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Non è il momento di piangere. Dall’indipendenza all’emancipazione

Di Silvia Vecchia
Volontaria del Servizio Civile Universale presso il Museo Popoli e Culture

Non è il momento di piangere: storie di donne filippine è il libro della scrittrice filippina Alison Wynne, edito nel 1980, che raccoglie testimonianze e storie di donne vissute nelle Filippine durante la dittatura Marcos (1972-1986). «Queste donne danno voce alle difficoltà e alle sofferenze che il Paese affronta, in  particolare quelle che esse stesse subiscono» afferma la scrittrice alla fine del libro.

Le donne filippine hanno vissuto un percorso storico caratterizzato da profondi cambiamenti del loro ruolo sociale, politico ed economico. Prima dell’arrivo degli spagnoli nel XVI secolo, dal punto di vista dell’emancipazione femminile la società filippina era sorprendentemente progredita rispetto ad altre realtà asiatiche ed europee. La donna godeva di ampia libertà, potere e autonomia, integrata in una struttura sociale con forti radici matriarcali. Le poche testimonianze sul periodo precoloniale rivelano una società in cui la donna non era subordinata all’uomo. Anzi, le donne rivestivano spesso ruoli di guida spirituale e medica come sacerdotesse e guaritrici. Un’antica leggenda racconta persino che l’uomo e la donna nacquero insieme dallo stesso pezzo di bambù, a simboleggiare un’uguaglianza naturale e innata.

Il cronista spagnolo Loarca, nel XVII secolo, osservò come le donne filippine mantenessero una notevole indipendenza anche dopo il matrimonio. Potevano decidere liberamente se avere figli, conservavano il loro cognome e amministravano i propri beni senza la necessità di consultarsi con il marito. Gli uomini, al contrario, erano soliti interpellare le mogli prima di prendere decisioni importanti, a dimostrazione di un equilibrio di potere in famiglia insolito agli occhi occidentali.

L’arrivo dei colonizzatori

Fu proprio con l’arrivo degli spagnoli e con l’imposizione della religione cattolica e del Diritto spagnolo che la situazione mutò radicalmente. Il potere e la libertà delle donne furono progressivamente ridotti, mentre si affermarono valori patriarcali e maschilisti ispirati dalla legislazione spagnola che relegava la donna a un ruolo subordinato, equiparandola ai minori e alle persone con disabilità intellettive. L’istruzione divenne prerogativa maschile e le donne furono confinate alla sfera domestica, educate per obbedire al padre, al parroco e, successivamente, al marito.

Carmen Guerrero Nakpil (1922 – 2018), giornalista, scrittrice e storica filippina, ha descritto questa trasformazione come un’educazione alla sottomissione e alla purezza, che ha infuso nelle giovani donne la paura degli uomini e la repressione delle proprie emozioni.

Anche i cambiamenti economici derivati dalla colonizzazione colpirono in modo particolare le donne. L’introduzione della proprietà privata e la fine delle terre comuni le privarono dell’accesso a risorse fondamentali. Con l’economia monetaria e l’attrazione verso i centri urbani gli uomini emigravano in cerca di lavoro, lasciando alle donne la gestione domestica e l’educazione dei figli. Ma nonostante la repressione coloniale, lo spirito combattivo delle donne filippine non si estinse. Figure come Gabriela Silang (leader del movimento di indipendenza degli ilocani dalla Spagna) divennero simbolo di resistenza contro l’oppressione spagnola, guidando insurrezioni e reclamando diritti perduti.

L’occupazione statunitense alla fine del XIX secolo segnò una nuova fase: con l’introduzione degli ideali democratici e dell’istruzione pubblica per entrambi i sessi, le donne furono incoraggiate a partecipare alla vita politica e sociale, approfittando dell’istruzione superiore per consolidare il proprio ruolo nella società. Durante la Seconda guerra mondiale, le donne filippine parteciparono attivamente alla resistenza contro l’invasione giapponese. Con l’indipendenza vennero rimossi molti ostacoli legali alla partecipazione femminile alla vita pubblica, ma l’uguaglianza rimase un traguardo lontano.

Le testimonianze

Come sottolinea l’autrice del libro, Alison Wynne, «il messaggio di queste donne è un invito a guardare con attenzione la realtà del loro Paese. Esse non cercano né compassione, né indignazione, né lacrime. Questo non è il momento di piangere. Vogliono solo che il problema venga compreso, che ci sia consapevolezza e aiuto per cambiare una situazione in cui non è possibile vivere. Gli sforzi di chi si impegna affinché governi e potenze economiche in tutto il mondo e le sue stesse autorità cessino di opprimere il popolo filippino, saranno un segno di speranza per coloro che soffrono e accresceranno la loro determinazione a lottare per una vita pienamente umana».

