Di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico
La Pixar con i suoi film d’animazione ci ha sempre abituati a messaggi dirompenti, spesso comprensibili pienamente soltanto dagli adulti. Ma non sempre è così.
Con Elemental il regista Peter Sohn, dimostra quanto la casa di produzione voglia far divertire ed emozionare grandi e piccini in modi fruibili. Ma non per questo affrontando temi meno importanti: in Elemental si parla di amore, di amicizia, di immigrazione e di pregiudizi, di cambiamenti climatici e del rapporto con i propri genitori, ma soprattutto di dialogo e di ascolto: elementi sempre possibili nonostante gli ostacoli, e fondamentali per costruire relazioni sane.
La trovata
Nell’universo di Elemental tutti i personaggi sono personificazioni dei quattro elementi della natura, terra, aria, fuoco e acqua. Questa popolazione eterogenea vive in relativa armonia a Element city. Ci sarà modo di fare tanti incontri con personaggi strambi e divertenti (irascibili nuvole parlanti, uomini fatti di acqua e alberi che camminano), ma sin da subito lo spettatore – grande o piccino che sia – capisce che gli appartenenti alla famiglia degli alberi non amano quelli appartenenti alla “Terra del Fuoco”, così come questi ultimi non apprezzano la vicinanza dei personaggi composti da acqua.
Qui sta la trovata geniale della Pixar: a Element city la diversa composizione fisica dei personaggi è anche metafora di diversa provenienza sociale e culturale, un elemento che spesso minaccia l’equilibrio dell’esistenza proprio a causa dell’assenza di dialogo.
La trama
La protagonista Ember, tenace, acuta e “ardente” giovane donna con molto senso dell’umorismo ma anche una certa irascibilità, è figlia unica di due migranti della “Terra del Fuoco” arrivati a Firetown, l’ultimo distretto in ordine di tempo a essere sorto a Element City. Lì incontra Wade, ispettore idraulico, che s’imbatte in Ember nel momento in cui le tubature dell’attività della sua famiglia esplodono. Ember nutre grande amore per la sua famiglia, è consapevole dei sacrifici fatti dai genitori per crescerla e sta per ereditare il negozio del padre, ma soprattutto è fatta interamente di fuoco. Wade, dal canto suo, è totalmente composto d’acqua ed è divertente, empatico e sdolcinato (le sue emozioni sono difficili da non notare, specie quando – letteralmente – traboccano). Nonostante la loro radicale diversità, impareranno a dialogare, si innamoreranno e dovranno trovare il modo di stare insieme nelle loro incompatibilità.
Non serve nemmeno dirlo: gli effetti speciali sono sempre all’altezza delle aspettative. La Pixar non rinuncia a omaggiare spesso il cinema d’animazione orientale, in particolar modo il fuoco ardente che ricorda quello del Castello errante di Howl di Hayao Miyazaki.
Il diverso che ci svela noi stessi
Ember e Wade, due elementi apparentemente inconciliabili, instaurano un rapporto basato sull’ascolto e sul dialogo. Proprio grazie a questo incontro con una totale alterità arrivano entrambi a fare i conti con le proprie vite. Tra tanti pianti e arrabbiature focose è grazie a Wade che Ember comprenderà di non essere mai stata in grado di dialogare autenticamente con sé stessa per capire che cosa vuole davvero nella vita, né di dialogare apertamente con suo padre per mettere in discussione le sue aspettative. La capacità di dialogare si estenderà pian piano poi anche alle persone che li circondano, scardinando pregiudizi radicati da entrambe le parti.
In questa società veloce, in cui siamo continuamente over-stimolati, abbiamo sempre meno occasione di ascoltare noi stessi e gli altri; gli algoritmi ci imprigionano in bolle nelle quali quello che crediamo trova perennemente conferma in quello che credono persone con le nostre stesse convinzioni. Fatichiamo a compiere azioni che realmente appartengono alla nostra volontà perché la nostra identità si mischia in quella uniformata della massa. Solo un reale incontro con l’altro può aprire le porte al dialogo reciproco, permettendoci di arrivare a una conoscenza reale di noi stessi e delle nostre capacità.