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Siamo in Bengala, John

«Non so più nemmeno io se sono italiano o bengalese. L’Italia è la mia patria d’origine, ma il Bengala è la mia patria attuale».

Queste parole racchiudono tutta la dedizione e l’amore che il missionario del Pime padre Cesare Pesce (1919-2002) ha speso, in 54 anni di missione, per il Bangladesh e il suo popolo. La sua incrollabile fede gli ha permesso di affrontare con serenità le sfide più impegnative, il suo perdurante entusiasmo è il filtro attraverso cui leggere le sue testimonianze (tra cui quella che vi proponiamo qui). Ma non mancava pure di lucidità di analisi e spirito critico: conosceva le difficoltà e i bisogni dei suoi parrocchiani, i loro diritti sociali e civili, troppo spesso calpestati in nome di un sistema diseguale. La gioia della missione, la sensibilità verso i più bisognosi, l’entusiasmo dell’incontro con nuove culture; ma anche stravaganze e situazioni al limite del ridicolo, che lasciano senza parole se non «che ci vuoi fare, siamo in Bengala…».

Doveva capitarmi proprio l’ultima sera, quando ormai già pensavo, con brama malcelata, al materasso del mio letto, nella mia casetta di mattoni. Avevo passato dieci giorni e nove notti, disperso nella giungla, in vari villaggi dormendo sulla paglia, in capanne dalle pareti di bambù donde filtrava un’aria cane. Ed ora arrivare a casa, lavarmi, buttarmi sul letto, togliermi i calzoni… oh che sollievo! Prendere sonno subito, non disturbato dai pianti dei bambini e dalle grida delle mamme che tentano invano di farli tacere… che paradiso! Proprio come i buoi che, sulla strada del ritorno alla stalla, corrono senza essere pungolati, io pedalavo di gran lena sui pochi tratti di strada discreta e trascinando la bici sulle erbacce e i buchi dei sentieri, tracciati dai piedi dell’uomo e delle bestie.

Ero quasi a metà strada, quando plaff… uno stecchino di bambù si va a ficcare tra il copertone e il cerchione della ruota posteriore e, manco a dirlo, mi lacera orribilmente la camera d’aria. «John», imploro volgendomi al mio fedele factotum, che arranca ansimando sul suo rottame di marca inglese: «Siamo a posto. I conti sono presto fatti, da qui a Ruhea quindici chilometri, quindi, macinandone quattro-cinque all’ora, potremo arrivare stasera verso le dieci, se Dio ce la manda buona». Il buon uomo solleva la mia Bianchi, fa girare la ruota, esamina, palpa e brontola fra i denti: «Te possa venì», usando la mia interiezione preferita, passata ormai nel suo vocabolario.

Io ripeto la stessa manovra e faccio eco: «Te possa venì».

«Siamo in Bengala e queste cose capitano spesso». «Eh sì, siamo in Bengala, John!», approvo io. «E ora che facciamo?». E giù a ridere. Per non piangere. Mi accendo la pipa e lui un sigaretto indiano e, seduti sul margine della strada, pensiamo alla sera che sta arrivando e al fiumiciattolo da guadare.

«Un’idea», mi fa John improvvisamente. «A un paio di chilometri da qui abitano degli hari (gruppo minoritario che vive nel nord del Bangladesh, ndr). Sono poveri, ma buoni e certamente ­per questa notte ci daranno ospitalità. È meglio passare la notte là. Avventurarsi nel buio non è prudente. E così: io vado avanti ad avvisare e tu attendimi all’incrocio della strada che troverai a destra». Accetto la proposta di buon grado e m’incammino, mentre, in un batter d’occhio, come succede sempre a queste latitudini, al tramonto segue l’oscurità. Arrivato all’incrocio prestabilito mi appoggio al tronco d’un grosso albero. Comincia il fresco della sera e la rugiada scende. Metto in testa il berretto di lana blu coi fiori, ricordo di famiglia (lo usava mio zio Cecchino, nel ricovero dei vecchi dell’ospedale di Novi). Mi avvolgo nel chador e attendo, rassegnato. Il manubrio cromato della bicicletta sembra dar sprazzi di luce ed io, a cavalcioni, avvolto in quello straccio grigio, con quella singolare berretta in testa, sembro l’imperatore degli hari, che, a forza di vendere pesci secchi, è riuscito a comprarsi la bici.

Dall’alto del mio monumento attendo e penso. Quella retata di stelle, lassù, mi fa venire la malinconia… Non sono poi tanto lontano dall’Italia. Siamo sotto lo stesso tetto. Loro guarderanno forse le stesse stelle… oh no. Che pretesa! Là sono le tre del pomeriggio e altro che guardare le stelle. Saranno nella ferriera e le donne presso la macchina da cucire. Mia sorella incomincerà a pelar le patate, a tagliuzzare il sedano per cucinare il minestrone a suo marito. Che bontà! Sarà un secolo che non l’ho mangiato… se ne avessi qui un piatto… ah, l’acquolina in bocca… Che appetito! E quel John non si fa più vedere. Dove diavolo è andato a cacciarsi?

Un urlo spaventoso mi scuote improvvisamente dalle mie fantasticherie. Vedo gente che fugge. Ma da dove è sbucata quella gente? Non avevo visto nessuno al mio arrivo. E che succede ora? Un pensiero terribile attraversa la mia mente: la tigre. Butto via la bicicletta e corro via anch’io, senza sapere cosa fare. Succede sempre così quando ti sta davanti un pericolo sconosciuto: il nemico c’è e non sai chi è e dov’è. Tu ti comporti da cretino.

Faccio quattro salti, incerto, verso il gruppo che fugge e… la meraviglia rasenta l’incredibile. Tre donne (non discerno bene nell’oscurità, ma credo siano donne) si fermano. Si prostrano a terra, davanti a me, come i preti ai piedi dell’altare, prima d’iniziare la liturgia del Venerdì Santo. Io rimango lì, impalato, come una statua, davanti a loro. E che combinano adesso? Non so proprio cosa decidere. Comincio a pensare a un’allucinazione. Che sia la fame a farmi questi scherzi?

Finalmente mi viene un po’ di voce: «Cos’è stato? La tigre?». Quel pensiero della tigre non è ancora scomparso dalla mia testa. Le donne restano prostrate, immobili, mute. Adesso mi torna il coraggio. Vedo che sono donne innocue, che hanno una paura maledetta in corpo. «Alzatevi. Parlate. Cos’è capitato?». Niente. Rimangono lì, più morte che vive. «E andate a quel paese», mormoro, e torno al mio posto, sotto l’albero, a tirar su con delicatezza la bicicletta.

Per fortuna arriva il John insieme con altri due amici, che gentilmente mi prendono la bici e m’accompagnano al loro villaggio. La mattina seguente è finalmente svelato il mistero della sera. Semplice, semplice come l’acqua.

Io m’ero seduto, appoggiato a un albero e quello, manco a farlo apposta, era un albero sacro. Alle sue radici, dov’era posata la bicicletta, c’era l’altarino per i sacrifici e le offerte. Il tenue luccichio del manubrio cromato, a una mente sottomessa all’impressione dell’arcano, dava la vaga idea di due occhi lucenti nella notte. Volle proprio il caso che, quella sera, un gruppetto di donne indù venissero a portare le loro offerte e pregare lo spirito colà residente. E qui il quiproquo marchiano: lo spirito, loro apparso, in realtà era un poveraccio che sognava il minestrone alla genovese e il materasso di gommapiuma. A meno che non c’era davvero lo spirito di barba Cecchino, nascosto in quella berretta blu col fiocco rosso!

Il racconto dell’apparizione dello spirito a tre donne fece presto il giro nei dintorni. Racconto, nel breve scorrere della notte, reso più colorito, infiorato di dettagli squisiti, dettati dalla fantasia.

I parenti del John, prima che io mi alzassi dal mucchio di paglia su cui avevo passata la notte, erano già al corrente dell’avvenuto miracolo e morivano dalla voglia di raccontarmi, per filo e per segno, la storia. Tentai di chiarire la faccenda, dando la mia versione del fatto. Come parlare al vento! Lo spirito era realmente apparso, in carne e ossa, e aveva gradito l’ossequio delle tre donne fortunate. Non era ammessa alcuna discussione.

Così.

«Siamo in Bengala», commenta il John. «E ste cose capitano spesso».

«Eh sì. Siamo in Bengala, John», approvo io.

E giù a ridere. Per non piangere.

 

A cura di Tommaso Abbenda
Biblioteca del Pime

Il racconto riportato è tratto dal libro Strade della vita, quarant’anni in Bangladesh (Cooperativa Editoriale Oltrepò – Voghera, 1989). Lo trovate, con altri testi di padre Cesare Pesce, nella Biblioteca del Pime, e potete richiederlo scrivendo a biblioteca@pimemilano.com.

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