Homepage » Blog » I beni relazionali | Per una nuova educazione

I beni relazionali | Per una nuova educazione

Nel lavoro del sarto potrebbe trovarsi la soluzione all'analfabetismo relazionale che caratterizza la nostra società individualista, in cui le relazioni, invece di essere tesori, sono viste come catene che ci limitano

Analfabetismo relazionale

Il cammino annuale di questa nostra rubrica mensile sarà legato al tema della relazionalità, della qualità del convivere, della condivisione, della tenuta delle nostre reti sociali. Ci sembra urgente farlo perché la sensazione di disintegrazione dei corpi sociali è troppo forte e sembra poter investire anche il nostro ambito. Non si tratta di fenomeni legati all’andamento economico o finanziario, ma alla condizione psicologica in cui siamo immersi, al deficit di fiducia che getta un’ombra di scoraggiamento sul nostro agire.

Proveremo a lavorare per parole chiave perché avvertiamo l’esigenza profonda di stilare un alfabeto emotivo e affettivo: si ha l’impressione, infatti di una profonda diseducazione, di una regressione evidente, di una mancanza di formazione che riguarda ormai anche gli adulti, i giovani adulti o gli adulti restii a diventare tali.

Tra i molti miti che caratterizzano i nostro tempi, infatti, spicca la seduzione della chimera del forever young, causa ed effetto di una società narcisistica tenacemente legata ad una convinzione illusoria: l’infinita espansione dell’ego. Immersi nella dittatura del presente, incapaci di cogliere la tridimensionalità di rapporti cronologici con il passato e con il futuro, siamo ostaggi di un individualismo assoluto. Il rischio o il destino è vivere come monadi che vedono nell’irruzione dell’altro solo un attentato al proprio benessere. Il mito della sicurezza serve a contenere la paura di essere aggrediti, ma ci consegna all’orrore della solitudine che diventa isolamento. Tutto questo produce la sensazione di una fine della socialità.

La diffusione della rete non consola: siamo esseri sociali, non social, riusciamo ad essere pienamente noi stessi all’interno di una comunità, non di una community. Come animali relazionali abbiamo davvero una necessità ontologica di collegarci, di agire sinergicamente, di ritrovarci per confrontare visioni del mondo, progettualità, reti di senso. Abbiamo bisogno, per farlo, di affidarci gli uni agli altri, di costruire alleanze e fare comunità: la finalità è vivere bene, vivere meglio, raggiungere una condizione di benessere il più possibile estesa, senza distinzioni di ceto, di appartenenze o di fedi religiose, limitando di fatto le diseguaglianze e le asimmetrie. Già in queste poche righe si scoprono parole chiave da approfondire, per esempio il termine ambiguo, ambivalente e scivoloso come comunità, il concetto di bene comune, di generosità e generatività che diminuiscono quando si saturano tutti gli spazi.

❮❮ Immersi nella dittatura del presente, incapaci di cogliere la tridimensionalità di rapporti cronologici con il passato e con il futuro, siamo ostaggi di un individualismo assoluto ❯❯

Prendersi cura delle relazioni

Non si esercitano più le competenze relazionali essenziali che chi ha esperienza di associazionismo, di attività di terzo settore, di cittadinanza attiva sviluppa ed esercita quotidianamente: ascolto, accoglienza, capacità di mediare, gestione del conflitto, generosità, pazienza, capacità di perdonare e di riconoscere i propri errori. Si tratta di qualità che in tempi come i nostri, che Baumann ha definito (ormai quasi 30 anni fa) liquidi, non sono più condivise, incorporate o sottintese nel sentire comune. Ne facciamo esperienza quotidiana nella vita lavorativa, negli scambi sociali, nelle scuole e purtroppo anche nelle famiglie: i legami sono liquefatti, deteriorati, volatilizzati. È all’interno della coppia il campo su cui si combattono battaglie durissime e avviene la capitolazione e la resa dei più vulnerabili, dei più indifesi, coloro per i quali la famiglia dovrebbe essere un presidio di accoglienza, di sicurezza, di crescita umana.

Si fa fatica a dire noi anche quando si è solo in due, perché preferiamo la certezza dell’uno, da solo, autosufficiente. I rapporti quotidiani diventano legami percepiti come catene insopportabili, lo spazio di condivisione sembra sottrarre libertà, la crescita dei figli un’incombenza pesante e insostenibile, e non solo per questioni economiche.

È in corso un’erosione grave di valori una volta tacitamente condivisi, a prescindere dalle convinzioni religiose e/o politiche o ideologiche: abbiamo difficoltà evidenti, patologie, narcisismi, egoismi, miopie, asfissia del cuore, anemia dei sentimenti. Crisi di panico o attacchi di ansia affliggono buona parte della popolazione, specie giovanile, mentre il diktat della velocità brucia in un presentismo onnivoro le esitazioni, le remore, gli scrupoli che pure sono parte integrante di una valutazione del comportamento che ha bisogno di tempi adatti. Stiamo clinicizzando la timidezza, la riservatezza, la mitezza. Prova ne sia che le voci più autorevoli e in grado di proporre una disamina dello stato attuale sono prevalentemente psicoterapeuti come Crepet o Recalcati che nelle loro analisi, affidate a testi o a interventi più brevi, provano a fornire qualche chiave interpretativa di quella che potremo chiamare catastrofe antropologica. Di fronte alla disgregazione in corso, le nostre reti relazionali capaci di tenere hanno un valore straordinario che va coltivato e nutrito; sono il tesoro più grande, che non potrà essere portato via, sono le nostre lucerne ancora accese, il nostro olio di riserva, la capacità di coltivare la fiducia.

La pazienza del laboratorio di sartoria

La metafora della tessitura è la più adatta a rappresentare la situazione che stiamo vivendo: smagliature, strappi, lacerazioni di un tessuto sociale che non ci offre più occasioni di crescita e che, però, ha bisogno di tutta la nostra premura per essere riparato, rammendato, ricucito, con la pazienza di chi sbroglia le matasse, di chi dice “ecco, ecco” quando un nodo cede senza essere rabbiosamente strappato. Occorrono i tempi giusti e l’alacrità del lavoro del sarto, che non getta nulla, ma sa comporre e lavorare con gli scampoli. Quelli che coltiviamo nella fedeltà a un progetto, nella condivisione, sono i beni relazionali, gratuiti e senza prezzo, ma preziosi e necessari. Li abbiamo a volte senza valutarli abbastanza perché prevale la frustrazione o il disincanto. Eppure se non possiamo “cambiare il mondo” possiamo migliorare il nostro mondo. La situazione esistenziale attuale è la nostra occasione di esserci, ora e non dopo, in questo luogo e non in altri. È questo lo spazio che abbiamo per imparare a guarire, a rimediare (nel senso di mediare di nuovo) di sperimentare la creatività che solo il limite sa offrire, per agire al di qua del bordo e orlare le ferite che restano aperte trasformandole in asole per collegarsi ad altre parti. Che senza quel vuoto non avremmo visto.

 

di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

di Andrea Zaniboni

Articoli correlati

Una nuova grammatica per la pace

Siamo tutti onlife!

Costruire ponti narrativi per attraversare il conflitto