Di Matteo Malaisi
esperto cinematografico
“Cosa c’è davvero dietro la carne che mangiamo?”
A partire da questa domanda, Food for Profit ci conduce in un viaggio scomodo ma necessario. Diretto da Giulia Innocenzi insieme a Pablo D’Ambrosi, il documentario rivela il lato oscuro dell’industria della carne in Europa: un sistema che genera enormi profitti, ma che allo stesso tempo produce sofferenza animale, distruzione ambientale e ingiustizia sociale.
Oggi che il cambiamento climatico è una crisi che non possiamo più rimandare, il film diventa un’occasione per aumentare la nostra consapevolezza su ciò che mettiamo in tavola e per riflettere su quale modello di mondo stiamo contribuendo a costruire.
La trama
Attraverso immagini reali e testimonianze dirette, Food for Profit ci porta dentro gli allevamenti intensivi europei — tra Italia, Spagna e Polonia — dove milioni di animali vengono allevati in condizioni estreme per sostenere un mercato che consuma carne senza sosta. Perché, d’altronde, come si sente dire più volte da alcuni personaggi, la cosa più importante è la produttività!
Le immagini, dure ma mai gratuite, si alternano a interviste (anche sotto copertura) con politici e imprenditori, mostrando come l’Unione Europea continui a finanziare con miliardi di euro un sistema che contribuisce in modo decisivo al cambiamento climatico, all’inquinamento e alla mercificazione degli animali, contribuendo alla loro sofferenza.
Il ritmo narrativo serrato, quasi da thriller, accompagna lo spettatore verso una presa di coscienza: la carne che consumiamo è il riflesso di un’economia che spesso non solo dimentica gli animali, ma soprattutto l’uomo e la Terra.
I temi
Il film mostra esattamente questo intreccio indistricabile: la crisi ecologica non è mai solo un problema di mero inquinamento, ma una questione complessa e stratificata, rappresentata bene proprio dal settore dell’allevamento intensivo. Questo non impatta infatti solo sul benessere degli animali, ma coinvolge la biodiversità, la politica, la scienza, la finanza, i diritti umani… e tutto per produrre la bistecca che abbiamo nel nostro piatto.
Papa Francesco nella Laudato si’ aveva usato parole che continuano a risuonare forti: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale». Questa crisi è il segno di una ferita nelle relazioni — tra l’uomo e la natura, tra chi ha voce e chi non può averla.
Ricucire questa ferita è quello che fanno molti missionari del Pime, soprattutto in quelle regioni del mondo in cui il cambiamento climatico mostra già da tempo i suoi effetti nella vita quotidiana delle persone: desertificazione, siccità, alluvioni, carestie, malattie, migrazioni forzate… Ma la testimonianza dei missionari è chiara: anche nei luoghi dove tutto sembra irrimediabilmente danneggiato, è possibile custodire la speranza.
Lo stesso fa questo documentario. Il cuore del film sta nella sua denuncia, ma anche nella speranza. Giulia Innocenzi è bravissima a portare avanti questa lotta che noi tutti, nella quotidianità, dovremmo sostenere con le giuste scelte. Perché le nostre abitudini possono e devono cambiare. Food for Profit ci costringe a chiederci: abbiamo a cuore o no tutto il creato?
La tecnica
Dal punto di vista cinematografico, Food for Profit è un’opera solida e coinvolgente. La regia alterna piani ravvicinati, immersivi, all’interno degli allevamenti, a inquadrature istituzionali fredde e ordinate, quasi a ricordarci la distanza tra chi subisce le conseguenze e chi prende le decisioni. Il montaggio è teso, efficace, e nonostante la durezza di alcune immagini, il film mantiene un buon equilibrio tra denuncia e rispetto.
Il linguaggio è quello del documentario d’inchiesta contemporaneo, ma la costruzione visiva e sonora è cinematografica: ritmo, tensione, emozione. Il risultato è un film che non si limita a informare, ma interroga e smuove, capace di lasciare nello spettatore la voglia di capire, approfondire e — cosa più importante — agire.
Perché Food for Profit non è solo una denuncia, ma un invito a cambiare sguardo.
Ci ricorda che la Terra non ci appartiene: ci è stata affidata. E custodirla significa vivere con gratitudine e responsabilità, anche nei piccoli gesti quotidiani: scegliere con consapevolezza, ridurre gli sprechi, difendere – anche indirettamente – chi non ha voce, sostenendo un’economia più giusta.
Nel suo linguaggio visivo potente, il film di Giulia Innocenzi fa esattamente questo: ridà dignità al reale, mostra le ferite del mondo e, insieme, la possibilità di guarirle.
Perché la vera rivoluzione — ambientale, sociale, spirituale — comincia sempre da un atto di cura verso noi stessi e verso gli altri. In questo caso: un atto di difesa nei confronti del pianeta che abitiamo.