Di Zelia Pastore
giornalista e pedagogista che legge libri per bambini dal 1984 senza sosta
Alfredo è un tipo strano.
Non vogliamo tipi come te!
Vai via!
Alfredo ha appena il tempo di prendere
la sua piccola sedia e se ne va.[…]
Nessuno mi vuole, pensa Alfredo.
Alfredo è un piccolo uccellino bianco e nero, con un cappellino rosso. La sua storia inizia in medias res: non ha più una casa, viene cacciato e ha appena il tempo di prendere con sé una piccola sedia e di mettersi alla ricerca di un posto dove abitare.
Gira per il bosco proponendosi con molta delicatezza, ma lo spazio per lui non c’è mai: ogni animaletto a cui si presenta ha la sua buona scusa per scacciarlo. Fino a quando, un giorno, vede una piccola casa un poco isolata al limite del bosco: è la casa in cui Sonia, un volatile dalle zampe lunghe, vive tutta sola. Alfredo si ferma, si siede sulla sua sedia, aspetta. Sonia lo vede dalla finestra: all’inizio è titubante, ma la mattina seguente lo invita a condividere una tazza di caffè con il suo nuovo amico. È la trama di “Vai via, Alfredo!”, di Catherine Pineur (edizioni Babalibri), una storia delicata e profonda, evocativa nel tratto e nella scelta delle parole, che racconta cosa succede quando si sperimentano esclusione e solitudine.
Abbiamo chiesto a Maria Cannata, responsabile della collana Babalibri in Musica, come le parole e le immagini delle vicissitudini di questo tenero uccellino possano aiutare i bambini nella comprensione del concetto “astratto” di emarginazione, di persone che vivono nelle periferie (delle nostre città, ma anche della nostra società).
Come le immagini raccontano ai bambini esclusione e marginalità
Come ci aiutano le immagini di “Vai via Alfredo” ad introdurre ai bambini il tema di marginalità, periferie ed esclusione?
«Le immagini di questo albo sono estremamente essenziali e si stagliano con delicatezza sul bianco della pagina, che diventa lo spazio dell’immaginario del bambino. Non ci sono dettagli superflui che distraggono: il bianco lascia spazio alla fantasia, invita i lettori a soffermarsi, a perdersi con lo sguardo e a prendersi il proprio tempo per osservare bene cosa c’è. Non ci sono elementi decorativi o dettagli sullo sfondo: c’è il vuoto, e proprio in quel vuoto il bambino può immaginare. Allo stesso tempo, il personaggio è sempre ben definito, ed è lui a parlare. Le illustrazioni, realizzate con pochi tratti a matita, restituiscono un uccellino essenziale. Il colore è usato con grande intenzionalità: compare solo in alcuni elementi e non a caso emerge con più vividezza nel finale (quando Sonia e Alfredo bevono il caffè insieme), sottolineando un passaggio emotivo preciso.
Anche gli oggetti sono semplici e familiari per i piccoli: la sedia, che è l’elemento distintivo di Alfredo e che suscita curiosità nei bambini; il cappello, percepito come un segno di stranezza; il bosco, suggerito da linee verticali che i bambini riconoscono immediatamente. Il becco stesso di Alfredo diventa motivo di domanda: che uccello sarà mai?
Non è chiaramente identificabile con una specie precisa, ed è proprio questa indefinitezza che permette a ogni bambino di costruire la propria interpretazione e di attivare l’immaginazione. Tutti questi elementi vengono proposti ai bambini lasciando spazio alla loro interpretazione. Un dettaglio molto significativo è anche il movimento che compie Alfredo nel corso del libro: cammina lungo una linea sottile, tracciata nella parte bassa della pagina, con lo sguardo rivolto sempre verso l’alto. È un gesto che i bambini riconoscono: anche loro, per comunicare con l’adulto, guardano “dal basso verso l’alto”. Alfredo si trova nella loro stessa posizione».
Restando sul tema della marginalità e delle periferie, i piccoli si domandano perché Alfredo non lo vuole nessuno?
«Sì, i bambini si pongono questa domanda. Alcuni cercano di trovare una spiegazione alla sua solitudine per il fatto che è “strano”. Ed è proprio da qui che parte la riflessione: la prima frase del libro, “Alfredo è un tipo strano” introduce subito questa idea, invitando il bambino a interrogarsi e a fare un piccolo percorso interiore per comprendere questa stranezza. È proprio questo che rende il libro così potente: in modo garbato e chiaro parla del bisogno che ognuno di noi ha di trovare un posto nel mondo. Un bisogno che il bambino conosce bene: quando entra al nido o alla scuola dell’infanzia, deve trovare il suo posto, il suo spazio. Allo stesso tempo, il libro affronta il tema dell’esclusione in modo trasversale, parlando sia al bambino sia all’adulto. Chi non si è mai sentito escluso? Chi non ha mai desiderato partecipare a qualcosa senza riuscirci? Il racconto si aggancia a vissuti profondi, alla memoria dell’adulto e all’esperienza quotidiana del bambino».
Alla fine c’è un po’ più di colore. Questo espediente vuole dirci qualcosa?
«Sì, il colore introduce un senso di calore ritrovato. La tazza diventa un elemento simbolico: rappresenta il calore, ma anche il tempo del silenzio, dell’incontro, dell’emozione condivisa. Sonia non invita subito Alfredo in casa: scende lei e lo incontra in uno spazio intermedio, il bosco. È un luogo di passaggio, conosciuto da entrambi, dove può nascere una relazione».
I rituali dell’accoglienza raccontati attraverso le immagini
Questo libro mostra diverse pagine in cui si parla di esclusione, ma il finale è molto chiaro anche su questo tema.
«Le ultime pagine descrivono bene dei piccoli rituali di accoglienza. Prima c’è lo sguardo tra i due volatili, poi la condivisione di qualcosa di caldo, seduti uno accanto all’altro. È un processo graduale. La lentezza diventa una modalità fondamentale: accogliere qualcuno, così come sentirsi accolti, richiede tempo. È un passaggio necessario per creare una relazione autentica. È fondamentale anche aiutare i bambini a interrogarsi sul significato di “strano”, offrendo loro uno spazio di condivisione. Questo apre all’altro e permette di fare esperienza della diversità, di ciò che istintivamente mettiamo alla periferia. Spesso ciò che appare “strano” è semplicemente qualcosa che non conosciamo. Ma nel momento in cui proviamo a dare un senso a quella stranezza, riusciamo a trovare il modo di sentirla familiare. Ad esempio, i bambini mi dicono che Alfredo porta il cappello perché nel bosco fa freddo o si porta in giro la sedia perché alla fine gli serve per sedersi con Sonia. Ogni bambino porta il proprio punto di vista su ciò che considera strano, e questo permette di comprendere che esistono molte prospettive diverse. Ascoltandosi, si scopre che la stranezza può essere condivisa e compresa, e che è molto più vicina di quanto immaginiamo».
Di Alfredo è disponibile anche una bellissima versione musicale: ce la racconti in poche parole?
La fiaba musicale rappresenta un’occasione preziosa per entrare nella storia attraverso una dimensione diversa. Se il libro può essere letto in autonomia, prendendosi il tempo per coglierne ogni dettaglio, la versione musicale permette di accedervi da un’altra “porta”, accompagnati dalla musica. È un ascolto incantevole, in cui parole, voce e suono si intrecciano in modo armonico. La scelta delle musiche è frutto di un lavoro molto accurato, durato quasi un anno: ogni brano è stato selezionato con grande attenzione. Il brano scelto è un trio di Beethoven, una composizione particolarmente interessante perché scritta per una bambina di dieci anni. Un dettaglio che aiuta a scardinare l’idea di un Beethoven distante, autore solo di grandi opere “per adulti”, restituendoci invece una dimensione del compositore più vicina anche all’infanzia. La musica non solo arricchisce il racconto, ma apre nuovi immaginari e coinvolge il corpo del bambino, introducendo anche una dimensione legata al movimento e alla danza. Dopo l’ascolto della fiaba musicale e un primo momento di confronto e dialogo, può essere interessante proporre un’attività corporea: ad esempio, invitare i bambini a tenersi per mano e a “entrare nella storia” danzando insieme. È un passaggio significativo, rappresenta una forma concreta di avvicinamento all’altro, successiva all’accoglienza di qualcuno che inizialmente poteva sembrare estraneo. Permette ai bambini di sentirsi parte della relazione e del contesto in cui si muovono, rendendo l’esperienza dell’incontro qualcosa di fisico, oltre che emotivo».
