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Viaggio sul fiume Han | Lettere dalla Storia

Una piccola giunca, una squadra di furbi barcaioli, molti disagi e qualche avventura. Sono gli ingredienti di questo resoconto di padre Casuscelli, che a inizio Novecento sbarca in Cina diretto alla sua nuova missione

17 ottobre 1912. Alcuni giovani missionari del Seminario Pontificio dei Ss. Pietro e Paolo (uno dei due istituti missionari che nel 1926, con la loro unificazione, daranno vita al Pime) salpano, entusiasti e commossi, dal porto di Genova. È l’inizio del lungo viaggio che li condurrà, ben quasi quattro mesi dopo, alla sospirata destinazione finale, la città di Han-Tchong-Fu (l’attuale Hanzhong, nella regione cinese dello Shaanxi), da dove finalmente partirà la loro attività missionaria.

Sono giorni di viaggio lunghi e intensi, in cui si ha tempo per pensare, pregare, ma anche osservare con curiosità paesaggi e usanze sconosciuti. E di scrivere, scrivere… per raccontare poi tutte quelle esperienze e sensazioni così diverse e nuove ad amici e conoscenti rimasti in Italia.

Nel 1913 esce a puntate sulla rivista dell’istituto, “Il Missionario Cattolico”, un dettagliato e brioso resoconto di quella traversata, a firma di padre Ottavio Casuscelli. Nel brano che vi proponiamo i giovani protagonisti hanno ormai raggiunto la Cina, ma per raggiungere l’interno del grande Paese devono lasciare la “comodità” della nave occidentale e iniziare a risalire il fiume Han (affluente dello Yangtze) su un’imbarcazione locale.

Preparativi

Chi di voi, lettori benevoli, sente la voglia di passare due mesi sul fiume Han a bordo della Pin-tan nel cuor dell’inverno, in compagnia dei bravi “marinai” della Cina?

Vi avviso che non vi troverete tutto il confort dei piroscafi inglesi e francesi, ma non c’è poi tanto da lamentarsi e, se avete veramente voglia, a chi vuole niente è difficile.

Bene! Sbrigate dunque le vostre faccende nella città di Han-Kow [una delle tre antiche città che attualmente costituiscono la conurbazione di Wuhan, ndr], fate chiamare il capo della barca, incominciate a rovinarvi mezzo polmone per contrattare con lui, che, senza fallo, vi domanda dapprima il doppio del prezzo; sgridate i portatori dei bagagli, che vi fan certamente perdere la pazienza, e infine salite pure a bordo, facendo bene attenzione dove ponete il piede e abbassando un pochino la testa, per non avere qualche sgradita sorpresa.

Oramai ci siete sulla vostra barca, la cui descrizione è semplicissima. Essa misura presso a poco una quindicina di metri di larghezza. La si può dividere in tre classi: la prima è occupata dai servi, la seconda dal cuoco col fornello e la padella cinese (che non tarderà a farsi scoprire mandandovi nel naso un grato profumo) e nella terza potete prender posto voi, stendendo poche assi con alcune coperte pesanti, giacché non dovete dimenticare che siamo nel cuor dell’inverno.

Se scorgete qualche buco nel vostro appartamento, che vi fa l’onore di mandarvi altra luce, oltre quella che vi manda il vano della porta, incominciate a turare con carta e con stracci, se non volete che durante la notte abbiate a svegliarvi alquanto intirizzito dal freddo.

Incominciate pure a mettere un pochino d’ordine, se pur di ordine volete parlare tra gli abitanti della celeste Repubblica. Un tavolino vi è indispensabile, a meno che non vogliate imitare i vostri inquilini, che mangiano, bevono e dormono per terra. Con due casse potete fare un rialzo per il letto, sotto del quale collocherete le vostre valigie: qualche sgabello vi potrà essere utile e… basta così!

Voi siete pronto e i barcaioli pure sono pronti: essi danno di mano a grosse canne di bambù, che fan da remi e giù nell’acqua a tutta forza per mandare avanti la baracca. Il loro capo dà la voce, alla quale essi fanno eco puntando al fondo del fiume le grosse canne.

Notate subito un vantaggio.

Sui piroscafi, volere o no, è d’uopo soffrire lo stridio delle macchine, il beccheggio e che so io… Niente di tutto questo nella nave cinese: essa si avanza (s’intende, a passo di lumaca!), ma il vostro stomaco e la vostra testa stanno in pace.

Al largo

Già siamo al largo, e non si odono più le maledizioni che i vostri barcaioli danno ai loro compagni delle altre barche vicine: maledizioni che voi, non pratico della lingua non potete comprendere, ma che potete indovinare dallo sbatter violento dei piedi e dalle boccacce che le accompagnano.

Siamo al largo, e giacché non c’è vento favorevole, i barcaioli si caricano d’una lunga corda intrecciata di strisce di bambù e, svelti come caprioli, saltano alla riva per tirar la barca a forza di braccia. Traversano piani, salgon montagne, scendon dirupi, tirandosi dietro la barca, che procede avanti con tutto il suo comodo.

Povera gente, come si affatica da mane a sera!…

Tre volte al giorno si fermano per il tceu-fan (mangiare il riso) e, allora, tutti accovacciati sul piccolo ponte, attendono ansiosi qualcuno che di lì a poco comparisce.

È il cuoco dal viso rosso e con in mano un fumante mastello di riso, che deposita tra quelle bramose canne. In un batter d’occhio tutti riempiono la loro scodella, che in men che non si dica vuotano con gli eterni bastoncelli, per tornare poi a riempirla la seconda, la terza, la quarta, la quinta volta, sempre con ammirabile sveltezza. Una marmitta di acqua calda rende il loro riso più digeribile, e fave abbrustolite, salsa di peperoncini rossi, oppure erbe e rape bollite accompagnano i saporiti bocconi.

Il primo mastello è finito: i vostri uomini danno quattro, cinque tirate nella vecchia loro pipa e attendono…. Un altro mastello di riso, che viene vuotato con lo stesso appetito di prima, finché una voce grida imperiosa: «Shan può!». Alla riva! Per tirare, s’ intende.

Doganieri e notte

È già quasi mezza giornata che ci muoviamo e abbiamo fatto una decina di ly [unità di misura di lunghezza, nota anche come “miglio cinese”, che nel XX secolo è stata portata a circa 500 metri, ndr].

Un vociare confuso vi fa mettere il naso fuori del vostro appartamento. Che c’è? I vostri uomini stanno a gridare con due nuovi venuti, che, puntando nell’ acqua un palo di ferro, misurano la lunghezza della barca. Sono doganieri, che la nuova Repubblica ha sguinzagliato su molti punti del tragitto del fiume, oltre quelli già prima esistenti. Bisogna pagare quattro tiao (circa 10 lire) per barca, come diritto di passaggio, ciò che al capo barcaiolo non piace affatto. Si grida, si schiamazza, si maledice, ed è solo dopo parecchie ore che si decide a pagare. Voi intanto incominciate a smettere la voglia di arrivar presto a destinazione, consolandovi col pensiero che per i Cinesi il tempo non è danaro.

Finita la questione dei quattrini, si va avanti come Dio vuole. Il tempo è bello e sul ponte della barca, lungo e largo pochi metri, si posson fare quattro passi, ma non più di quattro…

Cade la sera. I tiratori dalla riva raccolgono le corde e svelti fanno un salto sulla barca: l’àncora viene lasciata giù e la barca sosta al porto improvvisato, giacché la notte è fatta per dormire e non per tirare barche.

Si rizzano quattro pali e vi si stende sopra una tela; tutti prendono dal fondo della barca un involto di luride coperte e in un momento l’albergo è improvvisato su quello stesso ponte, sul quale poco prima voi passeggiavate: quindici uomini nello spazio presso a poco di una piccola stanzetta…

 

Ancora dogana

Si arriva di nuovo a uno di quei luoghi, che fanno rizzare i capelli del padrone: la dogana! Ma questa volta la Repubblica è messa nel sacco.

Ci si ferma e i barcaioli si presentano all’ufficio con una faccia di muro.

«Portiamo – dicono – dei grandi uomini d’Occidente venuti per fare del bene nelle nostre contrade. Le autorità di Han-Kow ce l’hanno consegnati con l’ordine di portarli a destinazione, dove poi i Mandarini ci daranno un compenso».

Quest’ingenua spiegazione ottiene subito il suo effetto: il capo doganiere prende il pennellino cinese e scrive: «Dispensato», congedando i barcaioli, che pochi giorni fa da noi pretendevano il doppio per il nostro viaggio…

Da Genova a Han-Tchong-Fu è il titolo del lungo resoconto di viaggio pubblicato a puntate, da gennaio a maggio 1913, su “Il Missionario Cattolico” e da cui abbiamo estratto questo brano. Per la cronaca: nell’ultima puntata l’autore, congedandosi dai lettori, racconta il suo arrivo a Hanzhong dopo altre traversie, l’8 febbraio 1913 e auspica: «Quando, fra una decina di anni, sarà finita la ferrovia, che da Honan-fu va a Si-ngan-sen, allora i futuri missionari avranno meno da chiacchierare e meno da soffrire. Punto e basta!».

 

A cura di Isabella Mastroleo
Responsabile Biblioteca Pime

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