Ricordare non basta
La Giornata della Memoria è stata istituita in Italia nel 2000, ben cinque anni prima che il 1° novembre del 2005 una specifica risoluzione Onu la trasformasse in una ricorrenza a carattere planetario.
All’appuntamento del suo venticinquesimo anno, offre lo spunto per una serie di riflessioni di carattere pedagogico relative al significato della Giornata stessa, alle trasformazioni che la ricorrenza ha subito nel tempo e al valore che assume oggi.
Ricordare è un imperativo per evitare che la rimozione e l’oblio occultino il piano di sterminio perpetrato dal nazismo durante la seconda guerra mondiale e perché il genocidio funga da monito e da avvertimento alle generazioni future.
Ma evidentemente ricordare non basta.
Del resto, se ricordare fosse solo commemorare e celebrare un evento luttuoso dall’impatto così potente sull’immaginario, si correrebbe il rischio di una ritualità o di una formalità doverosa, ufficiale, ma solo istituzionale. D’altro canto, il carico così doloroso che ricordare la Shoah comporta, produce un effetto di grande contagio emotivo e commozione spesso non sostenuti da un’adeguata riflessione storica. Ricordare un giorno solo, da un lato, sembra autorizzare la dimenticanza che precede la giornata e che la segue, chiudendo una parentesi che può apparire meramente accademica o solo intensa.
Le attività didattiche programmate sono in genere legate alla proiezione di filmati o di opere cinematografiche, incontri con autori di testi sul tema, sempre più raramente con testimoni diretti o con figli di sopravvissuti. Da diversi anni, da varie città italiane partono i treni per il viaggio della Memoria verso i luoghi dello sterminio come Auschwitz, ma sempre più spesso queste esperienze sono caratterizzate da una crescente spettacolarizzazione, che l’uso indiscriminato dei social ha amplificato con effetti deleteri. La scrittrice Elena Loewenthal ha avuto il coraggio civico di scrivere nel 2014 un testo dal titolo emblematico: Contro la giornata della memoria, mostrando limiti e distorsioni di tale evento.
Inoltre, la riuscita della Giornata e gli umori che suscita sono influenzati, in modo più o meno strumentale, dal clima geopolitico che si infiamma periodicamente in relazione alla questione palestinese, contribuendo ad accrescere una confusione storica, etica e politica tra fenomeni non assimilabili o paragonabili tra loro come lo sterminio del popolo ebraico nell’Europa degli anni trenta e quaranta del Novecento e la condizione di disumana subalternità in cui versa la popolazione palestinese attuale.
Ricordare è un’operazione complessa
Da un punto di vista lessicale, la lingua italiana presenta molte espressioni sinonimiche del verbo ricordare, tutte caratterizzate dal prefisso iterativo ri-; sono lemmi solo in apparenza intercambiabili, perché dotati invece, ciascuno, di una significazione speciale.
Ricordare lega il prefisso ri- del ritorno e del richiamo al cuore e indica il luogo simbolico in cui il rappresentarsi della memoria si ferma o approda. Considerato sede delle emozioni intense, il ri-cordare è un atto intriso di affettività; diverso è, invece, il ra-mmentare che richiama l’evento rendendolo di nuovo vivo, ma alla mente e non al cuore.
È un’operazione di tipo più razionale e cognitivo, un’attività di archivio e di catalogazione. Il ri-evocare, invece, ha un carattere ancora differente perché sembra riportare alla vita un evento chiamandolo, usando la voce per convocarlo ad un appuntamento con coloro che intendono farne memoria. L’operazione più unitaria e complessa è contenuta nel verbo ri-membrare che incorpora il ricordo connettendolo a tutte le aree precedenti, coinvolgendo i sensi, la mente e il cuore. Quando il ricordo è collegato a tutto il nostro essere, allora la memoria si trasforma in insegnamento, in possesso duraturo, in eredità da trasmettere quindi in tradizione.
La memoria di un evento passato non può essere autoreferenziale, né passiva o archivistica, ma ha in sé una componente attiva volta alla progettualità futura, all’urgenza di tramandare per il bene delle generazioni successive che, nel mondo antico, si identificavano con i posteri immaginati come interlocutori necessari con i quali istituire un dialogo vivo, un trasferimento di significato e di valore.
