Un documentario sulle guerre del Medio Oriente
Il documentario negli ultimi anni è diventato un genere sempre più apprezzato dalla critica e soprattutto dal grande pubblico. Il regista nostrano Gianfranco Rosi, celebre ormai in tutto il globo, è un esempio interessantissimo per comprendere al meglio come la creatività può essere messa in atto per realizzare documentari in un’ottica anticlassica, controversa e originale rispetto agli standard del genere.
Notturno è un film dalle immagini potenti ed evocative, riempite da lunghi e sofferenti silenzi che mettono in luce persone dimenticate, abbandonate, emarginate da governi che continuano a distruggere vite nel Medio Oriente.
Frutto di tre anni trascorsi in questa regione, le micro-narrazioni che il regista ci mostra sono ambientate in quattro nazioni, Iraq, Kurdistan, Libano e Siria: una donna torna nel luogo dove hanno ucciso e torturato suo figlio; un bambino racconta alla maestra le terribili esperienze subite da parte dell’Isis; soldatesse irachene che si accampano per la notte; malati psichiatrici che leggono un copione per una messa in scena teatrale. Rosi lavora di sottrazione, per non lasciare nessuno ai margini, anzi, tutti hanno il loro incredibile valore che contribuisce ad arricchire la storia anche solo con pochissime informazioni.
La guerra e il legame con i protagonisti
La guerra aleggia minacciosa nell’aria, trasuda dal cielo grigio senza tempo, è uno sfondo percepibile e inquietante che ha già lasciato strascichi evidenti di orrore; è sempre presente, tanto nel passato quanto probabilmente nel futuro di questi luoghi, con ben poca speranza rimasta.
Il sonoro straniante alimenta il senso di abbandono e di solitudine. Si ha la costante sensazione di essere accanto a queste persone, in reale presenza, condividendo la loro sofferenza. Rosi ha dichiarato: «Prima di girare, ho passato sei mesi cercando di creare un’intimità con quelle persone»; «Ho passato tre anni in questi luoghi per cercare un punto di vista, per cercare le persone che mi avrebbero accompagnato nel film, e mi hanno cambiato profondamente. Ho trovato corrispondenza e identificazione con loro»
La guerra vista dai bambini
L’apice del film arriva nel momento in cui il regista mostra i disegni di alcuni bambini, appesi alla parete della scuola. Sono parte dell’arredo, parte della realtà che vedono tutti i giorni e ci rimandano a cosa hanno visto, senza che ci venga mostrato direttamente. Sono disegni pieni di teste mozzate, sangue, armi, morti. Attraverso alcuni momenti di racconto i bambini si confidano alla maestra rivelando la natura dei disegni, ispirati a eventi reali da loro vissuti.
Vengono i brividi ma questa è una realtà. La sofferenza esiste e non bisogna mai abbandonare, dimenticare o nascondere chi vive ai margini del mondo, chi subisce una guerra che non vuole, chi viene raccontato dai media soltanto per qualche attimo, spostando poi l’attenzione mediatica sugli scoop del momento. Rosi, probabilmente, vuole dirci anche questo: l’informazione scadente è pericolosa. Piuttosto è meglio lasciarsi trasportare da immagini di strepitoso estetismo, che assumono valore e verità, costruite nel modo corretto per arrivare dritti al nostro cuore. E che ci fanno tornare ad essere un po’ più umani.
di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico