Franz Jägerstätter è un contadino che vive la sua vita tranquilla, insieme alla sua famiglia, in un villaggio dell’Austria, quando viene chiamato alle armi per combattere nel regime del Terzo Reich. Si rifiuta di prestare giuramento a Hitler, viene incarcerato e successivamente condannato a morte per tradimento.
Nel 2007, Papa Benedetto XVI lo fa Beato per rendere onore e giustizia al martirio di quest’uomo devoto a Dio tanto quanto alla sua famiglia.
La vita è una questione di scelte. Un uomo può commettere errori, ma Franz non cede alla convinzione che arruolarsi e combattere un’orrida guerra sia sbagliato.
Dall’eden a una vita di scelte difficili
Terrence Malick dirige e scrive La vita nascosta nel pieno del suo riconoscibilissimo e inimitabile stile: immagini potentissime, evocative, la voce fuori campo che restituisce allo spettatore il pensiero, il sentimento e l’emozione dei personaggi. La regia, con l’uso dei grandangoli, segue molto da vicino i suoi attori, immersi da un lato in paesaggi meravigliosi e dall’altro in luoghi claustrofobici. Dal punto di vista narrativo c’è il classico fattore che accomuna tanti dei film di Malick e che ancora colpisce: i personaggi si trovano inizialmente in una situazione paradisiaca da cui poi vengono strappati via. Come nel capolavoro del 1998 La sottile linea rossa, in cui un soldato che vive tra i nativi melanesiani, immerso in una natura stupefacente, viene raggiunto da una barca di commilitoni e allontanato da quel paradiso. O come in Tree of Life, in cui lutto familiare e lavoro stressante spazzano via i ricordi di quella vita perfetta trascorsa durante l’infanzia.
«La vita era semplice» si sente dire all’inizio de La vita nascosta. Le iniquità dell’esistenza sembrano condannare l’uomo a essere presto scacciato dall’eden in cui nasce. La vera sfida è riuscire a restare in quel giardino il più a lungo possibile, ma la vita terrena rende l’impresa molto dura. E forse la vera pace, la felicità e la beatitudine complete le troveremo solo nell’aldilà.
Un film di…
La vita nascosta è un film di domande. Si chiede quale sia il senso di vivere in questo mondo malvagio. Il male è evidente, ma molto spesso non ci opponiamo ad esso perché abbiamo paura; e il periodo del Nazismo è forse la sintesi perfetta di questo discorso: il male più cristallino che però è riuscito a prosperare a lungo perché, nella maniera più banale, metteva paura a tutti. «Loro sono il nemico, ma tu sei il traditore» rivela il sindaco furioso a Franz.
Il villaggio vede in lui un uomo che ha compiuto una scelta egoistica e che può mettere in pericolo tutti. Per Franz però è in ogni caso meglio subire le ingiustizie piuttosto che commetterle, perciò comunque non sceglie Hitler, preferisce piuttosto la morte. E così facendo sceglie per l’amore, per la vita e per la bellezza, cose che il male toglie agli uomini e che gli uomini non dovrebbero mai smettere di cercare.
La vita nascosta è anche un film sull’amore. Accanto a questo grande uomo che è Franz c’è infatti una grande donna: sua moglie Franziska. Il loro è un amore che va oltre ogni misura, che valica ogni confine, libero e autentico. Il grande cuore di Franziska le permette di supportare la scelta di Franz e di sopportare tutta la pressione, gli sguardi d’odio e l’esclusione subita da parte del popolo.
Scelte e compromessi
Infine, dunque, La vita nascosta è un film sulla scelta. Tutti noi, in quanto esseri umani dotati di intelletto, siamo chiamati a scegliere costantemente. Abbiamo l’impegno, il dovere, la libertà di farlo consapevoli del fatto che le nostre scelte ricadono su chi ci sta accanto e hanno conseguenze notevoli sulla comunità. Perciò ogni “vita nascosta” ha il suo immenso valore. Come ci insegna Gesù nel Vangelo: sono i piccoli e gli umili a fare la differenza.
È giusto opporsi al male anche se fa paura e ci sembra più forte. Franz sceglie di portare la croce per tutti, diventando esempio di grande coraggio per il suo enorme no a Hitler, alla guerra e al male. Una scelta che non scende a compromessi con niente e nessuno per mantenere intatta la propria integrità morale, nemmeno di fronte alla proposta del servizio medico in guerra in cambio della libertà.
Allo stesso modo, anche un regista come Terrence Malick, capace di creare film complessi e mastodontici, che richiedono svariati anni di produzione senza poi ricavare grandi cifre al botteghino, mantiene la propria identità, senza scendere a compromessi con l’industria, senza snaturare la sua idea di cinema nonostante la prolissità, la drammaticità, l’impegno dei suoi film.
Lo spettatore, se si lascia trasportare e si abbandona, avrà la sensazione di percepire al massimo le immagini idilliache di questo film: riuscirà a toccare l’erba, a respirare l’aria di quelle stupende montagne baciate dalla luce calda del sole.
di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico