La classe come comunità di apprendimento
L’ingresso a scuola segna l’uscita dal chiuso delle pareti domestiche e l’accesso a una dimensione sociale che include gradualmente soggetti diversi e allena al confronto, al conflitto, alla mediazione. Qualche volta alla necessità di compiere un passo indietro, di accettare una sconfitta o riconoscere un errore. Sono passaggi di crescita che, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria superiore, accompagnano lo studente nel suo percorso evolutivo, che può essere visto come un bozzolo, un nido da cui uscire. Le etimologie dei termini impiegati per indicare tali processi sono infatti di origine latina e sono caratterizzate dal prefisso e/ex sia quando indicano l’azione compiuta dalla figura dell’adulto formatore (come e-ducare, e-rudire) sia quando indicano l’azione svolta dal soggetto più giovane: e-volvere, uno svilupparsi inteso come uscire dal viluppo della condizione infantile.
Si tratta di processi che richiedono un grande impiego di energia per sconfiggere le numerose resistenze al mutamento: “alzati e cammina” è l’imperativo evangelico alla base di ogni rinascita, di ogni resurrezione, dell’uscita dalla tana delle certezze, dal tepore della penombra. Un processo di crescita consente di raggiungere un’autonomia di giudizio, di conquistare uno spazio nel mondo, scoprendo lungo il percorso le proprie risorse, o le potenzialità, le curiosità e gli interessi che non sapevamo di avere.
La scuola è un luogo pubblico, aperto, laico, una palestra di formazione del cittadino a valori di collaborazione, solidarietà, bene comune e condivisione dei valori costituzionali che superano appartenenze di tipo etnico, politico, linguistico, religioso e di genere. Per questo l’home schooling andrebbe considerato come il ricorso ad una scelta eccezionale motivata da ragioni gravi: perché un processo evolutivo di maturazione avviene in un contesto di confronto, di partecipazione. Non è bene pensare a questa evoluzione solo come al potenziamento di punti di forza volto competitivamente a garantire livelli di eccellenza. L’educazione alla convivenza e la sua grammatica si imparano insieme.
La fragilità come chiave di lettura
Eppure, nell’età adolescenziale, il percorso di crescita avviato gioiosamente nell’età infantile, l’età del cucciolo d’oro adorato da genitori in dialogo, non autoritari, complici di questa meravigliosa avventura, subisce una battura di arresto e vive una graduale o brusca inversione di tendenza. È la ricerca di un’autonomia e di un affrancamento che modifica le coordinate del rapporto con i genitori: non sono come vorresti. La constatazione di una mancata sovrapposizione tra le aspettative genitoriali (consce o inconsce) e le percezioni di sé che un adolescente tragicamente avverte genera reazioni dolorose destinate a minare l’autostima, la sicurezza, la fiducia nelle proprie capacità. È ancora una volta Matteo Lancini, presidente dell’Associazione Minotauro, impegnata da anni nello studio del disagio giovanile, a fissare questo doloroso stato di insicurezza esistenziale dell’adolescente nel titolo di un testo: Sii te stesso a modo mio (Raffaello Cortina Editore, Milano 2023).
Il sottotitolo fa riferimento esplicito alla fragilità, una chiave di lettura già adottata dallo psicologo Gustavo Pietropolli Charmet ed esplorata nel testo Fragile e spavaldo: ritratto dell’adolescente di oggi (2008), rivolta però non alla condizione del soggetto in crescita, ma all’instabilità emotiva e relazionale dei suoi genitori. Nel testo di Lancini la fragilità è propria degli adulti che dovrebbero sostenere la crescita: dal 2008 ad oggi la situazione si è invertita e gli adolescenti fragili del 2008 stanno diventando adulti che portano con sé ferite non elaborate.
Secondo Lancini la situazione attuale si può interpretare come post narcisistica: i ragazzi si adattano alle richieste di adulti, genitori, insegnanti, istruttori, imponendosi sforzi sovrumani che in una società fortemente competitiva condannano a vivere in un clima di insicurezza complessiva, in un’ansia generalizzata le cui cause sono difficili da individuare. Sono gli stessi genitori a non sapere interpretare, ad ammettere la loro sostanziale inadeguatezza perché “alle prese con una crescente fragilità”. Per sostenere il percorso adolescenziale sofferente di un ragazzo o di una ragazza non si può prescindere dalla presa in carico delle difficoltà degli adulti.
Lo sbaglio fecondo
La fragilità adulta incide negativamente anche sull’acquisizione di alcuni atteggiamenti e comportamenti necessari per affrontare frustrazioni, insuccessi e mancati riconoscimenti, inevitabili nel processo di apprendimento. Quest’ultimo dovrebbe rivalutare l’errore come occasione propizia per imparare con consapevolezza, per riflettere sulla scelta tra varie opzioni possibili. Errare è prendere un cammino diverso da quello indicato, deviare, uscire dal solco: accettare di aver sbagliato e comprendere le ragioni della deviazione accende la consapevolezza, rende più accorti e attenti, mobilita risorse importanti di resilienza e di resistenza. In questo, la spasmodica attesa del risultato giusto subito, della conferma della propria eccezionalità, genera una delusione cocente e alimenta aspettative irrealistiche: adolescenti cresciuti per affermarsi, con la convinzione di avere il diritto ad eccellere sempre, inciampano e franano come vittime di un’ingiustizia insopportabile, cui il genitore cerca di porre rimedio attraverso vari espedienti. Queste dinamiche sono frequenti a scuola: si arriva persino alla clinicizzazione di disagi transitori che vengono certificati come patologie invalidanti. Lo scopo è facilitare, semplificare il percorso, come se crescere fosse incedere su un tappeto rosso verso il successo formativo e professionale.
Il vero problema è la rimozione del dolore, della fatica, della delusione, della sconfitta momentanea, che in primis il genitore vive colpevolmente come un proprio fallimento, come se il suo compito fosse accontentare il figlio in tutto nel timore di perdere il suo amore. Questa inversione di sguardi genera una spirale nefasta: il ragazzo o la ragazza percepiscono la delusione genitoriale come effetto della propria inadeguatezza e questo senso di colpa produce un drammatico crollo di autostima. Il risultato è un’infelicità crescente che ha effetti nefasti sul più piccolo.
Una solitudine senza rimedio: non sentirsi degni d’amore
I fattori di sofferenza psichica nell’adolescente variano nel tempo per intensità e gravità e sono lo specchio rovesciato delle incongruenze e delle contraddizioni del mondo degli adulti, genitori e insegnanti che sottovalutano o non vedono le cause della sofferenza, sordi ai richiami o incapaci di un’ermeneutica efficace.
In realtà la classe da comunità di apprendimento si trasforma spesso in comunità di sofferenza tanto più acuta quanto fraintesa o non colta: l’insuccesso scolastico, la crisi relazionale tra i genitori, l’incomprensione tra genitori e educatori, alimenta nello studente la sensazione di vivere o sopravvivere in un orizzonte di incertezza in cui neppure chi si occupa di lui o di lei sa individuare i percorsi giusti o adatti. Alla crisi educativa in cui siamo immersi corrisponde l’aumento dell’ansia generalizzata e senza causa che affligge molti adolescenti alla ricerca di compromessi o vie di uscita. Un giovane disperato può tentare varie strade: dall’isolamento sociale all’autolesionismo, alla dipendenza da social e dispositivi. La drammatica forma di analfabetismo affettivo e relazionale produce un’incapacità di lettura, riconoscimento e gestione delle emozioni che vengono agite direttamente, senza filtri, con comportamenti ribelli e violenti, forme di bullismo, selfcutting, ritiro e, nei casi più estremi, suicidio.
