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Dinamiche relazionali: un tema frainteso | Per una nuova educazione

È opinione diffusa che il conflitto sia da evitare a tutti i costi. Ma quando si parla di relazioni il conflitto non solo è fisiologico, ma è - o dovrebbe essere - uno strumento per far crescere il rapporto in maniera costruttiva

Il tema del conflitto imbarazza chi lo deve affrontare in ambito educativo, come se fosse una patologia, un deficit delle relazioni a livello privato e collettivo: in realtà, invece, il conflitto esprime il lato evolutivo, la necessità di rispondere a mutate esigenze, la richiesta di aggiornare le premesse su cui la relazione si è fondata.

Nessuno scambio può a lungo risultare tanto prevedibile e garantito da escludere a priori la discussione, il ripensamento o l’irruzione di elementi nuovi, che alterano gli equilibri in gioco e chiedono di essere ascoltati. In questo senso, il conflitto è il lievito delle relazioni ed esprime il loro fisiologico metabolismo. Ma è difficile parlarne con serenità. Occorre pertanto provare a sgombrare il campo da alcuni pregiudizi: conflitto e antagonismo armato non sono sinonimi perché il conflitto non è una guerra o, meglio, non sempre si tramuta in lotta armata, se affrontato con approccio responsabile e aperto.

Il conflitto disturba proprio per la sua carica di novità, per l’attenzione richiamata su aspetti che una delle parti in gioco ritiene non negoziabili o irrinunciabili. L’attrito viene in genere affrontato con una reazione difensiva, istintiva, di chiusura, di rimozione.  Ma se la pressione aumenta il disagio minaccia gli equilibri e spinge più forte per ottenere l’ascolto desiderato, trasformando una situazione precaria in uno scontro aperto.

Il conflitto non è una guerra

La guerra è l’esacerbazione violenta di un conflitto gestito male o ignorato e non un esito inevitabile di un conflitto; una riflessione sul significato del termine “pace”, può aiutare ad impostare un’analisi di tipo diverso.

La pace è spesso intesa come sospensione miracolosa ed edenica di ogni ostilità, ma l’etimologia addita un’interpretazione diversa: il termine latino pax non è connesso con la radice indoeuropea che indica gioia o amicizia: quella che collega friede e freiheit, amico e libertà in tedesco, con i corrispettivi inglesi (e di molte altre lingue germaniche) friend e freedom. In latino e nelle lingue di origine romanza il termine pax deriva dal verbo paciscor che ha il suo perfetto in pactus sum, ed è connesso con il verbo pango pangis, pepigi, pactum o panctumpangerepiantare, conficcare un palo in terra ad indicare il punto di partenza di un accordo.

La pace scaturisce da un patto, non è frutto di una benevola disposizione irenica, ma nasce dalla concretezza e dalla definizione di confini, ambiti, regole che determineranno la natura e la sostanza della negoziazione. La pace non è un contratto che, una volta stipulato, solleva le parti da ulteriori contatti perché stabilito una volta per tutte: la pace è un patto che obbliga i due contraenti, come soggetti in gioco dotati di pari dignità, ad un confronto continuo, a guardarsi in volto.

Il conflitto è un momento di questa dinamica reciproca che impegna in un dialogo costante. Perché non degeneri, ma sviluppi la sua potenzialità creativa, è opportuno che venga compreso nella sua genesi da ambo le parti, riconoscendo all’interlocutore dignità comunicativa pari alla propria, stabilendo valori comuni irrinunciabili (il bene delle comunità) e decidendo quali strategie dovranno essere adottate. Solo in questo modo il conflitto può essere trasceso, evitando che i due interlocutori si imprigionino in una logica ferocemente antagonistica. In questo ambito è lo studioso Johan Galtung la figura più autorevole.

Trascendere il conflitto

Johan Galtung studia ogni conflitto tra popoli o tra soggetti come un caso clinico, analizzandone eziologia, sintomatologia e diagnosi fino ad individuare le soluzioni più appropriate. Non c’è dubbio, infatti che il conflitto si produce quando i soggetti coinvolti manifestano interessi e scopi contrastanti in situazioni in cui le risorse sono limitate. Sarebbe impossibile illustrare la ricchezza del pensiero dello studioso condensandolo in un breve intervento, ma è opportuno ricorre ad un esempio schematico.

A e B si contendono un’arancia e la loro questione può essere affrontata con approcci diversi: possono decidere di dividerla, di cederla, di venderla l’uno all’altro, di riporla rimandando il problema, persino di distruggerla; oppure passano alle vie di fatto mettendola in palio come premio di una lotta, che potrebbe comportare uno sproporzionato dispendio di energie; un’altra soluzione chiede l’intervento di un arbitrato. Il negoziato è una possibile via di uscita, ma non è l’unica: esiste l’opportunità di accedere a soluzioni creative che mobilitino risorse nuove e inventive, attraverso la conversione generativa dell’aggressività. L’esempio applicato alle arance potrebbe produrre questo esito: raccogliere insieme altre arance, spremerle per farne un succo o preparare una torta per gli altri membri della comunità di A e B. Il criterio scelto è ampliare i benefici applicando il risparmio del sangue, evitando il ricorso alla violenza cieca e sproporzionata. In questo modo il conflitto produce effetti rigenerativi scongiurando il rischio rovinoso della guerra.

 

In foto: Johan Galtung e Ugo Morelli

 
 

Il conflitto generativo

Anche Ugo Morelli, autore impegnato da tempo su questo tema, propone una rilettura del conflitto, esplorandone le caratteristiche positive: fornisce un panorama articolato e innovativo perché illustrando le sue numerose declinazioni coniuga conflitto e generatività. L’accostamento dei due termini sembra un ossimoro e produce la sensazione di una contraddizione o di un corto circuito che fa collassare il sistema. In realtà l’autore ripercorre la storia della parola partendo dalla sua etimologia, che deriva dal verbo latino confligo. Si ispira al poema scientifico e didascalico del poeta latino Lucrezio, il De rerum natura, che descrive il connubio amoroso e l’amplesso come incontro dell’elemento maschile e di quello femminile che, in quanto irriducibilmente diversi, entrano in relazione sia di conflitto che creativa. Un incontro di differenze che generano la vita e alimenta un dinamismo efficace orientato verso soluzioni inedite. In questa direzione, confliggere è un verbo che esprime forza creativa se incluso nel nostro orizzonte di senso in ambito relazionale.

Una sana cultura del conflitto è necessaria per la manutenzione dei nostri beni relazionali e della qualità dei rapporti che danno senso alla nostra vita, ma anche per affrontare le grandi sfide che, in campo educativo, la desertificazioni delle emozioni e l’analfabetismo affettivo ci presentano.

 

di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

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