Dal gioco alla lettura per far “toccare con mano” il concetto di esclusione
Che laboratori e attività creative si possono fare con i piccoli a partire da questo albo, sempre per aiutarli a comprendere cosa significa essere messi alle periferie della comunità? Ci aiuta in questo compito Simona Fico, pedagogista della Cooperativa Stripes.
Come utilizzare la lettura di questo albo illustrato per proporre un’attività che ci aiuti a far “toccare con mano” ai bambini della scuola dell’infanzia il concetto di periferia ed esclusione?
«Solitamente partiamo dalla lettura dell’albo illustrato: in questo caso possiamo procedere all’inverso, proponendo prima un gioco. L’idea è quella di far vivere un’esperienza e poi rielaborarla attraverso la lettura. Partiamo con il creare una serie di cartellini di colori diversi: la maggior parte saranno gialli, mentre uno sarà verde e uno rosso. Distribuiamo i cartellini ai bambini, facendo in modo che nessuno possa sapere il colore che ha l’altro. A questo punto diamo alcune semplici indicazioni: i bambini con il cartellino giallo possono accogliersi tra loro, ma non possono far entrare nelle loro “case” chi ha il cartellino rosso o verde. Il verde e il rosso, invece, possono incontrarsi tra loro. I bambini non sanno che esiste un solo cartellino rosso e uno verde: lo scopriranno durante il gioco. Sul pavimento si dispongono dei cerchi che rappresentano le case (si possono usare hula hoop, corde o nastro adesivo) creando spazi delimitati che possono ospitare al massimo quattro bambini. Si accompagna l’attività con un brano musicale: finché la musica suona, i bambini si muovono tra i cerchi. Le regole sono semplici: se un cerchio è vuoto si può entrare liberamente; se è occupato, bisogna chiedere “posso entrare?” mostrando il proprio cartellino. Il giallo accoglie il giallo, ma rifiuta rosso e verde; rosso e verde possono accogliersi tra loro. C’è un’ulteriore, fondamentale postilla: il rosso non può occupare un cerchio vuoto, ma deve sempre chiedere di entrare in uno già occupato. Dopo aver lasciato spazio alle dinamiche che emergono, in particolare la serie di rifiuti a cui deve far fronte il rosso e l’incontro tra rosso e verde, si interrompe la musica».
Come aiutiamo i bambini a rielaborare questa esperienza di gioco attraverso il libro?
«Dopo il gioco è importante accompagnare i bambini in una rielaborazione attraverso alcune domande: “Come ti sei sentito quando hai accolto qualcuno? Come ti sei sentito a non poter occupare uno spazio vuoto da solo, ma dover sempre chiedere a qualcuno? E come ti sei sentito nel vedere un tuo compagno con il cartellino rosso che non riusciva a entrare in nessun cerchio?”. Dopo questo primo momento “a caldo”, si passa alla lettura dell’albo illustrato. Al termine, si riprendono le stesse domande, questa volta riferite alla storia: “Secondo voi, come si è sentito Alfredo quando è stato cacciato via e non ha trovato posto in nessuna casa?”».
Come riportiamo questo discorso sulle persone relegate in periferia nella loro quotidianità?
«Per rendere questi concetti più vicini all’esperienza dei bambini, è utile calarli in contesti per loro familiari, come il parco giochi. Possiamo chiedere loro cosa succede quando, al parchetto, un bambino che non conoscono chiede di giocare insieme: è sempre facile accoglierlo? Si può farli riflettere sul fatto che entrare in relazione con qualcuno che non si conosce non è immediato, e che è normale avere bisogno di tempo. Non è necessario invitare subito a casa un bambino incontrato al parco, ma piccoli gesti, come fare qualche tiro con la palla insieme, possono diventare un primo passo per aprire una nuova amicizia. Un po’ come accade nella storia: Sonia non accoglie subito Alfredo in casa, ma costruisce gradualmente una relazione con lui. Allo stesso modo, è importante che i bambini si sentano sempre tranquilli e sereni nelle relazioni, senza sentirsi forzati, ma accompagnati a scoprire modalità concrete di incontro e apertura verso gli altri».