capace di risolvere le problematiche legate all'interdipendenza globale e alle migrazioni

Il termine intercultura viene coniato  per la prima volta in Canada nel 1970; la variegata composizione etnica del Paese, risultato di vicende storiche complesse, ha indotto i politici, gli educatori, i formatori e le espressioni più evolute della società civili e pensare un modello di convivenza possibile che consentisse un’armonica partecipazione a tutti i cittadini, indipendentemente dal retroterra etnico o culturale. L’opzione per l’intercultura era resa urgente dalla necessità di prevenire lacerazioni sociali tra gruppi differenziati e comunità di varia provenienza: i nativi, i colonizzatori francesi e britannici, gli immigrati sopraggiunti da varie zone del globo e in epoche diverse.

L’approccio interculturale è riuscito a costruire una società plurale, fondata sulla partecipazione e sull’appartenenza allo stato canadese, in nome di una politica di concessione della cittadinanza agli immigrati aperta, non selettiva e non discriminante.

In particolare in Canada vengono superati due modelli classici di inserimento di gruppi minoritari: il modello assimilazionista alla francese che scaturisce dalla storia coloniale ed è fondato sulla francesizzazione dei nuovi arrivati e sull’implicita rimozione del retroterra di provenienza, per arrivare all’obiettivo della naturalizzazione. Tale modello presenta varie criticità educative perché in modo più o meno implicito incoraggia il silenziamento di aspetti identitari significativi.

Il Canada ha anche rinunciato al modello anglosassone di tipo comunitarista che, invece, consente alle comunità di organizzarsi con relativa autonomia in seno alla società maggioritaria senza significative interazioni, con il rischio evidente di creare enclavi e gruppi ristretti in cui vigono consuetudini dei Paesi di origine, applicate spesso con intransigenza. Tale modello tende ad isolare e non ad integrare.

L’intercultura è una questione complessa, spesso banalizzata o trasformata una pia pratica di filantropia, a volte sincera, a volte venata di paternalismo.

Quando si parla di intercultura occorre sgombrare il campo da alcuni equivoci, vivi  almeno in Italia:

 

Non è una serie di pratiche di pronto soccorso o di accoglienza a scuola di bambini dal retroterra migratorio.

 

Non è esotismo o fascinazione o folclorizzazione delle differenze relative ai cibi, alle feste, alla musica o alla danza.

 

Non riguarda esclusivamente gli ambienti di formazione o l’associazionismo di vario tipo o il volontariato.

 

Non è una scelta opzionale, filantropica, o radical chic

Cercheremo di fornire una risposta chiara a ciascuna obiezione:

L’intercultura nella sua accezione più ampia e più aggiornata ha un forte peso politico, esce dalle scuole e si diffonde nei luoghi della socialità: ambienti di lavoro, ospedali, carceri, musei, teatri, cimiteri.

L’approccio interculturale non si lascia sedurre dagli aspetti più appetibili e attraenti, evita spettacolarizzazioni facili perché assume tutta la complessità e le sfaccettature che la presenza di comunità migranti comporta, compresa la gestione di aspetti conflittuali.

In questo senso occorre anche una valutazione giuridica attenta che mobilita ambiti disciplinari diversi per attuare una politica di riconoscimento delle differenze; non tutte le richieste formulate possono essere accolte: sì alle mense a scuola con menù riservati a bambini di fede musulmana, sì all’uso del velo purché non imposto e limitato alla copertura della capigliatura e non del volto che deve essere libero e visibile; no ai matrimoni combinati, no alla segregazione femminile domestica, no alle mutilazioni genitali femminili.

I giuristi più avanzati ritengono di poter concedere il riconoscimento di richieste di tipo culturale solo se non contraddicono principi giuridici fondativi della Costituzione e se la negazione del riconoscimento priverebbe la persona della partecipazione alla vita pubblica (il turbante dei Sikh).

Ma soprattutto non è una moda o una buona pratica scolastica, ma un modello da assumere per gestire trasformazione sociali irreversibili, non procrastinabili che da tempo anche nel nostro Paese sono attive.

Il caso Italia

L’Italia è diventata Paese di arrivo di migranti a partire dagli anni 90 e la data più significativa per datare l’inizio di una presa di coscienza più chiara del fenomeno è la morte di Jerry Masslo, lavoratore stagionale sudafricano emigrato per sfuggire all’apartheid e ucciso nel 1989 in una rapina a Villa Literno, terra di caporalato. Il suo assassinio lancerà la prima marcia antirazzista nel nostro Paese.

A partire da quegli anni anche il Ministero della Pubblica istruzione emanerà, sotto vari ministri, circolari e raccomandazioni volte a favorire l’accoglienza di bambini figli di migranti economici o rifugiati politici. La mobilitazione del mondo della scuola è stata costante negli anni, grazie alla passione e all’impegno di migliaia di insegnanti che hanno fatto delle aule contesti di riconoscimento, di partecipazione e di costruzione di una società aperta fondata sulla condivisione del patto costituzionale.

Eppure molte forze in Italia si oppongono anche politicamente all’adozione di un modello di convivenza fondato sulle pari opportunità e sull’inclusione: alcune azioni sono sempre state ostacolate, come la concessione della cittadinanza fondata sullo ius scholae o ius culturae e non sullo ius sanguinis.

L’Italia è un Paese in ritardo anche per alcune rimozioni storiche molto forti: interi capitoli di storia non sono stati elaborati a livello collettivo, come il colonialismo italiano e l’emigrazione. Questo punto merita un approfondimento attento: come non è stato metabolizzato efficacemente il nostro rapporto con il fascismo, egualmente non abbiamo aperto una questione coloniale.

Fare i conti con la propria storia senza autoassolversi, avviare processi di decostruzione e di consapevolezza è un passaggio obbligato per fare dell’intercultura una svolta trasformativa e non una modo passeggera o un festival cinematografico o gastronomico.

Aprire l’occhio pigro

Quali sono i passi più urgenti da compiere? Imparare a non dipendere da una narrazione unica, ma favorire l’intreccio delle storie, ascoltando le voci silenziate e rimosse: occorre imparare ad accettare le pagine scure della storia recente per decolonizzare lo sguardo, l’immaginario ancora fortemente suprematista, etnocentrico.

Occorre assumere le posture necessarie per accettare l’idea della complessità, delle interdipendenze globali, del fatto che occorre maturare quella che Egar Morin chiama l’identità terrestre, la coscienza di un’appartenenza alla specie umana in relazione vitale con altre specie, tutte necessarie alla nostra sopravvivenza sul pianeta Terra.

Occorre un mutamento di paradigma perché, come afferma Clifford, ci mancano le storie, le voci di società e gruppi diversi dai nostri per ribaltare la narrazione unica fondata sul progresso verticale e sullo sfruttamento. Occorre imparare dall’ascolto con umiltà per tenere a bada le nostre ambizioni coloniali di dominio degli altri esseri che popolano la Terra, umani e non. In questo senso l’approccio interculturale favorisce una nuova visione della storia e della nostra relazione con il mondo, mobilita risorse necessarie per tornare ad immaginare un futuro possibile.

 

di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

Articoli correlati

Una nuova grammatica per la pace

Siamo tutti onlife!

Costruire ponti narrativi per attraversare il conflitto