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La crisi delle relazioni nella società del rischio | Per una nuova educazione

Nell'era della precarietà e della frammentarietà abbiamo perso la capacità di tessere buone relazioni, soprattutto laddove servirebbero di più. Antonella Fucecchi esamina patologie e soluzioni

La nota definizione aristotelica dell’uomo come zoon politikòn, cioè animale politico, indica la vocazione insopprimibile della specie homo alla relazionalità, dal momento in cui il nuovo nato viene “gettato” nel mondo al momento in cui concluderà la sua esistenza terrena.

Le relazioni primarie garantiscono la sopravvivenza al cucciolo d’uomo, il più indifeso ed inerme dei piccoli di ogni specie, quello che ha bisogno di cure parentali più lunghe, laboriose e ricche di stimolazioni affettive ed emotive.

Ma in ogni fase della vita le relazioni costituiscono la rete di senso nella quale assumono valore le nostre scelte e le azioni che decidiamo di compiere, il tempo che impiegheremo e l’investimento di energie profuso.

Relazioni strappate in un mondo frammentato

Il tema delle relazioni diventa centrale nel momento in cui ci accorgiamo, nella quotidianità, di non riuscire più a costruirle, quando il terreno dell’intesa comune frana con conseguenze devastanti. Non sappiamo affrontare la fine di una relazione forse perché non abbiamo imparato a gestirla nei suoi mutamenti, tentando di non farci investire da conflitti e tensioni; l’illusione della stabilità ha lo scopo di ripararci dalle maggiori minacce: l’insicurezza, la precarietà, l’incertezza.

La filosofa Elena Pulcini ha indagato con efficacia nel 2009[1] quali siano i bisogni relazionali nel tempo presente e quali siano le patologie causate da una globalità che sta perdendo il suo essere un mito, minacciata dalla frantumazione e dal riemergere di vaste aree di conflittualità e di guerre.

L’era della globalità ha amplificato il nostro bisogno di relazione in funzione difensiva e securitaria: inserito in una rete di interdipendenze, il cittadino globale ha elaborato due risposte, entrambe patologiche:

  • l’individualismo illimitato: la centralità dell’io e delle sue pretese, espresso dalle figure mitologiche di Prometeo (la sfida al limite) e Narciso (la fascinazione dell’ego); questo atteggiamento genera un “impulso illimitato alla autorealizzazione, entropicamente chiuso nel circuito autoreferenziale dei propri desideri”, ma comporta anche la perdita di un orizzonte condiviso, di una coscienza del bene comune, di una progettualità e dell’idea di futuro.
  • Il comunitarismo endogamico: la reazione alla solitudine globale può assumere l’aspetto di una fame di comunità, di un bisogno di relazioni che definiscano confini e siano fortemente connotate perché si intende reagire alla paura della perdita di identità, al terrore di essere assorbiti da flussi globali omologanti; emergono, allora, i rischi del tribalismo, del localismo esasperato, dei vessilli identitari, della lotta alla differenza.

[1]E.Pulcini, La cura del mondo.Paura e responsabilità nell’età globale, Bollati Boringhieri, Torino 2009

Tessere relazioni di cura

La Pulcini indica come via d’uscita la capacità di stare nel mondo non per isolarsi cercando un’affermazione solitaria e solipsistica, né per difendersi dall’irruzione di alterità considerate pericolose e minacciose, ma per assumersi la responsabilità di averne cura, di esserci per e non contro.

Il bisogno di comunità deve essere reinterpretato in chiave generativa, non emarginante, non escludente, non oppositiva. Le dinamiche dei nostri tempi tristi e violenti dimostrano che abbiamo perduto la saggezza della tessitura della relazione; siamo vittime, anche a livello educativo, di un allarmante analfabetismo; non sappiamo neanche costruire reti di relazioni solide nel nostro ambiente di vita e di lavoro, perché l’erosione è talmente forte da richiedere la volontà costante di rammendare gli strappi e cercare di recuperare coesione sociale, dal basso e dal centro, non solo dall’alto. Le reti sociali di prossimità sono necessarie per provare a guarire le periferie malate di mancanza di cura, le famiglie disfunzionali, le povertà emergenti, la cronica sfiducia e la mancanza di prospettive.

