Di Tommaso Abbenda
Volontario del Servizio Civile Universale presso la Biblioteca Pime
Il potere trasformativo dei libri nella storia
Klemens Von Metternich, cancelliere austriaco tra 1821 e il 1848, anni durante i quali l’impero austriaco governava anche su Milano, ammise che Le mie prigioni di Silvio Pellico aveva danneggiato il suo Paese più di una battaglia persa. Il libro raccontava dell’esperienza dell’autore nella prigione dello Spielberg, oggi in Repubblica Ceca, e venne accolto dai lettori di tutta Europa come un manifesto degli oppressi contro gli oppressori, anche se Pellico, una volta libero, aveva abbandonato la vita politica. Ma non c’era più bisogno del suo autore: ormai quel libro era diventato fondamentale per i sogni risorgimentali di una generazione intera.
Che un libro possa ispirare le persone è cosa risaputa, anche in modo fortuito come nel caso de Le mie prigioni. Ma rimarremmo sorpresi nello scoprire quante volte un libro ha influenzato il corso della storia.
“Noli me tangere”: il romanzo che scosse le Filippine
Nelle sue memorie, stese durante la prigionia, su fogli sparsi, logori e in parte perduti, il rivoluzionario filippino Raymundo Mata riportò:
“Fu come un fulmine a ciel sereno. Una pioggia di pietre, una scarica improvvisa. Uno scuotersi di montagne, una bufera marittima violenta e pesante, una frustata. Un tifone, un terremoto. La fine del mondo. Ero distrutto. Mi lasciò ammutolito. Cambiò la mia vita, e il mondo era cambiato quando finii di leggerlo. Mi alzai dal letto, due giorni dopo, e pensai: è solo un romanzo”.
Si riferiva a un romanzo che, nel 1887, quando venne pubblicato in Europa, colpì l’opinione pubblica mondiale tanto quanto aveva fatto nel 1852 La capanna dello zio Tom, portando alla luce il problema della schiavitù in America. Si intitolava Noli me tangere ed era stato scritto da uno dei personaggi più importanti della storia recente delle Filippine: José Rizal.
Il colonialismo e l’infanzia di Rizal: l’oppressione religiosa nelle Filippine
José Protasio Rizal aveva solo undici anni quando, il 20 gennaio 1872, duecento soldati filippini si rivoltarono alle autorità spagnole a Cavite, convinti di dare il via a una rivolta di carattere nazionale. Il governatore Rafael de Izquierdo, una volta spenta la minaccia, ordinò il sequestro di numerosi intellettuali filippini e figure di spicco tra cui José Burgos, Giacinto Zamora e Mariano Gomez, tre sacerdoti indigeni che vennero condannati alla garrota e ingiustamente assassinati sulla pubblica piazza. Questo episodio rimase impresso in tutta la futura generazione di rivoluzionari filippini, che videro in quelle esecuzioni la prova tangibile della corruzione e del malgoverno dei colonizzatori, nonché degli ordini religiosi che all’epoca detenevano il potere nell’arcipelago.
Da decenni ormai il clero regolare spagnolo aveva abbandonato lo zelo missionario. Nelle Filippine in cui crebbe Rizal, gli ordini religiosi davano prova di oscurantismo, corruzione e avidità, intenti a mantenere le loro prerogative politiche e perpetrando il modello di una società razzista nei confronti degli indigeni. L’esecuzione dei tre sacerdoti si inseriva in questo clima di oppressione.
Il messaggio rivoluzionario di un romanzo d’amore
Dopo aver mostrato segnali di grande genialità e sensibilità artistica durante i suoi anni di studio presso l’università di Manila, José Rizal si trasferì, nel 1882, a Madrid, per conseguire la laurea in medicina. In una Spagna attraversata da venti di cambiamento e aneliti liberali, il giovane filippino trovò un ambiente dinamico e stimolante. Diventò in poco tempo leader di un gruppo di giovani connazionali desiderosi, come lui, di convincere la Spagna che esistesse una via percorribile verso la convivenza, rinunciando allo scontro armato, senza parlare mai di indipendenza politica.
