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Nomadland: le periferie invisibili dell’anima

di Matteo Malaisi
esperto di cinema

Questo mese volevamo esplorare un film che rispecchiasse perfettamente il tema della periferia. Non una periferia soltanto fisica, urbana: una periferia esistenziale, una scelta di vita ai margini di ciò che oggi il sistema capitalistico considera centrale. Nomadland di Chloé Zhao racconta proprio questo.

Fern e la scelta di vivere ai margini del sistema

La protagonista Fern, interpretata da una straordinaria Frances McDormand, è una donna che, dopo la crisi economica e la perdita del marito, decide di vivere all’interno del proprio camper attraversando gli Stati Uniti. Si sposta da una comunità all’altra, svolgendo lavori saltuari e vivendo una quotidianità fatta di strade infinite, paesaggi sconfinati e incontri umani apparentemente semplici, ma profondissimi.

Fern vive in quella che potremmo definire una “periferia del mondo contemporaneo”: lontana dai grandi centri abitati, dalle carriere, dalla ricerca ossessiva del successo e dell’affermazione personale. Eppure il film suggerisce che proprio in questa distanza dal centro si trovi la possibilità di una vita più autentica.

Nomadland cerca di farci comprendere, più di tanti altri film contemporanei, che forse esiste un’altra possibilità rispetto alla vita che il modello contemporaneo ci spinge continuamente a inseguire. Non a caso la vediamo lavorare anche presso Amazon, emblema del capitalismo occidentale. Essere al centro, rincorrere il successo, accumulare risultati e riconoscimenti non è l’unica strada possibile. Fern sceglie inconsapevolmente una forma di esistenza “periferica”: non nel senso di degrado, ma nel senso di marginalità rispetto al ritmo dominante della società. Una vita fatta di semplicità, autenticità e contatto diretto con gli altri e con la natura. Un decentramento emotivo verso l’incontro con l’altro, al fine di riscoprire veramente sé stessi.

Il camper stesso diventa una grande metafora visiva. Dall’esterno appare vecchio, malmesso, segnato dal tempo – proprio come Fern, il cui corpo porta i segni della fatica, della solitudine e del dolore. Ma all’interno quel piccolo spazio si trasforma in un angolo di pace, curato nei dettagli, caldo, umano. Ed è forse questo che il film vuole dirci: spesso ciò che appare fragile o marginale custodisce una dignità e una ricchezza interiore immense.

Un messaggio urgente per il nostro tempo

Oggi questo discorso acquista ancora più valore. Viviamo in un tempo in cui tutto sembra spingerci verso la centralità: città sempre più grandi, vite sempre più veloci, luoghi sovraffollati in cui teoricamente “c’è tutto”. Eppure, paradossalmente, è proprio lì che molte persone sentono di non trovare più nulla di autentico. Nomadland allora ci invita a guardare altrove: verso quei paesaggi apparentemente vuoti, verso le vite dimenticate, verso chi vive lontano dai riflettori ma continua a custodire qualcosa di profondamente umano.

Il film dialoga con l’esperienza missionaria del Pime. Molti missionari vivono realtà periferiche non soltanto geografiche, ma umane: luoghi dimenticati, comunità isolate, persone considerate invisibili dalle proprie società. Eppure è spesso proprio in queste periferie che si scopre un senso più autentico della condivisione, della dignità e dell’incontro umano.

La tecnica: tra realismo documentaristico e contemplazione visiva

La forza del film risiede anche nel suo potentissimo realismo. Chloé Zhao sceglie infatti di lavorare in modo quasi documentaristico: molte delle persone che compaiono nel film non sono attori professionisti, ma veri nomadi che vivono realmente questa esistenza itinerante. Anche Frances McDormand si è immersa completamente in questo mondo, viaggiando attraverso l’America e condividendo momenti di vita con le comunità nomadi. Questo rende ogni dialogo, ogni silenzio e ogni incontro molto credibile.

La fotografia è uno degli elementi più potenti del film: gli enormi paesaggi americani, le luci naturali dell’alba e del tramonto, gli spazi sconfinati del deserto o delle strade infinite trasformano il viaggio di Fern in qualcosa di quasi spirituale. La natura non è semplice sfondo, ma diventa presenza viva, spazio di contemplazione e libertà. Il ritmo lento della regia accompagna perfettamente il senso del racconto: non ci sono grandi colpi di scena, ma piccoli momenti quotidiani che acquistano un valore enorme. Nomadland non cerca mai di commuovere forzatamente; lascia invece che siano i silenzi, i volti e i paesaggi a parlare.

Ritrovare la dignità nelle periferie dell’anima

Nomadland è un film che parla delle periferie invisibili del nostro tempo. Non quelle segnate soltanto dalla marginalizzazione delle città, ma quelle interiori, esistenziali, umane. Racconta persone che il mondo tende a considerare marginali, ma che forse hanno ancora qualcosa di fondamentale da insegnarci.

Ancora dopo sei anni dalla sua uscita, ci ricorda chiaramente che in un sistema lanciato in una corsa sempre più veloce vivere non significa necessariamente stare al centro di tutto. A volte la vera ricchezza nasce proprio nei margini, nei luoghi dimenticati, nelle vite semplici che conservano ancora il tempo per ascoltare, condividere e guardare il mondo con la bellezza nel senso più dostoevskiano del termine.

E forse, in queste periferie dell’anima, possiamo ancora ritrovare qualcosa che la nostra società rischia continuamente di perdere: la dignità umana, la comunità e il senso profondo di libertà.

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