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Wonder: la cura è per tutti

di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico

Ognuno di noi affronta quotidianamente le proprie sfide, in equilibrio tra aspirazioni e paure legate al lavoro, alla famiglia e alle relazioni. Tutti abbiamo bisogni da comunicare, ma ci sentiamo davvero completi solo quando qualcuno si prende cura di noi e, allo stesso tempo, riusciamo a prenderci cura delle persone che amiamo.

La trama

Il tema della cura è al centro di Wonder, film con Julia Roberts e Owen Wilson nei panni dei genitori di Auggie, un bambino che sta per iniziare una nuova scuola. Auggie convive con la sindrome di Treacher Collins, una malattia rara che causa gravi deformità facciali e che lo ha portato ad essere sottoposto a numerose operazioni sin dalla nascita. A complicare la sua vita, e il suo inserimento a scuola, c’è quindi il peso dei tanti sguardi indiscreti e giudicanti.

I genitori lo accudiscono con dedizione, anche se a volte si trovano sopraffatti dalle difficoltà, mentre la sorella maggiore si sente spesso trascurata. La famiglia, tra fatiche e silenzi, impara gradualmente che prendersi cura non significa solo proteggere Auggie, ma anche riconoscere e rispettare i bisogni di ciascuno.

La tecnica

Dal punto di vista narrativo, il film alterna le prospettive dei diversi personaggi: ogni sezione è introdotta da un titolo e accompagnata da una voce fuori campo che ci guida nello spazio interiore di chi racconta. Questa struttura ricalca quella del romanzo da cui la pellicola è tratta, scritto da R. J. Palacio e pubblicato nel 2012. Questa scelta rende Wonder un’opera corale, capace di restituire la complessità della vita familiare e delle dinamiche relazionali, pur restando un film perfettamente godibile da un pubblico vasto.

I temi

Wonder diventa così un invito a riflettere sulla cura reciproca: verso i figli, i genitori, i fratelli, ma anche verso se stessi. Perché se non impariamo a prenderci cura della nostra interiorità, rischiamo di non avere le energie per occuparci degli altri. Oltre alla cura, uno dei temi centrali è quello dello sguardo: imparare a guardare l’altro non solo per ciò che appare, ma per ciò che è realmente, riconoscendo nell’altro non solo la diversità o la malattia, ma la persona nella sua interezza.

Questo orizzonte della cura dialoga con l’esperienza missionaria in molti Paesi del mondo. Basti pensare ai malati di lebbra in India, ancora emarginati, o ai bambini di strada in Bangladesh. Di queste persone i missionari si prendono cura non solo in senso medico, ma occupandosi di loro come dei famigliari, facendosi prossimi e accoglienti, costruendo fiducia e legami autentici. La cura non è pietà, ma relazione, prossimità, desiderio di restituire dignità e futuro.

Wonder ci insegna che ognuno porta con sé fragilità e bisogni, ma anche desiderio di amore e riconoscimento. La cura è un gesto che unisce, perché abbraccia la complessità dell’altro senza giudicare.

Il film ci invita a “scendere” — per citare fratel Lucio Beninati — dai nostri piedistalli di comodità e pregiudizi, per entrare davvero nella vita degli altri. Proprio come i missionari in India o in Bangladesh, che scelgono di condividere la vita dei più fragili, Wonder ci ricorda che prendersi cura non è mai unidirezionale: chi si fa prossimo riceve sempre più di quanto dona.

La cura è davvero per tutti, e giova a tutti.

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