Il periodo natalizio offre sempre occasioni per riunirsi in famiglia e scaldarsi un po’ il cuore guardando un film insieme. Direttamente su Netflix è arrivato Il treno dei bambini, che sta riscuotendo un grande successo, tanto da essere al primo posto della classifica dei più visti.
La trama
Un musicista affermato (interpretato da Stefano Accorsi), prima di salire sul palco per esibirsi con la sua orchestra, riceve una telefonata che lo avvisa della scomparsa della madre. Questo sarà il motivo che lo spingerà a tornare indietro e a fare i conti con il suo passato, attraverso un lungo flashback.
Napoli, 1946. La guerra è finita da poco e ha raso al suolo tutto. Armando (Christian Cervone) ha 8 anni e vive con sua madre Antonietta (Serena Rossi) in condizioni di povertà. Come molti altri, non ha le scarpe, ma si diverte a contare le persone che invece le indossano. Antonietta decide di mandare suo figlio al nord, a Modena, insieme a migliaia di bambini napoletani, per salvarli dalla fame e dal freddo dell’inverno.
La storia dimenticata d’Italia
Li chiamavano i “Treni della felicità”, un progetto di solidarietà nato alla fine del 1946 grazie al “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli”, con l’obiettivo di ospitare, nutrire e curare i bambini napoletani presso le famiglie contadine emiliane, meno provate dalla guerra. Nel corso della sua durata, il progetto salvò concretamente dalla fame, dall’analfabetismo e dalle malattie oltre settantamila bambini e ragazzi provenienti dalla Campania, coinvolgendo anche altre regioni come la Toscana, le Marche, l’Umbria e la Liguria.
Il film di Cristina Comencini rievoca così un pezzo dimenticato della Storia italiana, prendendo spunto dall’omonimo romanzo di Viola Ardone. La regista, con ironia e delicatezza, realizza un film alla portata di tutti, trattando un tema pur sempre delicato come quello della guerra e dei bambini che devono affrontarla. Nonostante alcuni passaggi pensati per accontentare il grande pubblico, Il treno dei bambini richiama i temi e gli stilemi del neorealismo italiano, che ha avuto un ruolo fondamentale nella Storia del cinema mondiale e che, se realizzato con la giusta consapevolezza, continua a riscuotere consenso (come dimostra il successo di C’è ancora domani di Paola Cortellesi).
L’infanzia e la crescita
Cristina Comencini, così come fece suo padre Luigi Comencini con il celebre Le avventure di Pinocchio, ha posto al centro del suo cinema l’infanzia e il percorso di crescita, e in questo caso anche il tema della maternità.
Armando, pur nel tormento di essere lontano dalla sua madre e con una “nuova” mamma a cui si sta affezionando sempre di più, avrà l’occasione di scoprire la semplicità e la bellezza della vita contadina, fatta di rapporti autentici con le persone e con la natura, dell’importanza dell’istruzione scolastica e della passione per la musica.
Il film vuole ricordarci che i bambini sono i più grandi ascoltatori. Le loro orecchie sono preziose, acute e delicate. Emblematica e metaforica è la scena in cui il piccolo Armando si avvicina al violino con competenza. Non aveva mai suonato prima, ma aveva spesso ascoltato sua madre cantare.
Con lo sguardo dei bambini
Ottima la prova del cast, a partire dalle due madri, Serena Rossi e Barbara Ronchi, ma una menzione speciale va a Christian Cervone e a tutti i bambini che hanno preso parte a questo film candido e genuino.
Splendida e potente la scena in cui Armando e la “madre del nord” si immergono nella nebbia fitta d’autunno, così come quando i bambini corrono tra i campi di grano dorato in primavera: istanti di cristallina armonia con la natura.
Un momento emblematico del film ci riporta a temi sempre attuali: la mamma mostra ad Armando la terra spoglia d’inverno e gli dice: «Quando il grano germoglia e il campo diventa tutto giallo, allora potrai tornare a casa tua, a Napoli, va bene?». Armando chiede: «E quanto ci mette?». «Poco, vedrai. Il tempo passa in fretta». Il mondo adulto, rassegnato e disilluso, si scontra con l’innocenza della fanciullezza, che sa godere di ogni attimo ed è capace di osservare la vita con stupore e curiosità. Del resto, forse, noi adulti dovremmo tornare a essere bambini per apprezzare meglio le cose, a partire da questo rinnovato Natale in arrivo.
di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico