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La preghiera che costruisce il dialogo

Vivere insieme l'esperienza della preghiera: è attraverso questo che, per padre Corba, missionario del Pime in Bangladesh, si favorisce il dialogo tra le religioni. E, a cascata, la crescita umana

Anni Settanta, sud del Bangladesh. In un remoto villaggio di nome Rajapur, gruppi di cristiani, induisti e musulmani vivono e lavorano insieme. Con loro, padre Enzo Corba (1931-2012), missionario del Pime che ha scelto di rinunciare alla carica di superiore regionale proprio per restare con loro. Nei suoi diciassette anni di missione a Rajapur padre Enzo non costruisce strutture, ma fa il contadino con i contadini, il lavoratore con i lavoratori, il povero con i poveri. Riesce, con la sua vita e il suo esempio, a creare collaborazione tra musulmani, induisti e cristiani, superando le chiusure reciproche, per migliorare le condizioni di vita non solo economica, ma anche sociale e morale.

A Rajapur, dopo il raccolto di riso c’è l’usanza che i cristiani passino tre o quattro giorni sotto un grande tendone pregando, cantando e nell’ascolto della Parola di Dio. È la festa del ringraziamento. Tanta gente partecipa, anche indù e musulmani. Si ringrazia Dio per l’aiuto avuto durante l’anno e si offrono anche doni. È una festa molto simpatica, piacevole.

In passato, ogni chiesa organizzava la sua festa. Proposi di celebrarla tutti insieme: la proposta fu accolta e dal 1978 un comitato composto dai membri delle diverse chiese organizza la festa di ringraziamento. Così ogni anno anch’io sedevo sotto la tenda a ringraziare per le tante belle cose capitate durante l’anno.

Dopo alcuni anni, quando ormai ci si conosceva, si era creata una fiducia reciproca tra i tre gruppi: musulmani, indù e cristiani. In una riunione dissi: «Da diversi anni riflettiamo, programmiamo, decidiamo, lavoriamo e spesso mangiamo anche insieme. Non solo! Tutto ciò ci piace, crea armonia, amicizia e, oltre che bello, è molto vantaggioso. Senza questa unità la scuola, i sentieri e tutto il resto non sarebbero stati possibili. Tutti questi interventi hanno migliorato il settore economico-sociale. Noi tutti siamo credenti e per questa fede viviamo una vita religiosa secondo gli insegnamenti della nostra religione, coltivando così la parte spirituale. Di questa realtà non abbiamo mai parlato. Pur praticando ognuno la nostra religione, potremmo ogni tanto pregare insieme e riflettere insieme sulla nostra spiritualità, come noi viviamo i nostri rapporti con Dio e tra noi uomini. In fondo Dio è uno solo, nonostante il modo diverso di presentarlo di ogni religione, come noi uomini siamo tutti uguali pur con tutte le nostre differenze, di lingua, storia, cultura…».

Ci trovammo tutti d’accordo. Per cui, ogni mese, un gruppo di venti-trenta persone, membri di diverse cooperative organizzate dai lavoratori, ci trovavamo all’Oriental Institute per tre giorni per riflettere su un tema spirituale di comune interesse, per pregare insieme e per vivere insieme. Generalmente il gruppo era misto, donne e uomini, dieci cristiani, dieci indù, dieci musulmani. La giornata si svolgeva con questo ritmo: al mattino e alla sera un’ora di preghiera insieme. Si iniziava con venti minuti di Zen seating, quindi cantavamo inni spirituali delle diverse religioni e leggevamo brani dai tre libri sacri, Corano, Bibbia, Ghita, con un breve commento. Seguivano le invocazioni, con preghiere spontanee da parte dei partecipanti.

Le mattinate erano occupate dalla presentazione del tema: un giorno dal punto di vista cristiano, presentato da un cristiano, un altro giorno dal punto di vista musulmano, presentato da un musulmano, e un terzo giorno dal punto di vista indù, presentato da un indù. I pomeriggi erano occupati dalla riflessione personale e di gruppo. Si concludeva con una sezione generale in cui si ascoltavano le riflessioni personali e di gruppo. Alla sera, prima di cena, di nuovo un’ora di preghiera come al mattino.

Ricordo queste giornate di spiritualità come tra le più belle della mia vita spiritale. Ogni barriera religiosa, sociale, etnica-culturale crollava. Non sapevi se chi pregava fosse un musulmano, un cristiano, un indù. Le preghiere che sgorgavano spontanee dal cuore avevano lo stesso suono, lo stesso sapore. Notavi una differente intensità di intimità nel rapporto con Dio, ma questo rivelava il livello di rapporto che ognuno di noi aveva con Dio, non la differenza di appartenenza religiosa. Ciò era vero per tutti, cristiani, musulmani, indù. Penso che gli incontri tra i credenti di fedi diverse promossi dal Papa ad Assisi siano utili, positivi, belli. Ma mi riesce molto difficile capire e accettare che i momenti di preghiera non avvengano insieme. Se non siamo pronti a vivere insieme l’esperienza religiosa, il resto sono chiacchiere. L’esperienza dell’incontro con Dio nella preghiera fatta insieme è unica e dà luce e senso a tutto il resto. L’unità più profonda della mente e del cuore non avviene nello scambio di idee o nell’ascolto di ciò che gli altri credono, ma nell’incontro di Dio fatto insieme.

La valutazione dei partecipanti alla fine dei tre giorni diceva che era stata un’esperienza positiva e unica da ripetersi; l’ascolto della dottrina, o meglio, della fede delle altre religioni non era un confronto ma un arricchimento, da cui scaturiva il desiderio di approfondire di più la propria fede; per alcuni fu anche una occasione di conversione suscitando il desiderio di una pratica costante e regolare; tanti pregiudizi e sospetti crollavano; l’esperienza dell’unità spirituale in Dio minimizzava le differenze dottrinali e soprattutto queste non erano un ostacolo a vivere il momento religioso insieme, cioè  camminare insieme verso Dio; l’amicizia diventava più profonda, il rispetto per gli altri cresceva, il lavorare insieme era più facile e più gioioso.

Mi sentivo completamente a mio agio e realizzato sia come uomo che come missionario. Era proprio vero che il Regno di Dio va ben oltre i confini della Chiesa. Non mi sento per niente frustrato per non avere lunghi elenchi di battezzati che si sono aggregati alla Chiesa. Prendo solo coscienza che il Signore mi ha mandato non a battezzare ma a evangelizzare. Rispetto e apprezzo coloro che hanno lunghi elenchi di battezzati da mostrare. Senza di loro non ci sarebbe la Chiesa visibile. Ma non li invidio. Unicuique suum. Il pluralismo accettato e rispettato è una ricchezza. Nella vigna del Signore c’è spazio per tutti.

Il brano è tratto dalle “Memorie” di padre Enzo Corba e qui pubblicato per gentile concessione dell’Archivio Generale del Pime (AGPIME – Tit. 100, rif. 1044, doc. 313).

 

A cura di Isabella Mastroleo
Responsabile Biblioteca del Pime

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