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Flee: fuggire per (ri)trovare casa

di Matteo Malaisi
esperto di cinema

Ascoltare è un atto politico. In un tempo in cui il dibattito sui rifugiati si consuma spesso tra slogan e paure, Flee sceglie la strada opposta: rallentare, avvicinarsi, lasciare che sia una sola storia a parlare per tutte le altre.

La trama: la storia di Amin dall’Afghanistan alla Danimarca

Il regista danese Jonas Poher Rasmussen decide di raccontare la storia del suo migliore amico, Amin, che per la prima volta accetta di rivelare la propria identità e il proprio passato davanti a una macchina da presa. Nasce così Flee, un documentario d’animazione in cui il protagonista ripercorre la sua fuga dall’Afghanistan fino alla Danimarca, dove oggi vive.

Il film parte proprio dall’infanzia di Amin: un bambino che corre per le strade di Kabul e sogna una vita normale. Ma quella normalità viene presto spezzata: il padre scompare come prigioniero politico e la famiglia è costretta a lasciare il proprio Paese. La fuga li porta in Russia, dove vivono per anni senza documenti, nascosti, costretti a non farsi vedere, a rinunciare alla scuola, agli amici e a una vera infanzia. Il dolore di Amin non rimane soltanto il suo: diventa il simbolo di tutte quelle persone costrette ad abbandonare la propria terra per cause che non hanno scelto.

La tematica: cosa significa essere un rifugiato

La forza di Flee è quella di raccontare che cosa significhi nel concreto essere un rifugiato. Non soltanto attraversare un confine, ma vivere costantemente con la paura. In una delle scene più intense del film, Amin attraversa un aeroporto dopo un viaggio di lavoro. Per lui gli aeroporti non sono luoghi di partenze e vacanze, ma spazi ostili, simboli di frontiere e controlli. È lì che pronuncia una frase che racchiude il senso dell’intero racconto:

«Cresci in fretta, cresci troppo in fretta. Quando scappi da bambino devi prenderti il tempo di imparare a fidarti delle persone. Sei sempre costantemente in guardia. Persino quando sei in un posto sicuro, sei sempre in guardia.»

Il dolore non svanisce nel nulla. Le ferite restano. Ma dietro queste parole emerge anche la sensibilità di una persona che è riuscita a fuggire dalla morte per andare incontro alla vita. Ed è forse questa la riflessione più importante del film: una casa non è soltanto un luogo fisico. È il posto in cui possiamo smettere di avere paura.

È quello che fanno i missionari del Pime che vivono in contesti in cui vengono accolte persone costrette a lasciare il proprio paese. Il loro lavoro non consiste soltanto nell’offrire un aiuto materiale, ma nel restituire dignità, fiducia e la possibilità di immaginare un futuro. Prima ancora di costruire case, si aiuta qualcuno a ritrovare il senso stesso della parola “casa”.

La tecnica: un film che sfugge a ogni definizione

È difficile descrivere l’essenza di Flee, perché il film sfugge a ogni definizione. È documentario, ma è anche cinema d’animazione. È un diario personale, ma assume un valore universale. Le voci che ascoltiamo sono quelle dei veri protagonisti della vicenda, mentre l’animazione permette di raccontare ricordi, paure e traumi che una macchina da presa tradizionale avrebbe difficoltà a rappresentare. La scelta stilistica rende il racconto ancora più intimo, proteggendo al tempo stesso l’identità del protagonista.

Non a caso il film ha ottenuto un risultato quasi unico nella storia degli Oscar, ricevendo la candidatura contemporaneamente come miglior documentario, miglior film d’animazione e miglior film internazionale. A questo si aggiungono le immagini di repertorio che accompagnano il racconto storico e amplificano il senso di smarrimento davanti a un mondo spesso violento e incomprensibile. Il film alterna continuamente memoria privata e storia collettiva, facendoci capire che dietro ogni rifugiato esiste una persona e dietro ogni numero esiste una vita.

Fuga e approdo: il diritto di chiamare qualcosa casa

Flee è un film che parla di fuga, ma soprattutto di approdo. Racconta il percorso di una persona che attraversa guerre, persecuzioni e paura per conquistare qualcosa che molti di noi considerano scontato: una vita normale. La sua è una vittoria silenziosa, la dimostrazione che la vita può farsi strada anche tra le macerie della guerra e che la speranza può sopravvivere persino quando sembra non esserci più nulla.

Il film si chiude con Amin che costruisce finalmente la propria esistenza accanto alla persona che ama. Dopo aver trascorso un’intera vita a fuggire, riesce a fermarsi. E forse è proprio questo il significato più profondo di Flee: ricordarci che nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare la propria casa, ma che tutti dovrebbero avere il diritto di trovarne una.

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