Di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico
Che sia l’argomento principale oppure solo lo sfondo della storia, il carcere è una delle ambientazioni più interessanti che il cinema ci restituisce. È veicolo di temi come la redenzione, il perdono, la lotta politica, la riscoperta dell’essere umano, la giustizia e la libertà. La sensibilità dei registi ci ha permesso di riflettere su questi argomenti nelle maniere più disparate, offrendoci la possibilità di osservare il carcere da qualsiasi angolazione e da ogni punto di vista.
I grandi classici: tra umanità e condanna
Partiamo dai grandi classici. In Le ali della libertà, di Frank Darabont, viene subito messa in evidenza l’incredibile umanità del protagonista, imprigionato per il presunto omicidio della moglie. Un’umanità che illumina la strada degli altri personaggi, anch’essi semplicemente persone che hanno commesso degli errori (forse) e che ne hanno preso coscienza. Il carcere, allora, è davvero educazione e riabilitazione? La risposta che verrebbe naturale dare è sì, ma le sfaccettature sono molteplici.
Lo stesso regista, infatti, dà vita a un altro classico (tratto dalla penna di Stephen King) in cui le prigioni americane degli anni ’30 sono veri e propri luoghi di morte: Il miglio verde. Il nome si riferisce al corridoio che i condannati a morte percorrono verso la sedia elettrica. Sembrerebbe che il film si traduca soltanto in una denuncia all’inumana pena di morte. Tuttavia, le splendide prove di Tom Hanks e Michael Clarke Duncan ci fanno capire quanto Il miglio verde sia anche un inno all’esistenza: l’umanità può risplendere in ogni luogo, anche in quelli più impensabili, come i gelidi corridoi di un carcere, quelli dove sembra riecheggiare solo la morte.
Hunger: quando la morte è l’unica via d’uscita
Perché purtroppo il carcere può essere anche un luogo oscuro, in cui si tortura e si è torturati. È il caso del capolavoro assoluto di Steve McQueen, Hunger, che racconta la storia dei prigionieri politici irlandesi, maltrattati e picchiati per la loro determinazione a portare avanti uno sciopero della fame e, prima di esso, uno sciopero dello sporco. Tuttavia, le numerose scene di violenza vengono rappresentate con maestria registica, senza compiacimento gratuito o manierismo formale. È il leader dei detenuti Bobby Sands (Michael Fassbender) a iniziare lo sciopero della fame che lo porterà alla morte sessantasei giorni dopo.
In Hunger, infatti, il carcere non è più rieducazione, ma resta un luogo di morte. Uno spazio in cui si è costretti ad arrivare all’estremo, dove la morte stessa diventa l’unico grido capace di oltrepassare le sbarre. E poi c’è quel lunghissimo dialogo che spezza il silenzio di un’opera quasi muta: i venti minuti di faccia a faccia tra Sands e padre Moran (Liam Cunningham), filmati in due sole inquadrature, che riassumono il senso di una lotta politica durata dieci anni. O il non senso di questa: a noi la scelta.
Teatro in carcere: Shakespeare a Rebibbia
Molti film sul tema hanno voluto sottolineare il fenomeno delle attività teatrali all’interno delle carceri. Uno dei più emblematici è Cesare deve morire dei fratelli Taviani. Per il progetto teatrale interno al carcere di Rebibbia, nella sezione di massima sicurezza, il regista Fabio Cavalli decide di mettere in scena il Giulio Cesare di Shakespeare, facendo utilizzare a ciascun detenuto il proprio dialetto. Durante casting, distribuzione delle parti, prove e messa in scena, verranno alla luce i tanti punti di contatto tra la tragedia classica e le esperienze dei carcerati.
È un’opera particolare, dalla struttura simile a un reality show e dalle chiavi di interpretazione inedite. Pur utilizzando esclusivamente veri carcerati, filmati dentro l’istituto, la componente di “finzione” non è mai celata, anzi esaltata. Come nell’utilizzo delle luci cinematografiche in piena vista e con l’alternanza tra bianco e nero e colore. Questo straniamento, cui si aggiunge la ricostruzione della messa in scena del Giulio Cesare, amplifica e riverbera la riflessione sul “ruolo” che ciascuno dei carcerati (e anche degli spettatori) è costretto a scegliere nella vita. Efficaci sono anche le riflessioni degli attori sui parallelismi tra congiurati e malavitosi, oltre che sul teatro come possibile mezzo di riscatto.
Ariaferma: detenuti e carcerieri faccia a faccia
Ariaferma, di Leonardo Di Costanzo, è un altro esempio emblematico del cinema che racconta il carcere. Diversamente da molti altri film, costringe detenuti e carcerieri a guardarsi negli occhi, ma soprattutto a vedersi davvero. Straordinarie le interpretazioni di Toni Servillo e Silvio Orlando in una pellicola che racconta di un carcere in via di dismissione, dove alcuni detenuti sono costretti a rimanere in attesa di ulteriori direttive. Questa notizia inattesa e spiacevole interrompe bruscamente i festeggiamenti delle guardie. In una struttura che sta perdendo la sua funzione e si trasforma in una specie di limbo, nasce allora l’opportunità di conoscersi, di riconoscere nell’altro le sfumature, le zone grigie dell’animo umano che appartengono a tutti. E sembra che proprio i condannati riescano a comprenderlo prima dei secondini.
Cinema, speranza e crisi: la libertà del cuore
Esistono, dunque, film sul carcere che parlano di speranza e altri che ci mettono profondamente in crisi. Ma entrambe, speranza e crisi, sono necessarie. Il cinema, come ogni arte, non è un luogo di pace o di risposte: al contrario, spesso è uno spazio che apre a migliaia di domande e di dubbi. Sono argomenti duri, incontri spesso terrificanti, viaggi oltre fredde mura. Ma, come coloro che vivono il carcere, bisogna essere capaci di guardarsi dentro in modo autentico, attraverso quella che sant’Agostino definiva l’auscultazione dell’anima. Dobbiamo imparare a vedere senza giudizio, con il cuore aperto alla comprensione. È allora che si può arrivare a trovare noi stessi e il divino. E tornare ad essere davvero liberi.