Tre, tra le testimonianze raccolte nel testo, sono particolarmente significative.

La prima è quella di Norma, che a vent’anni riflette sul sistema educativo. È cresciuta a Bontoc (nella Regione Amministrativa della Cordillera), dove ha studiato e assistito ai cambiamenti della zona. Alle superiori ha imparato il valore della democrazia grazie ai seminari organizzati dalla Chiesa locale, che le hanno insegnato a esprimere le proprie opinioni. È stata leader in gruppi giovanili e presidentessa del consiglio studentesco. Dopo due anni di college ha dovuto lasciare gli studi per aiutare sua madre col negozio, poi è riuscita a riprenderli.

Ha superato tutti gli esami tranne spagnolo, che ad oggi ritiene inutile per i filippini. Secondo Norma lo spagnolo dovrebbe essere una materia facoltativa e, come lei, anche molti altri studenti lo pensano. Il loro intento è anche quello di sostituire José Rizal con Andres Bonifacio come eroe nazionale e cambiare un’educazione troppo legata all’Occidente, che non rispecchia la realtà del loro Paese. I filippini ricevono un’educazione con sistemi occidentali e imparano realtà occidentali. Secondo la studentessa è necessario un cambiamento radicale dei sussidi scolastici, i quali dovrebbero riflettere l’autentica situazione del Paese.

Eva è la penultima di otto figli ed è cresciuta in una piantagione di canna da zucchero, in cui lavorano i genitori e alcuni suoi fratelli e sorelle. Fin da piccola Eva pensava che la povertà fosse normale e che tutti vivessero come loro, con poco cibo e sempre affamati. Solo ora, a diciassette anni, ha capito che non è così. Ha scoperto che altrove si vive meglio, che i proprietari li sfruttano e che loro vengono oppressi. Per lei è stato sconvolgente sapere che ci sono ricchi che mangiano senza lavorare e sprecano il cibo. È arrabbiata per essere stata ingannata così a lungo e prova compassione per chi vive come lei. Eva pensa ai suoi genitori con tristezza, sapendo che moriranno senza aver conosciuto una vita dignitosa. Afferma di avere ancora tanto da imparare, ma sente una forza dentro di lei che può cambiare le cose. In un mondo più giusto, anche la sua vecchiaia potrà essere diversa. Ma se nulla cambia, il futuro sarà ancora più duro.

La terza voce di donna si esprime attraverso la poesia Voci della valle, un potente grido che celebra l’unione tra l’uomo e la terra. L’autrice anonima ci invita a riflettere su un legame che va oltre la semplice proprietà, radicandosi nel lavoro, nel sudore e nella vita stessa. La terra, personificata come un’entità viva, sembra lanciare il suo appello contro l’indifferenza di chi, con il potere delle leggi, ne nega il valore profondo. In un crescendo di emozioni, la poesia solleva una domanda fondamentale: chi ci ascolterà? Un interrogativo che ci richiama all’urgenza di un rapporto più autentico e rispettoso con il nostro ambiente.

Voci della valle

Se la terra potesse parlare,
Parlerebbe per noi.
Come noi direbbe che gli anni 
hanno forgiato il legame vitale che ci unisce.
È il lavoro che ha reso la terra quello che essa ora è;
è il frutto di questa che ci ha dato vita.
Noi e la terra siamo una cosa sola!

Ma chi ci ascolterà?
Ci ascolteranno
quegli uomini invisibili
che, nella loro insensibilità, sostengono
che la terra gli appartiene?
Perché dei pezzi di carta dicono così?
Perché i pezzi di carta hanno l’appoggio di uomini che pronunciano parole di minaccia;
uomini che hanno il potere di sparare e di uccidere,
uomini che hanno il potere di portar via i nostri uomini e i nostri figli?

Se la terra potesse parlare!
Parlerebbe per noi!
Perchè la terra siamo noi!
E noi parliamo!
Ma chi ci ascolterà?

 

Puoi consultare Non è il momento di piangere: storie di donne filippine e altri libri sulla storia delle Filippine nella Biblioteca del Pime.

Filippine25

Un ponte per ogni isola

Le Filippine sono un arcipelago di oltre 7600 isole in cui le grandi città si affiancano a centinaia di piccoli atolli, in molti casi anche disabitati.

Una terra dove i missionari del Pime sono presenti dal 1968 e dove ben tre di loro, negli ultimi quarant’anni, – i padri Tullio Favali, Salvatore Carzedda e Fausto Tentorio – hanno vissuto l’amore per questo popolo fino a dare la propria vita.

Con la campagna Filippine25 intendiamo accendere i riflettori su alcuni percorsi di inclusione e di sostegno ad un Paese carico di gioia di vivere, ma anche attraversato da tante contraddizioni.

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