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Keating e Korczak: responsabilità e sfide nell’educazione alla legalità

Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

La sfida educativa nel contesto contemporaneo

Educare è il verbo più importante da cui partire per avviare questa riflessione: educare è oggi una sfida, un traguardo irto di difficoltà e pieno di dubbi. Chi educa da genitore, da formatore o da insegnante porta sulle spalle un peso di cui la società attuale si guarda bene dal farsi carico.

Chi educa – o tenta di farlo – non può avvalersi di un tessuto sociale solido e ben costruito intorno ad un insieme di valori incorporati, latenti e condivisi che fino a tre decenni fa consentivano di cooperare con collaboratori, né di co-attori impegnati su diversi fronti in ambito politico, civile, sportivo, associativo in un’idea di formazione e di crescita comune: diventare cittadini.

Nessuno vuole assumersi il ruolo pesante dell’educatore: saper dire di no, fissare dei limiti, orientare gli sforzi e sostenerli, accettare i silenzi o i musi lunghi, correggere senza umiliare, emendare senza punire.

Non esiste un’educazione efficace senza una matura divisione dei ruoli e senza una coscienza dell’asimmetria relativa all’anagrafe o alla funzione, al compito da svolgere. Queste relazioni educative non possono essere paritarie, anzi sono nutrienti ed efficaci proprio perché esiste uno scarto di potere e di autorità. L’asimmetria non pregiudica la reciprocità e il mutuo rispetto, al contrario: verrà riconosciuta come la qualità necessaria perché quella relazione abbia il suo significato intero e la sua massima incisività.

Il coraggio e la responsabilità dell’educare

Educare richiede una grande forza d’animo, un convincimento non superficiale delle finalità cui le azioni formative devono tendere; è un costante esercizio di umiltà, capacità di riconoscere gli errori che si commettono, la pazienza dell’attesa, la disciplina dell’ascolto.

Per educare occorre saper stare sulle proprie gambe, anche quando il momento è difficile, il no è più pesante, la delusione è dietro l’angolo.

La perdita di consenso può condizionare educatori e genitori, specie se si parte dall’idea che non occorre forzare, se si punta solo ed esclusivamente alla riduzione della fatica, dell’impegno, alla semplificazione o fluidificazione dei percorsi, nella convinzione che al giovane debbano essere risparmiati sforzi e complessità.

Il rischio maggiore è cercare di sedurre l’alunno, di allettarlo, di guadagnarsi la sua ammirazione attraverso una complicità simpatica, una accondiscendenza ammiccante.

Questo è il comportamento del professor Keating, protagonista del film L’attimo fuggente, un docente ammantato da un’aura eroica, in apparenza un motivatore, un suscitatore di emozioni e di sogni.

Entra nel college come un liberatore, ne esce espulso come un ribelle, ma non tutti gli ammiratori della pellicola hanno colto gli elementi dissonanti e distonici presenti nella condotta del prof. Keating. Proviamo a scoprirli insieme.

L’esempio negativo del professor Keating: i limiti del ribellismo educativo

La struttura del college in cui i giovani passeranno gli anni più significativi della loro crescita culturale è soffocante, autoritaria, gerarchica, verticistica, ma garantisce il raggiungimento di obiettivi cognitivi eccellenti e consente di servirsi di ottimi strumenti di conoscenza e di istruzione.

L’ingresso del prof. Keating è regolato da un contratto, che definisce ruoli, limiti e responsabilità. All’interno di quegli spazi avrebbe dovuto interagire vigilando sulla crescita dei suoi alunni.

Ma già dal primo momento il suo esordio è dirompente e fragoroso, apre la mente e il cuore degli alunni ad orizzonti affettivi e relazionali impetuosi ed esplosivi, perché non sono adeguatamente preparati e sostenuti in questo entusiasmante cammino di scoperta delle potenzialità e dei talenti ancora nascosti.

Il professore sa accendere la miccia, ma è a corto di contromosse efficaci e di strategie meno plateali e scenografiche per affrontare le conseguenze delle sue azioni: un alunno si suiciderà perché non in grado di gestire il conflitto con l’autorità, inevitabilmente deflagrato.

Se Keating avesse agito nel bene dei ragazzi e per una trasformazione evolutiva delle regole della scuola, avrebbe dovuto provare ad infrangerle con avvedutezza, evitando che le schegge cadessero sulle teste indifese dei ragazzi, sulle loro fragilità messe a nudo troppo presto.

Il suo protagonismo, erompendo con una sfolgorante vitalità, sconcerta e accende, ma non offre strumenti, mappe, cartine per muoversi in modo avveduto all’interno di un ambiente formativo ostile. Non basta accendere il fuoco della passione, occorre educare a gestirla per evitare che si consumi in un falò improvviso; è necessario imparare ad alimentare la fiamma della lampada perché un vento troppo violento non la spenga subito.

Sarebbe stato importante insegnare ai ragazzi a resistere, lavorando in modo meno vistoso, accompagnandoli in tutto il loro percorso senza lasciarli orfani e soli, con una sensazione di nostalgia e di sconfitta. Avrebbe dovuto additare la strada aprendola insieme a loro, insegnando loro come si fa a sopportare la fatica allevando un sogno, nutrendo la fiducia nel futuro e nel progetto.

Restare nel college, dietro la cattedra, a difendere il suo ruolo all’interno dei termini che la legge gli consentiva, gli avrebbe permesso di evitare la reazione sanzionatoria del senato accademico: anzi studiando le mosse giuste per allearsi con i soggetti meno duri, avrebbe incoraggiato anche i colleghi più disponibili a lavorare collegialmente.

Ma ha preferito l’assolo, spingendo gli alunni a compiere la rivolta che lui stesso non seppe fare a suo tempo contro l’autorità, preferendo uscire in modo pirotecnico senza riuscire a maturare. Eppure avrebbe avuto a disposizione altri strumenti per un lavoro di decostruzione dall’interno, consentendo di acquisire strumenti critici per leggere ed interpretare la realtà, per affrontare un cammino di crescita arduo accanto a loro, fino al conseguimento del titolo finale.

​L’educatore autentico: esserci sempre

Il vero formatore rinuncia al protagonismo, agisce nell’ombra, non richiama l’attenzione su di sé.

Un esempio di educatore capace di darsi fino all’ultimo è stato Janusz Korczak, il pedagogista ebreo autore di importanti testi sul bambino e sul diritto dei bambini al rispetto, fondatore dell’orfanotrofio del Ghetto di Varsavia, una rete di protezione per i piccoli abbandonati.

Le regole assennate, rigorose che scandiscono le attività danno ai bambini la sensazione di non essere inghiottiti dal male che imperversa fuori, la certezza che il bene esista, nelle loro camerate, nelle aule. E per molti di loro divenuti adulti, scampati al massacro, quella esperienza ha permesso di continuare a credere nella vita.

Al momento della liquidazione del Ghetto, quando le SS impongono lo sgombero e la deportazione, Korczak rifiuta qualunque lasciapassare ed insieme alle sue educatrici, alla testa dei bimbi schierati in fila, sale sul treno che li porterà a Treblinka, perché i bambini non possono essere lasciati soli.

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