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Fratello, dove sei? A spasso con Ulisse e i fratelli Cohen | Il film del mese

Usando l'espediente di tre evasi in fuga, i fratelli Cohen ambientano l'Odissea nel Mississipi degli anni '30 per farci fare un viaggio nell'America della Grande Depressione e nel rapporto tra l'uomo e la società

Ulysses (George Clooney), Pete (John Turturro) e Delmar (Tim Blake Nelson) evadono dai campi di lavoro forzato: vogliono raggiungere un ricco tesoro per poter ricominciare a vivere. Joel ed Ethan Coen firmano una grottesca rivisitazione dell’Odissea, ambientandola nel Mississippi degli anni ‘30 abbattuto dalla Grande Depressione, permeato da una mentalità razzista e ricco di tanti strambi personaggiFratello, dove sei? (2000, disponibile su Amazon Prime Video) è l’ennesima conferma dell’estro estremamente innovativo dei due registi, in grado di mescolare i generi in maniera geniale, passando dalla commedia, al dramma, inserendo persino momenti tipici del musical.

Un film che potrebbe in superficie risultare leggero e godibilissimo, si rivela un concentrato massiccio di contenuti filosofici e spirituali trattati con estrema raffinatezza, avvalorati da una sceneggiatura efficace, ricca di dialoghi profondi. Tra disavventure e colpi di fortuna, i tre personaggi compiono un tortuoso cammino tra paesaggi rurali – splendidamente fotografati da Roger Deakins – seppur il viaggio non si limiti soltanto a un moto fisico, perché s’intuisce presto che si tratta di un percorso nell’interiorità dell’individuo.

Ulisse contro la società

L’incipit, di grande impatto, mostra dei prigionieri intenti a frantumare pietre a ritmo di martello, intonando una tipica worksong (classico canto a cappella, cantato dagli schiavi delle piantagioni, da cui nasceranno il blues e il jazz). Successivamente, insieme ai tre protagonisti, veniamo introdotti nella storia da un vecchio cieco che funge da indovino, nonché un richiamo immediato a Tiresia, personaggio cardine della tragedia greca condannato alla cecità e tuttavia capace di predire il futuro. Nella cultura classica, quest’archetipo assume un valore profondo, poiché, chi è privo di vista è considerato più capace di approfondire una dimensione visiva rivolta verso la propria interiorità. La dimensione uditiva, nella pellicola, invece, è valorizzata dalla splendida colonna sonora di T. Bone Burnett.

Attraverso l’espediente degli evasi in fuga, i Cohen tracciano il dipinto di un mondo in cui l’individuo vive eternamente in conflitto con la società. I tre protagonisti del film si ritrovano avviluppati in un vortice di relazioni intrattenute con la politica, con la famiglia, con la religione, con la criminalità, con l’economia… E i registi li rendono sullo schermo con entusiasmati e originali riferimenti all’Odissea: dalla bellissima scena dell’incontro con tre seducenti donne (le sirene), fino ad arrivare alla comparsa del venditore di Bibbie, novello Polifemo, interpretato da un esilarante John Goodman. Pete e Delmar corrono incontro alla redenzione spirituale, facendosi purificare da un sacerdote nelle acque di un fiume. Una scena provocatoria nei confronti di una ritualità legata alla ripetizione ridondante di un gesto fine a sé stesso, che di per sé potrebbe potenzialmente contribuire a un futuro saturo di buone azioni, ma che in realtà non innesca un autentico pentimento: senza un verso sforzo della nostra volontà ci è difficile cambiare, perché siamo esseri contraddittori, totalmente liberi e al contempo imprigionati dai nostri limiti.

L’arte e la famiglia

L’incantevole scena in cui Ulysses suona sul palco con i suoi compagni è una celata dichiarazione d’amore dei fratelli Cohen nei confronti dell’arte. L’arte prevarica ogni confine: seppur mercificata e utilizzata per scopi propagandistici, se realmente riesce a emozionare e a insinuarsi nel cuore delle persone, oltrepassa ogni limite umano trasportandoci in un territorio tutto nostro, dove ci dimentichiamo di esistere sia come individui che come parte di una comunità; è solo in quel mondo che possiamo creare qualcosa di veramente unico e personale.

È anche vero, però, che nelle scene finali i Cohen fanno affondare ogni tipo di convinzione morale ed etica, lasciandoci inebetiti. Infatti l’epilogo della pellicola mostra come la famiglia, il nostro cantuccio sicuro e confortante, dove gli affetti sono qualcosa per cui vale la pena vivere e compiere sacrifici, possa essere un legame costrittivo a cui le convenzioni sociali ci tengono legati con la forza. I Cohen non nascondono nemmeno tutti gli impicci che la famiglia può recare all’individuo, perché essa è sinonimo di amore, ma l’amore è un fenomeno composto da una duplice faccia: felicità e sofferenza. D’altronde, come ci suggerisce il vecchio Tiresia, intento a proseguire lungo i binari dritti del treno, la vita non è altro che un viaggio da percorrere; nonostante tutto, bisogna sempre andare avanti.

 

Di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico

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