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Il ringraziamento degli akha | Lettere dalla Storia

Tredici famiglie di un gruppo etnico thailandese trovano finalmente la terra su cui stabilire il loro villaggio. La presenza del missionario è essenziale per benedire ogni casa, fare festa e ringraziare il Signore per quel dono

Fine anni Ottanta, nord della Thailandia. Tredici famiglie akha hanno finalmente trovato una terra per costruire il loro villaggio, con campi da coltivare e animali da allevare, capanne di paglia in cui ripararsi e raccolti per nutrirsi. Gli akha sono uno dei gruppi etnici che vivono tra i monti della Thailandia, in zone spesso poco accessibili: per loro trovare un terreno dove insediarsi con le proprie famiglie è quindi un grande dono, per il quale sentono di dover rendere grazie a Dio. E quale occasione migliore per farlo se non durante la visita del missionario al villaggio?

Il missionario in questione è padre Dino Vanin, arrivato a celebrare l’Eucaristia e benedire le tredici capanne, che si ritrova, un po’ suo malgrado, ospite privilegiato dei festeggiamenti.

Erano circa le tre e mezzo di notte, i galli non avevano ancora salutato l’alba con il loro canto quotidiano, quando qualcosa all’improvviso mi svegliò. Era uno strano movimento che, per quanto fastidioso e insistente, non sembrava tuttavia segnalare niente di grave. Cercai di ignorarlo, ma il frastuono di un gran numero di persone che si preparavano per qualcosa di importante proprio davanti alla porta della capanna di Acee, il catechista (che, fino a pochi momenti prima, era stato il mio luogo di riposo), mi fece capire che era meglio scoprire che cosa stesse succedendo. I lamenti disperati di un maiale che faceva di tutto per restare in vita si opponevano alla determinazione di un gruppo di akha, decisi a fare dell’animale l’elemento principale della loro celebrazione. […]

Una volta tornato a letto, sotto la mia rete antizanzare, non riuscivo a raddormentarmi. Mi rendevo conto dell’importanza di questo ringraziamento, il primo da quando gli akha avevano trovato un luogo decente per costruire il villaggio e coltivare la terra donata loro dal governatore di Lampang. Poche settimane prima, Acee mi aveva fatto promettere che quel giorno avrei celebrato la Messa al villaggio. Ora finalmente capivo perché avesse insistito tanto: nessuno sarebbe stato disposto a utilizzare gran parte dei propri risparmi per comprare il maiale se non fosse stato sicuro della mia presenza.

La sera prima avevo trovato la piccola cappella di bambù tutta ornata con nastri e fiori. I volti delle persone che assistevano alla liturgia, piuttosto lunga in realtà, erano raggianti di gratitudine e gioia. Un ragazzo e una ragazza, vestiti nei loro migliori costumi tribali, avevano offerto a Dio un vassoio di bambù con tredici piccoli fasci di spighe di riso. Dopo la Celebrazione Eucaristica, sotto un cielo così stellato che non avevo mai visto prima, gli abitanti del villaggio danzarono e cantarono a lungo intorno al fuoco.

Erano le sette e mezza del mattino ed io avevo già preparato il mio breve discorso e la preghiera di ringraziamento da recitare davanti ad ogni capanna. Acee, che probabilmente conosceva bene il mio “amore” per la puntualità, gettò uno sguardo al suo nuovo orologio da polso e disse: «Padre, è ora di andare a benedire le case. Ti ricordo che dovrai mangiare qualcosa in ogni luogo in cui ci fermeremo. E anche bere, naturalmente…».

In effetti, la cerimonia che mi toccò ripetere per tredici volte consisteva nel benedire ogni capanna e nell’accettare tutto quello che il capofamiglia avrebbe voluto offrire a Dio. Dovevo poi salire sulla veranda prima di penetrare nell’oscurità della capanna senza finestre, a piedi nudi, per partecipare alla mensa di quella povera, ma devota gente. Il menù era lo stesso in ogni casa: pezzi di maiale con peperoni piccanti, banane, fette di papaia, uova sode, noccioline fritte, patate dolci ed erbe che loro mangiavano crude, ma che io non osavo nemmeno toccare per via dell’odore che emanavano…

Il vecchio Acha mi seguì in ogni capanna e insistette nel voler sedere vicino a me. Dopo le mie preghiere e benedizioni, aggiungeva inevitabilmente le sue. All’inizio, invocava i suoi déi insieme a Gesù, poi, a mano a mano che l’alcol di riso lo rendeva più conciliante, lasciava da parte i suoi déi e i suoi spiriti e si rivolgeva soltanto a Gesù. Era felice, e non solo per tutto quello che aveva mangiato, ma anche per la sua decisione di diventare lui stesso cristiano. Rifiutò categoricamente qualsiasi mano che si tendeva verso di lui per aiutarlo a non cadere dal dislivello di tre o quattro gradini tra la veranda e il terreno. Aveva il suo carisma e nessuno lo condannava per i bicchieri di troppo mandati giù in quel giorno speciale.

Ma il suo aperto sorriso e l’umore gioviale furono immediatamente gelati dal terribile sguardo che sua moglie gli lanciò quando entrammo nella sua capanna… Andò a sedersi in un angolo e rimase lì tranquillo.

Mentre ci spostavamo di casa in casa, le offerte furono portate davanti alla casa di Acee e lì sistemate su un telone. Le donne, intanto, avevano decorato la nostra jeep con fiori che facevano uno strano contrasto con la ruggine e il fango sulla carrozzeria.

Dopo il mio breve discorso, che mi venne meglio del solito perché mi sentivo davvero parte di questo gruppo di persone che esprimevano la propria gratitudine a Dio per la sua bontà, gli abitanti del villaggio intonarono nel loro dialetto akha un paio di canti sul raccolto e sui favori di Dio. Nel pomeriggio lasciai il villaggio seguito da decine di bambini che rimasero aggrappati alla mia jeep per mezzo miglio. Dio era certamente contento di come gli akha avevano espresso il loro ringraziamento per i suoi doni e il giorno dopo lanciò loro un sorriso mentre tornavano al duro lavoro nei campi.

Il racconto è tratto dal libro Le tribù dei monti (EMI, Bologna 1993), scritto a quattro mani da padre Dino insieme a un altro grande missionario del Pime in Thailandia, padre Corrado Ciceri: una toccante raccolta di episodi di vita tra le “tribù dei monti” della Thailandia. Attualmente padre Dino Vanin vive e lavora negli Stati Uniti.

A cura di Isabella Mastroleo
responsabile Biblioteca Pime

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