Nuoce alla buona tessitura di una relazione l’illusione ingenua che la relazione risolverà tutti gli interrogativi rimasti aperti o sanerà tutti i deficit affettivi. Al contrario la relazione denuda, interpella, esige la nostra autenticità mettendo al centro il rapporto complesso tra libertà e responsabilità.

Dovremo imparare ad accettare anche l’esito insoddisfacente come effetto di una eterogenesi dei fini di cui non ci siamo avveduti: in ambito associativo o lavorativo abbiamo impostato strategie, progettato con rispetto di protocolli e procedure, calcolato le risorse disponibili, ma ci troviamo spesso davanti a ritorni modesti, a riscontri inferiori alle attese. Forse abbiamo trascurato aspetti che non sono meramente tecnici o professionali, ma relazionali: fraintendimenti, dialoghi mancati, occasioni perdute di chiarimento, silenzi protratti possono compromettere la buona qualità di uno stare insieme, come smagliature segrete di un tessuto.

Avere cura

Il benessere delle relazioni è il patrimonio più grande che abbiamo a disposizione sia in ambito lavorativo che amicale o familiare. Auguriamoci di non doverlo constatare quando lo abbiamo perso. Ma le relazioni hanno bisogno di una manutenzione e di un atteggiamento di cura costante: per essere feconde hanno necessità di evolvere e di essere trasformative

La cura intesa come to cure, ma soprattutto come to care, è attenta alle trasformazioni e affronta i conflitti cercando di valorizzare la domanda che vi si nasconde dietro, non teme il confronto e reinventa le relazioni perché restino vive. La cura non impone e non limita la libertà, uno dei grandi temi su cui il nostro mondo si incaglia: agire liberamente in modo responsabile è l’atteggiamento corretto di una personalità adulta.

La cura si accompagna anche etimologicamente alla curiosità (interessamento, accadimento), ma anche all’affanno, alla preoccupazione per il bene dell’altro.

Un mito classico del I secolo dopo Cristo raccontato da Igino risulta particolarmente illuminante. La dea Cura, passeggiando sul greto di un fiume rimane attirata dalle impronte lasciate dai suoi piedi sulla creta e, colta da curiosità, inizia a plasmare la terra traendone delle figure umane; conclusa la sua opera chiede a Giove di infondere loro un soffio vitale e così ha origine l’uomo. Ma al momento di dare un nome alla creatura, sorge un conflitto tra Cura che pretendeva di poterlo scegliere lei, Giove che dichiarava di avere una precedenza avendogli infuso la vita e la Terra che aveva fornito la materia prima. Il dio Saturno, o Cronos (talvolta confuso con il tempo), invocato come giudice stabilì equamente quanto segue: alla morte l’anima sarebbe tornata a Giove, per lo spirito infuso, il corpo alla Terra da cui era stato plasmato, ma per tutta la durata della vita, Cura lo avrebbe posseduto, avendolo modellato. Il nome homo fu legato ad humus, il fango da cui era stato tratto. È Cura a garantire la nostra sopravvivenza.

L’antropologa Margareth Mead, indicò l’atto fondativo di una civiltà nella capacità di assistere la persona colpita da frattura. La presenza del callo osseo era la conferma che l’individuo era stato sostenuto e soccorso, alimentato da un membro della famiglia e dal gruppo che se ne era fatto carico non abbandonandolo. È il femore rotto a renderci pienamente umani perché sviluppa la pazienza e la premura necessaria per riparare, far guarire, coltivare l’attesa; suggerisce all’ingegno di trovare soluzioni diverse quando è messa a dura prova l’efficienza di una persona debilitata. In questa erosione di humanitas che ci consuma abbiamo bisogno di includere nel nostro orizzonte di senso la malattia, la vecchiaia, la vulnerabilità, ma anche le risorse per intervenire, risanare, rammendare, ridare fiducia: è questo l’olio per le nostre lampade, il sale e il lievito del nostro agire insieme.

 

 

di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

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