Ricordare non è prevenire
Ricordare non basta a salvare dal rischio di ripetere gli eventi dolorosi e luttuosi che non si possono esorcizzare con le ricorrenze o le ritualità; del resto anche gli aguzzini ricordano, anche i dittatori sono fieri del loro passato e l’educazione è sempre stato il campo prediletto dell’indottrinamento e della irreggimentazione pedagogica. Ricordare ha anche una valenza politica ed etica che non può essere trascurata o sottovalutata: pertanto questo 27 gennaio 2025 richiede una consapevolezza maggiore, una maturità che non si deve piegare ad usi mediatici distorti volti a confondere le responsabilità.
Fare i conti con la storia è un dovere che ogni democrazia solida può onorare senza il terrore di sentirsi travolta.
Ecco perché la cancel culture è un attacco mortale alla memoria del male perpetrato, alla sofferenza dei martiri e delle vittime ed è un insulto alla storia.
Ricordare deve anche prendere le distanze dagli effetti nostalgici, dalle rifrazioni opalescenti e dai riverberi romantici: non è una venerazione inerte o innamorata del passato, ma ha la forza critica della rigenerazione e della ulteriorità e non si fa mai retrotopia, sguardo retroverso.
Ricordare non significa “far tornare” figure di tipo autoritario o tirannico che si sono impresse nell’immaginario di chi ne rimpiange l’assenza. Nessun ricordo o nessuna memoria può essere neutra o neutrale perché ha sempre a che fare con l’oblio, con ciò che si decide di cassare, di non salvare. Ricordare è anche potare, discernere, scegliere.
Il modello di trasmissione di un patrimonio di conoscenze o di memorie si fissa sempre in una struttura di tipo narrativo perché la specie umana ha la vocazione naturale e dunque culturale al racconto. Il racconto rievoca, rammenta ed educa attraverso la potenza narrativa che situa in sequenza gesti e azioni, comportamenti e scelte etiche. Quando è ispirato ha un potere salvifico, come dimostra un racconto della tradizione chassidica.
Il Baal Shem Tov e la memoria attiva
Fondatore del movimento mistico chassidico, il Rabbi polacco Israel ben Eliezer (1698-1760) vive attraverso i numerosi racconti e ricordi dei suoi allievi, non avendo mai lasciato nulla di scritto. Uno di questi testi illustra efficacemente il significato della memoria. Il contesto è quello della Polonia dei suoi tempi attraversata da frequenti e sanguinose ondate di feroce antisemitismo.
Quando avveniva che la sventura stava per abbattersi sul suo popolo, il Baal Shem Tov usava ritirarsi in raccoglimento in un dato punto del bosco. Ivi giunto, accendeva un fuoco e recitava al cielo una preghiera: e il miracolo si compiva e la sventura era scongiurata.
Gli anni passarono e toccò al suo discepolo, il Maghid di Mesritsch intervenire per scongiurare le sventure che via via minacciose si profilavano. In quei momenti il Maghid si recava nel bosco e diceva: «Signore del cielo, prestami ascolto. Come vada acceso il fuoco non lo so, nessuno me lo ha insegnato, oppure l’ho dimenticato. Però la preghiera sono ancora capace di recitarla, e credo che basterà». E il miracolo si compiva.
Gli anni passarono e nubi cariche di sventura si addensavano. Dal suo ritiro nascosto nel bosco Rabbi Moshe Loeb di Sasow diceva: «Non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera: perché nessuno mi ha insegnato il modo e le parole oppure perché io stesso li ho dimenticati. Però il luogo so come trovarlo e forse basterà» E ancora il miracolo si compiva. Poi toccò a Rabbi di Rizin scongiurare le minacce che incombevano sul suo popolo. Seduto su un pancaccio, si prese il capo tra le mani e mormorò: «Non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera, non so più trovare quel punto del bosco: niente di tutto questo so, oppure l’ho dimenticato. Tutto quello che so fare, è tenere viva la memoria di questa storia, basterà?»
Ricordare non è catalogare gesti e riti all’infinito, ma è tramandarne e trasmetterne le intenzioni e l’intensità e questo non solo basterà a salvarci, ma sarà la condizione per ottenere la salvezza.
Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale