Non c’è dubbio che l’uso delle metafore porti all’estremo l’attitudine della mente umana di cogliere nessi e somiglianze tra fenomeni, situazioni, forme e attività, speculative o pratiche, proprie del quotidiano. Attraverso paragoni e comparazioni, le metafore permettono di esprimere idee complesse in maniera sintetica. Esse compiono un salto qualitativo significativo, omettendo congiunzioni comparative come “come” o “così”, e operano trasferimenti di significato diretti per associare due azioni simili.
Ad esempio, educare un bambino è spesso paragonato a coltivare un campo. Questo parallelo è il risultato di un’elaborazione complessa che associa azioni come arare, seminare e far crescere con l’interazione educativa. L’educatore, infatti, promuove la creatività e diffonde conoscenza e alfabetizzazione affettivo-relazionale, proprio come un contadino cura il campo. La fioritura del campo rappresenta la piena espressione dei talenti dello studente, del figlio o del discente, che beneficia nel modo più generativo delle attenzioni ricevute.
Occorre ricordare però che le metafore non sono neutre, né innocue. Usare metafore è un’attività culturale particolarmente impiegata per simbolizzare ed operare trasferimenti di senso a volte arrischiati. Un bambino non è una pianta e non reagisce sempre come vorremmo alle fatiche e all’impegno profuso per crescerlo. Del resto, un campo obbedisce a leggi fisiche che implicano risposte prevedibili e garantite: in buone condizioni ambientali, con un’irrigazione adeguata, con una concimazione ricca un campo fiorisce e produce frutto, se il seme è stato ben seminato.
Con l’educazione, invece, il risultato non è mai certo, la fioritura non avviene nei tempi previsti, a volte non avviene mai; per una eterogenesi dei fini che modifica in corso d’opera i parametri e le reazioni, alcune pratiche potrebbero persino sortire un effetto opposto al desiderato.
Il grande potere di un paragone
Le metafore ci aiutano a sintetizzare, o meglio, a trasferire e trasformare in immagini processi e dinamiche per acquisirle meglio, per renderle docili al pensiero.
La metafora è meno potente della capacità di simbolizzare, ma ne rappresenta una fase di passaggio. Etimologicamente deriva dal verbo greco fero (porto, trasferisco) con il prefisso metà che indica accompagnamento ma anche slittamento. In metà si coglie l’allusività, l’ammiccamento che autorizza il trasloco di senso. Ma un bambino non sarà mai una pianta ed educare non sarà mai come coltivare la terra.
Nel caso del simbolo, invece, troviamo un’etimologia diversa: il verbo ballo significa gettare, lanciare; sim, insieme: il simbolo ha, allora, il potere di convocare significati diversi, farli convergere insieme e associarli in una costruzione di senso coerente. Il suo contrario è, emblematicamente, il diavolo come colui che compie l’operazione inversa: disgiungere, separare, disgregare. Il simbolo unisce, il diavolo divide.
Questa premessa è sostenuta da alcune riflessioni opportunamente proposte da Maurizio Bettini, docente di Filologia classica dell’università di Siena, a proposito di un passo di Cicerone dedicato alla riflessione sulle metafore e sui traslati.
L’albero e il fiume
La figura dell’albero domina incontrastata nell’immaginario educativo che si nutre di accostamenti e affinità ed è spesso usata come metafora identitaria e culturale. La struttura degli essere vegetali, giganti delle foreste, li rende adatti a rappresentare ciò che persiste stabilmente e che cresce su se stesso aumentando volume ed altezza nel corso del tempo. Lo stesso essere vivente viene considerato in tutte le sue componenti: radici, tronco, chioma, rami, foglie. Costanti i riferimenti anche evangelici ai rami secchi, ai germogli, alle foglie che crescono e che cadono mutando colore.
Ma quando parliamo di educazione, di evoluzione, di crescita umana, di scoperta, di progettualità il ricorso all’albero appare più complesso, e in parte discutibile.
La prima criticità è derivata dai dispositivi metaforici di tipo verticale e rigidamente binario: sotto /sopra, basso e alto. Questo aspetto crea delle gerarchie rigide, delle priorità.
Bettini individua alcuni limiti nel ricorso dell’albero in relazione alla descrizione dell’identità. Assimilare la costruzione dell’identità, o del processo di identificazione, all’albero può essere seducente e confortato da una serie di riferimenti culturali di sicura efficacia (l’albero della vita, l’albero del bene e del male, l’albero delle sephirot nel sapere cabalistico). Tuttavia questa rappresentazione appare legata al potere del simbolo che fa convergere in una sintesi polisemica molti riferimenti fondati su precognizioni acquisite ed incorporate.
L’educazione, la crescita umana, invece, non segue questa logica fissa. Lo scrittore libanese Amin Maalouf opera la più potente decostruzione dell’identità legata alle radici: l’albero ha radici, ma gli uomini hanno piedi. Il rapporto con il terreno è totalmente diverso. Le radici legano ad un terribile ricatto: se ti liberi, muori. Pertanto, parlando della complessità della sua famiglia e dei numerosi luoghi e culture essa ha attraversato, preferisce parlare non di radici, ma di origini e di strade che si percorrono in orizzontale e in cui possono avvenire incontri, che arricchiscono con la loro fecondità.
Le radici accordano una priorità dal basso rispetto all’alto, l’albero cresce seguendo un progetto verticale. L’educazione invece deve saper cambiare direzione, si arrampica, si inerpica, sa attendere. Segue il dinamismo del fiume, che riceve acqua da affluenti diversi, se ne nutre, è vivo nel suo scorrere ricco di acque nuove e sempre se stesso nel variare. È ancora Bettini a proporre questa metafora viva e molto più mobile, inclusiva, trasformativa, in parte imprevedibile. Ma anche questa non è innocua.
I percorsi educativi, più che al tronco dell’albero somigliano allo scorrere del fiume nel suo letto. A una navigazione condivisa capace di unire in una reciprocità asimmetrica il piccolo e il grande, le generazioni e i ruoli in una costruzione di senso che si fa insieme, affrontando anche i rischi di perdersi, di tracimare, di ricominciare ogni volta con rinnovata fiducia.
Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale