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Silence: il silenzio della fede e l’incontro tra culture | Il film del mese

Due gesuiti attraversano il Giappone repressivo del XVII secolo. Ma in questo scontro di culture, oltre alla loro vita, sono in pericolo le convinzioni profonde su cui si basa la loro fede

Silence (disponibile in streaming su RayPlay) è su tanti fronti un indubbio capolavoro, l’ennesimo del maestro Martin Scorsese, che riesce nell’incredibile impresa di realizzare un film dopo averlo conservato nel cuore per ben 25 anni.

Il regista, di credo dichiaratamente cristiano cattolico, si fa ispirare dal romanzo Silenzio di Shūsaku Endō per mettere in scena un potente dramma storico che, partendo dalla chiusura del Giappone nei confronti del mondo esterno nel periodo Tokugawa, indaga con lucida profondità le contraddizioni della fede, l’imperscrutabile volontà divina, l’incomunicabilità, la complessità nel conciliare culture diverse, il silenzio di Dio di fronte alle sofferenze umane.

La trama

In Giappone, nella prima metà del XVII secolo i gesuiti portoghesi sono perseguitati per il proprio credo religioso: Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) partono per un impervio viaggio alla ricerca del loro mentore scomparso Cristóvão Ferreira (Liam Neeson), unitosi ai giapponesi dopo essere stato costretto a rinnegare la propria fede per volere dello spietato Inoue (Issei Ogata), che cerca di far abiurare i cristiani con brutali pratiche di tortura.

Il cinema mastodontico di Scorsese non rinuncia neanche questa volta ad esprimere tutta la sua carica espressiva attraverso immagini mozzafiato, caratterizzate per lo più da scorci paesaggistici di notevole spessore che evidenziano la fragilità umana in confronto all’immensità della natura. L’uomo immerso in quest’assordante quiete dà voce ai propri dubbi, mette in discussione sé stesso e quelle che sono state le sue convinzioni fino a quel momento.

la tecnica

Girato in pellicola 35 mm, Silence vanta di un comparto tecnico non indifferente: dalla scenografia di Dante Ferretti, alla fotografia di Rodrigo Prieto, fino ad arrivare all’incredibile sceneggiatura scritta assieme a Jay Cocks.

La parola è la colonna portante dell’intero film. La tecnica del voice over viene utilizzata come escamotage narrativo per comprendere il pensiero interiore del protagonista (Andrew Garfield è alle prese con la sua migliore performance in carriera). Una voce che muta, poiché l’umano cambia di fronte alle esperienze della vita e cambia per il silenzio di Dio, che riflette il silenzio della realtà stessa: confusa, violenta, nebulosa, immensa e incontrollabile. Esattamente come il film ci comunica, non solo attraverso la storia, ma soprattutto attraverso quelle immagini che rendono immenso il cinema di Martin Scorsese.

Un film sull’incontro tra culture

Silence non è soltanto un film sulla religione. È un’opera che ci mostra quanto sia importante la comprensione dell’altro, l’apertura verso i nostri nemici (o quelli che pensiamo siano nostri nemici) i quali si rivelano essere semplicemente uomini che danno valore alla propria cultura, che vogliono portare avanti i propri ideali e sono in questo contrastati da altri popoli.

Nella contemporaneità questi concetti sono piuttosto evidenti: il diverso diventa spesso un ostacolo all’intercultura; poiché siamo troppo affezionati a valori che riteniamo sacrosanti ci chiudiamo in un egoismo culturale, senza essere disposti all’incontro e al mettere in discussione le nostre ideologie. Cose senza le quali, però, non può esistere umanità.

Silence ci sussurra velatamente questa nostra mancanza: l’assenza del doveroso rispetto, sotterrato dalla paura che una cultura possa arrogantemente invadere o sostituirne un’altra, mentre invece dovremmo capire quanto l’incontro con l’altro sia un’opportunità per ingrandire, ampliare, arricchire i nostri orizzonti.

Il silenzio della realtà

Analogamente ad altri film di Scorsese, anche in Silence due personaggi entrano in un mondo estraneo nel tentativo di modificarne la forma (come Sam Rothstein e Nicky Santoro di Casinò). Padre Valignano, il superiore gesuita, prima di congedare i due sacerdoti dice “Voi sarete gli ultimi due missionari ad andare. Un esercito di due persone”, rievocando le parole di Nicky Santoro sull’esperienza a Las Vegas: “Poteva essere una pacchia. Invece fu l’ultima volta che a dei criminali da strada come noi fu affidato qualcosa di tanto valore”.

Silence è una storia di fallimento: da una parte c’è Padre Garupe che dubita fin dall’inizio, dall’altra c’è Padre Rodrigues, più caparbio e resistente e tuttavia destinato a sgretolarsi, perché fragile o, più semplicemente, perché immerso nell’iniquità di un’esistenza indecifrabile. In una scena di svolta del film il protagonista, specchiandosi in un fiume, vede sul suo volto il riflesso del volto di Gesù: è l’istante in cui viene catturato. Mentre ripercorre alcune tappe cristologiche (il tradimento in cambio di denaro, la prigionia e l’interrogatorio di fronte ai vertici giapponesi) si intensifica la convinzione di padre Rodrigues di doversi comportare come Cristo. A tutti i costi vuole propagare l’utopia di universalità del cristianesimo che, legato alla visione di Dio come unica e possibile verità, può perciò essere condiviso da tutto il mondo. Spesso, però, la realtà ci dimostra come è difficile pensare all’esistenza di una verità assoluta; uno degli inquisitori di padre Rodrigues, durante un interrogatorio, dice: “Tutti sanno che un albero il quale fiorisce in una determinata parte del mondo, potrebbe marcire e morire in un’altra”.

Lentamente, goccia dopo goccia, dopo la traumatica scoperta della fine del suo mentore, il protagonista accetta la sua condizione di umile uomo, debole, ma pur sempre libero di combattere i propri conflitti interiori, abbandonato al soliloquio in cui tutti ci ritroviamo dopo aver compreso il silenzio assordante di questa realtà. Anche se non dobbiamo per nulla al mondo dimenticare quanto il silenzio e l’incontro con l’altro siano gli autentici modus operandi che ci permettono di arrivare alla verità che tutti cerchiamo.

 

Di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico

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