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Ubuntu contro Prometeo: superare l’immaginario greco orienta il volontariato giovanile

Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

Prometeo ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, sfidando la collera di Zeus. Giasone attraversa mari tempestosi alla ricerca del vello d’oro, circondato da compagni ma sempre protagonista assoluto dell’impresa. I Titani si ribellano contro l’Olimpo in una sfida al limite, al confine, al superamento di ogni vincolo. La mitologia greca ci ha consegnato un immaginario potente, fatto di eroi solitari capaci di gesta straordinarie, individui eccezionali che da soli cambiano il corso della storia.

Ma è davvero questo il paradigma di cui abbiamo bisogno oggi? Quando parliamo di impegno civile, di costruzione del bene comune, possiamo ancora affidarci a questo modello di eroe prometeico? La risposta che emerge osservando le nuove generazioni è netta: no.

È tempo di cercare metafore diverse, per dare senso al volontariato e all’attivismo che le giovani generazioni reclamano con forza.

Il richiamo delle nuove generazioni

Il tema dell’attivismo delle nuove generazioni obbliga a riconsiderare le politiche di spazi di socializzazione, aree di intervento e di investimento sulle risorse giovanili. Sono risorse scarse e preziose, eppure assai poco valorizzate nel nostro Paese, che sembra aver smarrito la bussola del suo orientamento etico e civile. La riduzione delle tutele in ambito lavorativo, la mercificazione del lavoro, il prevalere di logiche finanziarie ed economiche totalmente disincarnate… tutto questo impone un ripensamento dei paradigmi costruttivi di una società civile capace di anteporre il bene comune a logiche utilitaristiche.

I nostri adolescenti richiedono insistentemente ascolto, spazi, possibilità di progettazione del futuro. Manifestano la volontà di esserci e di poter incidere sulla ridefinizione del presente. Il clima di vasta erosione antropologica in cui siamo lentamente precipitati ha consumato i tempi e i luoghi di una sana socializzazione, lasciando pericolosi vuoti di senso. Forse solo la scuola rappresenta ancora un ambito in cui la presenza giovanile trova un riscontro e un’area di espressione. È questo il significato profondo delle tornate autunnali di occupazioni studentesche: sono un grido di dolore.

Ma se il nostro non è un paese per giovani, non è neppure per vecchi. L’inverno demografico ha bisogno di essere “scaldato” dal basso, dallo sforzo paziente di un rammendo del tessuto sociale lacerato, da una cooperazione intergenerazionale che rintuzzi i rispettivi egoismi e le recriminazioni sterili. Possiamo stare meglio solo se insieme e se animati da una visione solidale.

Oltre l’eroismo solitario

Non occorre quindi lo sforzo prometeico del singolo che sfida da solo rischi e pericoli. Non abbiamo bisogno di eroi solitari, di Giasone o Prometeo, di una esaltazione individuale alla ricerca di un’infinita espansione del Sé. I nostri tempi stremati e inariditi richiedono partecipazione, condivisione, e quindi anche di metafore e immagini che non siano attinte dall’immaginario del mondo greco.

La sfida maggiore è stimolare un mutamento di paradigma che non si fondi sull’esaltazione dell’individuo, ma esprima, al contrario, il bisogno che abbiamo di essere insieme. Un paradigma che richiami la necessità della costruzione – condivisa – di una società plurale e complessa, con il bene comune come obiettivo finale. Non quindi superuomini dotati di poteri sovrannaturali, ma cittadini consapevoli: giovani animati dalla fiducia nel possibile e adulti generosi capaci di sostenerne lo slancio facendo un passo indietro, rinunciando al protagonismo. Occorre un diverso immaginario e una filosofia non occidentale può restituire alla comunità lo slancio progettuale che le occorre.

Ubuntu: sono perché siamo

La filosofia africana dell’ubuntu può essere sintetizzata in un’affermazione non retorica: siamo perché inseriti in una rete di relazioni necessarie. Siamo perché responsabili, capaci di giustizia e di partecipazione e non arroccati sul privilegio. Siamo perché applichiamo una giustizia riparativa, perché rinunciamo all’accumulo, perché viviamo meglio senza ossessioni performative, senza idolatrie e miti distruttivi.

Siamo perché liberi dall’individualismo, perché sappiamo di essere interdipendenti. Siamo perché generosi nel dare e nell’esserci. Siamo protagonisti perché impariamo a trasformare la rabbia in assertività, lo slancio affermativo in servizio e cura del bene comune, perché proviamo a ridisegnare partecipazione e scelte politiche.

La metafora della tessitura

Il ricorso all’immagine della tessitura restituisce valore e significato a molti termini sociologicamente impiegati per illustrare la società. Non come una somma di individui o di caste competitive: parliamo sempre di tessuto sociale, di lacerazioni, di strappi, anche se non sappiamo come ripararli. Al contrario, siamo schiavi dell’usa e getta, del consumo vorace di capi di abbigliamento inquinanti che potrebbero essere metafora delle nostre relazioni.

Occorre, invece, quella che una volta si chiamava la scatola dei cotoni: il cesto in cui troviamo forbici, aghi, ditali, matassine, fili, bottoni, gancetti… Sono gli strumenti che insegnano l’arte del rammendo, della riparazione, del riuso, della riduzione dello scarto. Una cassetta degli attrezzi per una vita sobria e saggia, capace di cura paziente, nemica della fretta.

Bisogna reimparare a fare pace, mediare, perché non abbiamo altre opportunità se non queste. Ci potremo salvare solo tenendo saldi i capi della rete, con la giusta tensione: senza allargare le maglie fino a perdere i valori e i beni in essa contenuti, ma senza stringerle fino a strangolarci per avere tutto e subito. Occorre dipanare la matassa perché non diventi un groviglio inestricabile e avere la pazienza di sciogliere i nodi delle nostre relazioni ferite, della nostra rabbia inespressa, della nostra infinita paura della solitudine.

L’olio delle lampade

La parola evangelica e la sua straordinaria fecondità di immagini e metafore fornisce un repertorio abbondante cui attingere, in tempi di paralisi ossessiva dell’immaginario. La più potente, a mio avviso, è quella dell’olio per le lampade: saper essere vigilanti, coltivare la speranza dell’attesa insieme, perché la salvezza non è un fatto privato o solitario, ma collettivo.

Se dobbiamo essere sale della terra, lievito, piccolo gregge, granelli di senape, abbiamo bisogno della compassione, della pazienza, della mitezza e del coraggio necessari per attraversare insieme il deserto antropologico in cui ci troviamo.

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