Tra Madrid, Parigi e Berlino, il giovane Rizal continuò a specializzarsi nella professione di medico. Ma fu proprio nella città tedesca che diede forma al suo progetto più ambito: dopo una sfiancante ricerca di un editore alla portata delle sue misere finanze, pubblicò, nel 1887, Noli me tangere.
La trama non è sconvolgente, nei protagonisti – Crisostomo e Maria – risuonano stereotipi letterari ben noti e non è un capolavoro di scrittura. Tuttavia Raymundo Mata, leggendolo, si ritrovò in ogni parola, e non fu l’unico. Lungo tutto il libro, che racconta una travagliata storia d’amore, risuona ancora e ancora un messaggio politico chiarissimo: nessun progresso, nessuna giustizia e nessuna riforma è possibile nelle Filippine finché i frati spagnoli detengono il potere.
Così, quando il povero maestro di San Diego tenta di spiegare ai bambini la storia e la cultura del loro Paese, i frati lo deridono e gli ordinano di tornare al catechismo e alle bacchettate. Quando il villaggio tenta di organizzare una grande festa con fuochi d’artificio, musica e balli, i frati la sabotano grazie al sindaco, loro burattino. Quando il governatore generale approva il progetto di Crisostomo per un nuovo edificio scolastico, i frati riescono ad aggirare addirittura il potere della Corona. Con questa opera, José Rizal chiarì definitivamente quale fosse il vero problema delle Filippine.
L’esilio, l’attivismo politico e il martirio
Per via delle minacce subite dopo la pubblicazione del libro, Rizal non poté più tornare in patria e la sua famiglia venne ripetutamente vessata e perseguita. Si trasferì di nuovo in Spagna, dove dalle colonne della rivista La Solidad, continuò a portare avanti il suo audace programma politico: estromettere gli ordini religiosi dalle dinamiche di potere nelle Filippine, inseguendo il dialogo con la Corona spagnola.
Nel 1892, avendo saputo che le terre del padre erano state espropriate e la casa della sua famiglia sequestrata, tornò a Manila, nella speranza di calmare la situazione. Poco dopo il suo ritorno, fondò la Liga Filippina, un’associazione pacifica il cui programma chiedeva eguaglianza giuridica tra spagnoli e filippini, libertà di stampa e associazione e la sostituzione del clero regolare spagnolo con quello secolare indigeno. Per queste richieste venne arrestato e mandato al confino sull’isola di Mindanao.
Per quattro anni svolse la professione di medico tra gli indigeni dell’isola. Nel 1896 il Katipunan, organizzazione segreta e rivoluzionaria, lanciò l’attacco contro i colonizzatori, scatenando un’insurrezione generale. Rizal venne prelevato e rinchiuso in carcere.
Proprio come successe ai tre preti indigeni durante la rivolta di Cavite nel 1872, José Rizal fu accusato di alto tradimento e il suo processo si svolse in tempo record. Il 3 dicembre 1896, a 35 anni, José Rizal affrontò il plotone di esecuzione, ma il suo nome divenne in seguito guida per i rivoluzionari. La sua storia viene ancora oggi insegnata nelle scuole dell’arcipelago e il suo libro è considerato precursore dell’indipendenza.
La notte prima della sua morte affidò le sue ultime parole a una poesia, che termina con queste strofe:
“[…] Mia patria idolatrata, dolor dei miei dolori,
amate Filippine, ecco l’ultimo addio;
tutto io lascio a te, amori e genitori.
Vo dove non son schiavi, né boia, né oppressori,
la fede non uccide, dove chi regna è Dio.
Padri, fratelli, addio, parti dell’alma mia,
amici dell’infanzia nel perso focolare,
grati che al fin riposi di faticosa via;
addio dolce terra straniera, mia amica, mia allegria;
addio, miei cari, addio: morire è riposare.”
Puoi consultare “The first Filipino: a biography of Jose Rizal” e altri libri sulla storia delle Filippine nella Biblioteca del Pime.