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Il ragazzo e l’airone: e voi come vivrete?

Nel suo ultimo film Miyazaki mette in dialogo il se stesso di oggi con il se stesso del passato per fare un bilancio della propria vita, usando tutti i temi a lui più cari

La trama

Il maestro del cinema d’animazione giapponese Hayao Miyazaki, fondatore dello Studio Ghibli, ha compiuto ormai 83 anni, e in sala dal 1° gennaio è uscito il suo ultimo lavoro: Il ragazzo e l’airone.

Tokyo, 1943. Il dodicenne Mahito rimane orfano di madre mentre impazza la Guerra del Pacifico. Il padre si risposa con la sorella della moglie defunta e Mahito si trasferisce con loro in una nuova casa isolata in mezzo ai boschi. Appena arrivato nell’abitazione, entrerà in contatto con un airone grigio che lo trasporterà in un mondo fantastico e pieno di misteri.

I temi cari al regista

Già dal titolo si palesano le principali caratteristiche del cinema di Miyazaki: il protagonista è un ragazzo e il tema del volo è rappresentato dalla natura dell’animale. È curioso, tuttavia, come siano meno predominanti le scene che coinvolgono la sfera aerea, come ci ha abituato solitamente nella sua preziosissima filmografia. Questa peculiarità rappresenta spesso la ricerca della libertà assoluta, ma è anche un aspetto che deriva dalla biografia del regista giapponese: suo padre e suo zio fondarono un’azienda di aeroplani, venendo coinvolti per la costruzione di velivoli da guerra durante la Seconda Guerra Mondiale. Ebbene sì, la guerra è un’altra delle ossessioni di Miyazaki e diventa spesso uno dei principali sfondi del suo universo d’animazione tra il reale e il fantastico (pensiamo a Porco Rosso o Si alza il vento).

La tragedia della guerra è fortissima nell’incipit de Il ragazzo e l’airone, forse la scena meglio realizzata di tutto il film: Mahito vede un incendio incombere sulla città, la forza distruttrice della guerra innalza fiamme altissime. L’ospedale dove lavora la madre è in fiamme. Mahito corre tra la folla, si confonde tra loro, pare che gli esseri umani siano fatti di materia effimera e astratta come se fossero già polvere, composti e scomposti continuamente. Un soffio di vento sembra in grado di portare via tutta l’esistenza umana, debole, fragile, inghiottita dall’orrore della guerra.

È il film più misterioso e stratificato del regista. È ricco di simbolismi che forse non è fondamentale comprendere, miriadi di metafore sparse in tutto il film. All’origine della storia ci sono sia parte dell’infanzia del regista, sia spunti filosofici del romanzo del 1937 di Genzaburo Yoshino, E voi come vivrete?

Due volti dello stesso regista

Miyazaki ci restituisce un film testamentario, sulla morte e sulla vita, sulla bellezza e sulla tragedia, rispecchiandosi in ben due personaggi: il protagonista Mahito e il vecchio zio, ormai anziano e al termine dei suoi giorni, che sta cercando un erede per proseguire il suo lavoro; sembrerebbe proprio che il regista metta in scena questo ipotetico incontro tra la parte giovane di sé stessa, quella che appartiene a un lontano passato, assieme a quella presente.

Il decadente vecchio zio è consapevole di aver tentato di creare qualcosa di utile. È il regista stesso che, nella sua disperazione, ci sta dicendo che ha trascorso l’intera vita a creare film d’animazione per denunciare la guerra e la crisi ambientale. Ma a cosa è servito? Forse a nulla, poiché la guerra incombe tutt’ora e il cambiamento climatico è sempre più intenso.

Un’altra potentissima immagine è racchiusa nel volo degli uccelli che cercano di sfuggire alla distruzione del mondo fantastico. Come un ultimo grido di Miyazaki che ci allerta del pericolo più grande di tutti: la distruzione della nostra immaginazione e soprattutto di quella dei bambini.

Un viaggio infernale

È curioso come sopra l’entrata della torre che dà accesso al mondo misterioso del film ci sia la scritta: «fecemi la divina podestate», citazione del terzo canto della Divina Commedia. Per essere precisi, si tratta dell’iscrizione che il Sommo Poeta legge sulla porta dell’Inferno.

Anche Mahito compie un viaggio infernale: difficile, complicato, sofferente, pieno di incontri dolorosi, inaspettati. Alla fine però, scontrandosi con le iniquità dell’esistenza, Mahito ha imparato ad affrontare meglio la vita.

 

Di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico

 

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