Saper accogliere e contenere: Mumintroll e Nagaluk
L’atteggiamento necessario di un adulto impegnato in una relazione educativa che sta vivendo un periodo difficile è fare da specchio, essere un argine, un muro di contenimento, una barriera contro la violenza delle passioni tristi. Deve essere autorevole e credibile, sostenere il passo incerto di chi è dominato dalla paura di fallire, di non essere amabile, di sentirsi un rifiuto, un peso inutile.
Due brevi racconti possono esemplificare ciò che a volte occorre fare.
Il primo è tratto da una relazione di David Grossman sulla solitudine (Festival della letteratura, Roma 2001). Per descrivere le paure di un bambino alle prese con una crisi puberale di trasformazione e di crescita, Grossomann cita un racconto tratto dalla storia di Mumintroll. Mumin entra nel cappello nero di un mago, mentre gli altri compagni si tengono alla larga. Ne esce a fatica trasformato in un mostro che causa la fuga di tutti gli amici. Mumin cerca in ogni modo di rassicurarli sulla sua identità, ma nessuno lo ascolta: il suo aspetto mutato li spaventa. In preda alla disperazione, si imbatte supplichevole negli occhi della mamma che gli dice “Io lo so chi sei: sei il mio Mumin!” E Mumin ritorna il bambino che era, riprendendo le sue sembianze. A Gregor Samsa nelle Metamorfosi di Kafka questo sguardo è mancato.
A volte bisogna saper essere lo sguardo che salva, a volte far sapere di esserci può salvare dalla perdita e dalla voragine della solitudine senza ritorno. Lo specchio riflettente non è quello di Narciso, liquido ed infido, ma quello di chi non si spaventa e non entra in crisi sulla propria funzione, ma sopporta il lato ignoto e oscuro delle trasformazioni necessarie per diventare se stessi.
Il secondo esempio riguarda il senso di colpa che paralizza ed è costituito dalla storia di Nagaluk, una donna inuit che ha perso il suo bimbo neonato. Si tratta di un episodio estrapolato dal romanzo di J.F. Degenhardt Petrolio e olio di Foca. La donna ha scrupolosamente seguito tutte le complesse operazioni che in latitudini così estreme sono indispensabili per garantire la sopravvivenza di un neonato: scaldare la culla, preparare il cibo, tenerlo al caldo, e si era dedicata con assoluta passione al la cura del piccolo. Ma il bimbo si ammala e muore.
La donna entra in un periodo di lutto infinito che non riesce ad elaborare: soffre come quando entrano grani di ghiaccio negli occhi. Gli anziani della tribù sanno che sta imboccando la strada dell’isolamento senza ritorno e convocano lo sciamano.
L’uomo arriva ed entra nella tenda di Nagaluk, che non lo guarda e tiene la testa bassa. Lo sciamano si siede con calma ed inizia una racconto. “C’era una volta una donna che aveva appena avuto un bambino: era molto vanitosa ed amava intrattenersi con gli uomini, trascurava il piccolo. Non lo nutriva in tempo, lo lasciava piangere, non gli scaldava la culla, non lo abbracciava. Il bambino si ammala e muore”. Lo sciamano si ferma e aggiunge: “Questa donna si chiamava Nagaluk”.
Allora la donna alza la testa, lo guarda fissa, prende la parola dopo tanto tempo ed esclama: “No! Quella donna non si chiamava Nagaluk”. Era guarita.
Le parole dello sciamano le hanno restituito un’immagine in cui non si riconosce: lei il suo bambino lo aveva teneramente amato, accudito e nutrito, ma era morto. Quella morte non poteva essere attribuita alla sua responsabilità. Non possiamo renderci responsabili di tutto: dobbiamo avere il coraggio di perdonare, di darci una possibilità di guarigione. È questo che i nostri adolescenti ci chiedono: aiutami ad affrontare la vita, dimmi che potrò farcela e ce la farò.
di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale