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Una battaglia dopo l’altra: le rivoluzioni invisibili

di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico

Spesso ci si chiede se il cinema oggi possa ancora sorprenderci. In un’epoca dominata dallo streaming e dal consumo veloce di video, la settima arte sembra aver smarrito la sua forza. Eppure, ogni tanto, arriva un film che ci ricorda quanto il cinema, quando è autentica visione d’autore, possa ancora essere strumento di riflessione e di umanità.

Una battaglia dopo l’altra, l’ultimo film di Paul Thomas Anderson, appartiene a questa rara categoria. È un’opera d’arte che riporta il cinema alla sua dimensione: quella di sguardo sul reale, di interrogazione morale, di fruizione che eleva l’uomo.

Come scriveva Cesare Zavattini, «fare un film è un atto sociale» — e Anderson sembra, senza troppe pretese, cogliere quella lezione, costruendo un racconto dove la rivoluzione fallisce, ma la speranza resta viva nel gesto di chi continua a lottare lontano dai riflettori.

La trama

Sedici anni dopo lo scioglimento del gruppo politico French75, che negli anni Ottanta aveva tentato di sovvertire il sistema con azioni violente, Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio) vive isolato con la figlia adolescente Willa (Chase Infiniti). La madre di lei, Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), è sparita da tempo, lasciando un vuoto difficile da colmare. Ma quando il colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), vecchio nemico del gruppo, riemerge dal passato, la vita di Bob diventerà una fuga dal pericolo.

Comincia così una corsa contro il tempo, non solo per ritrovare sua figlia, ma anche per salvare ciò che resta di sé: Bob è un inetto che rifugge dalla vita, in un mondo che, nonostante i suoi tentativi rivoluzionari, non sembra aver cambiato faccia. Ora è rimasto perso, confuso, senza tuttavia aver perso la sua umanità.

Il suo è un viaggio dentro la disillusione e la redenzione, dove ogni personaggio cerca di orientarsi in un contesto che ha smarrito la propria bussola morale. Il tempo, continuamente evocato attraverso il linguaggio in codice della French75 — «Che ore sono?» è la domanda di sicurezza di cui Bob non ricorda la risposta — diventa la misura di un disorientamento collettivo. La soluzione, enigmatica e rivelatrice, è: «Il tempo non esiste, ma ci controlla sempre.»

La tecnica

Anderson costruisce un film densissimo, dove i generi si contaminano: action movie, dramma, thriller e western sfociano addirittura nella commedia grottesca, il tutto tenuto insieme dalla colonna sonora mozzafiato di Jonny Greenwood. Insomma Una battaglia dopo l’altra è spettacolo cinematografico puro ed è anche un limpidissimo sguardo sul nostro presente. Un’opera visivamente potente, dove la macchina da presa si muove con fluidità, quasi a cercare un orizzonte che sfugge continuamente, ma concentrata anche sui primi piani dei personaggi.

L’inseguimento in auto, in particolare, (probabilmente una delle scene di inseguimento più belle della storia del cinema) è un esempio magistrale di regia immersiva e sintesi di tutto il film: la visuale si chiude, si restringe, come se il mondo intorno ai protagonisti si stesse letteralmente dissolvendo. Si percorre una strada contorta, ondeggiante, sfocata dal calore, diretta verso un’altra battaglia.

I temi

Ma Una battaglia dopo l’altra è soprattutto un film sul fallimento e sulla possibilità di una rinascita. Bob, ex rivoluzionario perduto, comprende che la vera battaglia non è quella contro il potere, ma quella per gli affetti, per il diritto di vivere e di crescere sua figlia Willa in un mondo ancora segnato da razzismo e disumanità.

Accanto a lui emerge la figura di Sensei (interpretato da un formidabile Benicio Del Toro) che insegna a Willa il karate: il mentore perfetto per questa storia. Funge da custode del tempo, l’unico che riesce a controllarlo e che infatti, è l’unico che sa rispondere alla domanda «Che ore sono?». Incarna la calma, la resilienza e la spiritualità di chi, pur nelle difficoltà, sa ancora “celebrare la vita”.  Sensei è di origine messicana, è la parte offesa e lesa di questo mondo razzista, ma senza vittimismo aiuta altri immigrati e insegna a chi vuole fare la rivoluzione il modo in cui realizzarla davvero: affrontando tutte le battaglie invisibili del quotidiano.

Il colonnello Steven J. Lockjaw, invece, rappresenta l’incarnazione di un potere mai fedele a sé stesso, gonfio d’odio e di brama, che si rivela essere un uomo misero, senza morale, destinato al definitivo fallimento per una vita vissuta senza amore.

In questa prospettiva, il film di Anderson diventa una riflessione sull’impegno sociale e sulla speranza: su quelle “rivoluzioni invisibili” che non fanno notizia ma cambiano davvero persone e situazioni. Impossibile non pensare alle vite dei missionari del Pime, che operano in contesti dove anche il più piccolo cambiamento diventa un’enorme conquista. Come loro, i protagonisti del film imparano che il vero atto rivoluzionario è restare fedeli alla propria umanità, anche quando tutto intorno invita alla rassegnazione, all’inazione, alla disperazione. Proprio perché è necessario mantenere sempre una luce accesa, portando pace con i gesti di tutti i giorni.

In Una Battaglia dopo l’altra sembra davvero confluire tutto: è ironico, drammatico, divertente, riflessivo, dissacrante, grottesco.

È soprattutto un film che invita all’azione, poiché dopo essere usciti dalla sala si ha voglia davvero di schierarsi dalla parte giusta, senza timori; di combattere idealmente per un mondo più umano, per l’amore, per la vita, con le armi dei semplici gesti quotidiani, mai irrilevanti. Al contrario: fondamentali.

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