Il lavoro è uno degli elementi più importanti su cui si fonda la società: è parte integrante della nostra quotidianità e conferisce opportunità di sostentamento per accedere ai bisogni primari e secondari. Alcuni, attraverso il lavoro, riescono persino a spalancarsi le porte di una vita più che agiata. Prima di ogni cosa, però, il lavoro è manifestazione della propria dignità. È il nostro individuale contributo, umano e professionale, offerto alla collettività. Ma non possiamo fingere di non sapere che ancora per molti, in tutto il mondo, il lavoro è sinonimo di sofferenza e umiliazione.
Per questo motivo In questo mondo libero… di Ken Loach (disponibile gratuitamente sulla piattaforma RaiPlay) offre l’opportunità di riflettere sul tema del lavoro e della dignità della persona in rapporto con esso.
La trama
Londra. Angie (Kierston Wareing) lavora presso un’agenzia di collocamento, è una donna ambiziosa e sicura di sé, madre di un bambino che viene accudito dai nonni e del cui padre non si hanno notizie. Quando viene licenziata decide di aprire un’attività illecita, finalizzata all’inserimento di immigrati nel mondo del lavoro. Le conseguenze saranno fatali.
Angie vuole prendersi la sua rivincita, nella vita e soprattutto nella carriera. Inizialmente i suoi intenti sembrano buoni: vuole davvero dare un’occasione a persone che cercano disperatamente lavoro, per riuscire a mantenersi e per integrarsi in una società che li respinge in ogni modo. E in più deve riuscire a guadagnare anche per sé stessa, cercando di fare del suo meglio. Offre anche ospitalità, presso casa sua, a una famiglia iraniana in fuga dal proprio Paese a causa di un mandato di arresto (il padre viene accusato di vendere libri contro il regime).
Sartre, Kierkegaard, Kant e Spiderman
È interessante provare ad analizzare il film a partire dal titolo: “In questo mondo libero…”. Il filosofo esistenzialista francese Jean-Paul Sartre scrisse: “Siamo condannati ad essere liberi”. È una frase che può apparire molto provocatoria, dato che pone la parola libertà sotto una luce pessimista e negativa. Ma quello che vuole formulare è un concetto molto più ampio: la libertà individuale è una condizione di totale responsabilità verso gli altri. Le nostre decisioni, arbitrarie e individuali, saranno sempre connesse. Perciò l’uomo detiene una grande responsabilità e deve essere in grado di gestirla, con la consapevolezza di quanto questo possa essere un peso e una fatica.
Oltre a Sarte, dichiaratemene ateo, anche Kierkegaard e Kant (religiosi e cristiani) parlano del concetto di libertà come di una grande responsabilità affidata da Dio agli uomini. È un dono che conferisce enorme potere. E per citare la frase che zio Ben rivolge a Peter Parker in Spiderman (2002): “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”.
Libertà e responsabilità
Angie si identifica in maniera sempre più totalizzante nella sua posizione di lavoratrice. Per Angie la libertà non è un fattore di responsabilità verso gli altri, quanto un mezzo utile solo a sé stessa: si sente libera di fare quello che vuole. Non è più in grado di calibrare la dose di libertà. Per questo, in una scena del film, Angie litiga con la sua socia Rose, la quale propone di pagare di tasca propria gli operai che non ricevono soldi da svariati mesi. È in quel momento che Angie rivolgendosi a Rose dice: “Siamo in un mondo libero, puoi pagarli con i tuoi soldi”. Che parafrasando significa: preferisco non sacrificarmi e decido di far soffrire qualcun altro, perché io sono più importante. Da questo momento in poi nel film ci sarà un climax di situazioni che mostreranno cosa sarà disposta a fare Angie pur di raggiungere il successo, coinvolgendo anche suo figlio e la sua incolumità, perché alcuni errori, come le morti sul lavoro di alcuni operai, dovrà pagarli molto cari.
Il lavoro, come la libertà, è una questione di enorme obbligo nei confronti della collettività: dobbiamo imparare a prenderci cura prima degli altri. In questo mondo egoista siamo molto disposti a far prevalere le nostre ambizioni su ogni altra cosa. Ma il costo è essere imprigionati da noi stessi e mai liberi.
Di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico