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Vermiglio, storia di genere e di famiglia

Vermiglio è un intenso film diretto da Maura Delpero che si è aggiudicata il Leone D’argento per la miglior regia alla Mostra del cinema di Venezia 2024 ed è stato scelto per concorrere alle nomination per gli Oscar 2025.
In un periodo in cui le riflessioni e le iniziative legate alla violenza di genere  si moltiplicano in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, ve lo proponiamo in quanto racconta una condizione di prigionia sistematica, fisica e psicologica, per le donne, che non lascia praticamente spazio alla loro volontà.

Vermiglio è il color rosso vivo, come rosse sono le scarpe e le panchine disseminate in tante piazze e parchi del mondo contro i maltrattamenti e i femminicidi, ma Vermiglio, in questo caso è anche il paesino italiano di montagna dove vive la famiglia protagonista del film. Durante l’ultimo anno della Seconda Guerra Mondiale, l’arrivo di un soldato disertore riesumerà sentimenti sepolti, evidenziando piccole e grandi guerre del quotidiano, che sottotraccia si agiteranno sempre più, deflagrando come una granata.

La trama

Cesare, interpretato da un fenomenale Tommaso Ragno, è il maestro del paese, figura fondamentale della comunità e padre di una figlia e un figlio adulti, di due figlie e un figlio piccoli, di un neonato e due piccoli che non ce l’hanno fatta. Insegna a tutti indistintamente, impera, austero, severo e, in tempi di guerra, compra vinili per nutrire la sua anima. La moglie gli rimprovera una maggiore attenzione ai bisogni della famiglia: i loro figli hanno fame. In lui si contrappongono l’amore pratico e l’amore per la bellezza: ci appaiono entrambi essenziali per vivere dignitosamente, entrambi salvifici.

Lucia, una delle figlie di Cesare, si innamora del disertore Pietro. Si promettono amore eterno, decidono di sposarsi. Finita la guerra, però, Pietro deve tornare in Sicilia dalla madre per darle sue notizie… e non farà più ritorno a Vermiglio.

Lucia affronta la solitudine di un amore perduto e di una gravidanza che rimane solo sua. Ada invece, la seconda figlia, si sente costretta entro i limiti e le convenzioni religiose, vorrebbe proseguire gli studi ma le viene impedito, soffre perché non riesce a far sentire la sua voce. Arriverà a dire a Flavia, la sorella più piccola: “Io vorrei essere prete, perché così ti ascoltano tutti”.

La lontananza dai campi di guerra non esclude la convivenza con il dolore, anzi, paradossalmente in tempi di pace sembra che la sofferenza riecheggi più forte.

La regia

La regia di Maura Delpero è splendida. La scelta di questa coralità di personaggi, fatta di volti indimenticabili, l’utilizzo del dialetto, il mostrare sul grande schermo azioni ripetute del quotidiano con uno stile neorealista sono le caratteristiche che elevano questo film dai tratti molto umani.

Fotografata magnificamente da Michail Kričman in tutte le stagioni (citate non a caso le Quattro stagioni di Vivaldi), la natura è metafora dei sentimenti umani, specialmente durante l’inverno innevato, tanto candido e romantico quanto brutale.

Il realismo poeticizzato di Vermiglio è un cinema che arriva da un sogno (come ha più volte rivelato la regista) e che arriva dal cuore. Vermiglio è una ventata d’aria fresca, grazie allo sguardo femminile di Delpero e alla sensibilità delle protagoniste che pervadono tutto il film. La regista riesce a essere cruda sulla condizione della donna, senza togliere nulla alla delicatezza, a una dolcezza sommessa, che tuttavia non è mai sottomessa e ci mostra la diversità di genere non come contrapposizione o lotta, ma nonostante difficoltà, limiti e colpe, ipotizzando strade di unione.

 

di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico

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