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Tra cuori d’oro, con le mani sporche | Lettere dalla Storia

In questa lettera del 1959, padre Carlo Calanchi esprime la cura dei missionari per il mondo dell'infanzia, già trent'anni prima della ratifica della Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza

Il 20 novembre 1989 veniva approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza, ratificata oggi da 196 Stati del mondo. Tra i principi fondamentali su cui si fonda ci sono la non discriminazione (art. 2), il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino e dell’adolescente (art. 6), l’ascolto delle opinioni del minore (art. 12).

Ma basta sfogliare un po’ di riviste storiche del Pime per rendersi conto che i missionari quei principi li applicavano quotidianamente già decenni prima che venissero universalmente codificati e ratificati. Nel brano che riproponiamo di seguito, padre Carlo Calanchi, missionario nell’allora Pakistan orientale (oggi Bangladesh), racconta simpaticamente la sua vita di tutti i giorni con quelli che lui affettuosamente definisce i suoi “monelli dal cuore d’oro”.

Il testo è pubblicato nel 1959 sulla rivista “Italia Missionaria”, rivista missionaria del Pime per ragazzi fondata nel 1919 (rispettivamente trenta e settanta anni prima della ben nota Convenzione sui diritti dell’Infanzia).

 

Tempo fa un amico mi scriveva: «Vedo che sei rimasto il monello di sempre. Nemmeno il Paradiso riuscirà a cambiarti, ma in Paradiso i fiori rari ci stanno bene». Non esageriamo, il Paradiso è pieno di monelli e di ragazzi. Anzi, Gesù disse che è necessario diventare come fanciulli per entrare nel regno dei cieli. Mi piace pensare al Paradiso come un luogo dove c’è posto per tanti monelli dal cuore d’oro.

Confesso di aver sempre voluto bene ai ragazzi. Così voglio bene anche a questi fra i quali passo gran parte della mia vita. I loro Angeli custodi si dimenticano di pulir loro il naso, così se lo puliscono sui miei vestiti o sulle mie mani. Le loro mani… be’, prendiamo un titolo da un famoso libro: «Mani nere e cuor d’oro». […]

I miei ragazzi cominciano a venirmi tra i piedi molto presto. Spesso ho appena il tempo di saltar giù dal letto. Quando qualcuno mi vede girare dietro la casa per la mia pulizia personale si precipita subito lì con gli occhi ancora sonnacchiosi. Le formalità di levata per questa gente sono poche: basta alzarsi da terra e sono già vestiti, lavati e… stirati. Si laveranno verso mezzogiorno al fiume, prima di mangiare.

Non posso uscire di casa che mi sono subito addosso, mi tirano da tutte le parti, mi si appendono alle braccia e vogliono che faccia loro l’altalena. Poi da bravi ragazzi si picchiano perché uno ha preso prima la mano e l’altro ha preso il braccio: a chi tocca il diritto di precedenza?

Molte volte vengono loro qui in stanza a vedere che cosa faccio; vogliono toccare tutto, sapere il perché di tutto. Spesso mi portano da vedere le cose più strane che trovano. I piccolini spesso vanno in giro con un pezzo di legno o in braccio o legato dietro la schiena, e dicono che quello è il loro bambino piccolo o la sorellina. Parlano con lui, gli danno da mangiare, lo mettono a riposare, lo picchiano e dicono che… piange!

«Padre, fai un po’ di rumore con l’armonio?»
«No, rumore ne fate già voi abbastanza; più tardi suonerò». […]

Quando viene buio, c’è sempre qualcuno che rimane e bisogna mandarlo a casa perché il girare di notte è pericoloso per tutti, anche se i bambini hanno degli speciali angeli custodi! Ne sento qualcuno cantilenare un po’ di preghiere con la mamma, e poi il sonno non si fa attendere, anche se invece di un letto col materasso non c’è altro che la stuoia sulla nuda terra.

Mi piace il piccolo Karlus quando prega: «O Padre nostro che sei nel cielo creatore del cielo e della terra e credo in Gesù Cristiana (?!), dacci oggi il nostro pane, terzo comandamento, primo comandamento… ecc.». Una volta vidi le bambinette che «facevano la Messa». Una faceva la parte del prete e le altre facevano i chierichetti o i fedeli. Naturalmente la parte più importante era il suono del campanello. […]

Ho già seppellito tre bambini nei brevi mesi che ho passato qui. Due morirono di vaiolo (fratello e sorella) Uno fu portato da lontano per essere sepolto qui. […]

Qui più o meno sono sempre tutti ammalati, e non c’è cosa più triste di un bambino ammalato! E il clima trova un terribile alleato nella miseria. E nella fame che sembra essere condizione normale di questa povera gente. Ho ancora in mente la scena della sepoltura della bambina morta di vaiolo. La mamma cantava la sua nenia piena di cupa tristezza, mentre due uomini portavano la rozza barella. Si sedette vicino alla fossa, con in braccio il bambino rimastole, con gli occhi fissi e senza lacrime. Non ci furono grida disperate, lei pure gettò la sua manciata di terra nella buca. Quando la miseria è pane quotidiano (e quelli erano mesi della più nera fame!!) chi è Povero non ha quasi nemmeno il tempo e la forza di piangere.

I miei ragazzi sono a scuola adesso. Sento dalla mia capanna che stanno facendo lettura: urlano cioè tutti assieme, ciascuno per proprio conto. Sono cinque classi in una sola capanna. Speriamo che alla fine dei cinque anni ci sia qualcuno che sappia almeno scrivere il suo nome… Terminata la scuola si precipitano qui a prendere un po’ di latte in polvere americano. È l’ultimo che c’è rimasto, poiché anche l’America ha sospeso gli aiuti.

Perché volete che si meraviglino che anche noi siamo poveri? Che la nostra abitazione non faccia invidia alla loro? Se durante questa stagione delle piogge vi piove dentro? Se con la massima facilità un temporale potrebbe spazzare via il tetto della capanna così come fece crollare tutta la cappella?

Anche i nostri tetti sono fatti di bambù e di corde come quelli che talvolta hanno loro. La nostra poca roba è contenuta in scatoloni di cartone, sospesi ai bambù del tetto, o in cassette sollevate da terra per timore delle formiche bianche. Anche nel cibo c’è la stessa uniformità e spesso povertà che si vede in loro. Essi il cibo non sempre ce l’hanno; come chiamare cibo quelle radici o frutti selvatici che hanno mangiato per molti mesi?

Potrei andare avanti a chiacchierare attorno a questo mondo monello… ma finirei per chiedervi aiuti per costruirmi una casa. E allora voi pensereste che ho scritto solo per quello… È meglio che finisca. Ssst! Mentre termino al lume della lucerna, sono certo che tutti i miei monelli sono profondamente addormentati, coi pugni chiusi e sulla nuda terra… Ssst! Prego, non fate rumore!

 

A cura di Isabella Mastroleo
Responsabile Biblioteca Pime

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