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Un monello divenuto missionario | Lettere dalla Storia

Per spiegare a un ragazzo come si diventa missionari, non c'è miglior modo che raccontare la propria storia, magari condita con qualche aneddoto divertente. È quello che fa padre Luciano Basilico in questa lettera a un giovane lettore

Qual è il modo migliore per raccontare la missione ai ragazzi? Come spiegare chi è, cosa fa e… come si diventa missionari?

Forse semplicemente raccontando se stessi. È quello che per anni ha fatto padre Luciano Basilico, scrivendo e pubblicando i suoi gustosi racconti di vita missionaria sulla storica rivista del Pime che si rivolgeva proprio ai lettori più giovani. Il brano che segue è l’introduzione a un libro, pubblicato negli anni Novanta, che raccoglie molti dei racconti di padre Luciano, perlopiù ambientati nella sua terra di missione: «Amazzonia, non è posto per giovanotti in cravatta».

È un libro curioso, perché sa concentrare lo sguardo del lettore su ciò che fa bella la missione, ma a partire dalle cose di ogni giorno che diventano, descritte con intelligenza e umorismo, i “grandi avvenimenti” di una vista semplice e umana.

Carissimo,

ti parlerò di me se mi prometti di non raccontare a tua mamma quello che ti rivelerò, altrimenti corro il rischio di perdere un amico. Sono venuto al mondo mentre mio padre stava concimando un campo. Immaginati quanto sono vecchio! Ti dico solo che sono nato nel 1930, a Cogliate, zona Groane, quando si usava ancora lavorare i prati.

Sono poi cresciuto in età, poco sapiente e molto monello.

In terza elementare, ad esempio, proprio mentre tutti i ragazzini per bene esprimono i loro desideri e sognano cosa fare da grandi, io, senza fantasticare troppo, ho preso l’asse per lavare di mia mamma e l’ho portato al terzo piano di casa mia, per provare l’ebbrezza d’essere pilota. L’ho steso sulla scala, mi sono seduto sopra e via, in picchiata! Mi sono risvegliato all’ospedale con una gamba rotta!

Non ho mai saputo resistere alla tentazione di tirare i sassi ai gatti, ai cani e alle galline. Un giorno, vista una gallina ben pasciuta, ho raccolto velocemente un sasso e l’ho colpita… ottima mira! Il guaio, però, è che la poveretta è morta all’istante. Che fare? Con una spudorata “faccia tosta” l’ho raccolta e portata alla padrona dichiarando che, per puro caso, era finita sotto la bicicletta: la signora mi ha ringraziato donandomi in sovrappiù una succosissima pera matura.

Di questi dispetti ne combinavo tutti i giorni.

L’ultimo giorno di scuola, al termine della quinta elementare, io e altri miei due amici abbiamo gettato i libri nel fiume e abbiamo riempito la cartella di sassi (io te lo dico, ma… acqua in bocca!), poi ci siamo appostati dietro una siepe e abbiamo teso un agguato alla maestra, che doveva passare proprio di lì in bicicletta. È stata un buon bersaglio.

Purtroppo ci ha riconosciuto e sono stato ricambiato con… tante botte e una notte senza cena.

A tredici anni, divenuto delegato degli aspiranti di Azione Cattolica, ho cominciato a organizzare i dispetti in équipe. Uscivamo in gruppo all’imbrunire e suonavamo tutti i campanelli, poi… via di corsa!

Finalmente sono cresciuto e ho cominciato a lavorare come operaio nella fabbrica di Seveso, proprio quella che ha inquinato con la diossina; sono stato anche elettricista.

Ma un giorno il Signore, di passaggio, ha visto questo monello e lo ha chiamato: allora sono diventato missionario del Pime e i superiori mi hanno mandato in Amazzonia.

Ti racconto brevemente come è andata.

Eravamo nel lontano 1947 quando padre Orlando mi ha parlato dei missionari e mi ha regalato un libro dal titolo misterioso: «Trentatrè anni in Cina». Il libro e il padre mi hanno insinuato il desiderio di essere missionario. Avevo diciannove anni quando mi sono ritrovato con le valigie in mano a Milano, in piazza Cinque Giornate, da dove partiva il pullman che mi avrebbe portato a Vigarolo (lì c’era un seminario del Pime). Mia mamma era con me, il papà invece non mi ha potuto accompagnare perché proprio una settimana prima era stato internato nel sanatorio di Garbagnate.

Vigarolo, allora, era un paesino con quattro case, molte stalle e un palazzo, vecchio e malandato.  Che tristezza!
«Ma dov’è questo Pime?» i miei compagni ed io ci guardavamo attorno perplessi.
«Eccolo» ci aveva risposto una signora.
Sulla porta ci aspettava padre Fasoli, una figura alta e tarchiata, con un barbone nero e una veste tra il grigio e lo sporco; forse era stata nera, un tempo.
«È qui il Pime?» abbiamo osato.
«Sì, e il rettore sono io».
Gli ho baciato la mano, così mi avevano detto di fare e… «Piacere signor… Pime!».

Il rettore era rientrato in Italia dalla Birmania, dove aveva lavorato nella foresta, per cui niente da meravigliarsi se era un po’ rude e scontroso. Infatti ci ha trattato freddamente, sostenendo che quello non era un posto per giovanotti con la cravatta. Secondo lui io avevo “troppi anni” e in più la cravatta, mentre lì accettavano solo bambini. Che fare? Io a casa avevo già salutato tutti, convinto di entrare nel seminario missionario.

Ma, per fortuna, non si riescono ad ostacolare efficacemente i piani di Dio e proprio grazie a Lui è arrivato un altro signore con la barba, che poi ho saputo essere padre Mario Fumagalli, e tra i sì e i no, sono rimasto.

In chiesa non c’erano né panche né sedie, solo cassette per la frutta… avevano riaperto la casa da poco e si tirava avanti così. Si stava in seminario ininterrottamente per nove lunghissimi mesi, senza poter tornare a casa né a Natale né a Pasqua e così ho potuto rivedere mio padre ammalato solo alla fine dell’anno. Erano tempi così, e non li discuto, ma erano tempi duri davvero!

Dieci anni di seminario e dieci anni di infermità di mio papà, con il quale potevo parlare e vivere solo durante le vacanze estive. Ma poi, finalmente, è arrivato il giorno della mia ordinazione. Mio padre non ha potuto assistervi, erano ormai dieci anni che non si alzava più dal letto o dalla sedia.

Al mio paese avevano preparato una grande festa per la mia prima Messa e ancora oggi conservo l’album delle foto ricordo. Ma anche quel giorno non c’era mio papà. L’ho raggiunto solo terminata la Messa, quando sono andato a casa per fargli baciare le mani e benedirlo (allora si usava così).

Era seduto sulla porta di casa. Mi ricordo d’averlo visto là, immobile, con il suo solito sorriso di persona tranquilla ma non rassegnata, cosciente di fare ogni giorno la volontà di Dio. Al mio avvicinarsi gli sono scese due lacrime. La sua voce era fioca, mi ha avvicinato a sé perché lo sentissi e mi ha chiesto scusa per non esser mai venuto in seminario a trovarmi. Poi, con trepidazione e commozione, mi ha rivelato che in questi dieci anni aveva offerto, senza lamentarsi, tutti i suoi dolori perché io diventassi missionario.  

In quel momento ho capito tutta la grandezza di mio papà, ma soprattutto ho scoperto che la mia vocazione era il frutto di questa grandezza. Ho ricevuto la destinazione due mesi dopo la mia ordinazione: Parintins in Amazzonia (Brasile). Ero felice, anche se molti mi avevano biasimato per la mia decisione: «Come, lasci tuo padre in queste condizioni, ma dove hai il cuore?».
«Chi non lascia il padre e la madre… non è degno di me», ha detto il Signore, ma come è duro questo comando!
Fortunatamente l’incoraggiamento l’ho avuto proprio da mio papà: «Non preoccuparti per me» mi ha detto, «questa è la tua missione. Va’!»

E così sono partito da Genova con una nave da carico e ho impiegato quattordici giorni per arrivare alle foci del Rio delle Amazzoni.

Una settimana dopo essere arrivato a Parintins, mi hanno mandato a Barreirinha, in mezzo ai caboclos, per imparare la lingua viva. Forse è per questo che sono ancora un “asino”.

Oggi i tempi sono cambiati, grazie a Dio. Si fanno sei mesi “all’università”, per avere un’ampia formazione storica, geografica e culturale, poi si fa esperienza nei centri urbani, mica ti sbattono subito in foresta! Sì, i tempi sono cambiati: le mele maturano a poco a poco, non come una volta che le mettevano subito al sole.  

Anche il signor Pime è cambiato. Prima era un vecchietto che ti diceva: «Figliuolo, va’ e muori fedele alla tua missione…», ora viaggia da un continente all’altro. Manca solo il “continente” Luna, a questa mancanza cercherò di rimediare io quando le passerò vicino andando in paradiso.  

E sì, io ora sono quasi vecchio. Devo cominciare a pensare alla “pensione”. Non potresti venire a sostituirmi? Pensaci. Così io potrei riposarmi un po’ e lasciare il posto a chi è più in gamba!

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