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La crisi dei significati: un’emergenza educativa

Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

I temi dell’educazione, del dialogo e dell’ascolto possono essere affrontati in modi diversi a seconda dei contesti, degli spazi e delle epoche storiche. Oggi tutti e tre i concetti sono particolarmente sotto esame, poiché i cambiamenti nelle relazioni stanno generando una progressiva perdita di punti di riferimento e una crisi dei significati condivisi.

Cosa intendiamo per educazione in un contesto in cui le relazioni primarie si stanno liquefacendo e i sistemi di valori condivisi, non solo religiosi ma anche civili ed etici, sembrano sgretolarsi? Educare significa addestrare attraverso la tecnologia? O significa proporre obiettivi orientati al successo piuttosto che al raggiungimento della pienezza di senso?

Quale valore attribuiamo all’ascolto, se gli adolescenti, sopraffatti dall’ansia, finiscono per somatizzare il loro disagio senza riuscire a esprimersi? Come possiamo costruire un dialogo autentico se manca un patrimonio comune di emozioni ed esperienze affettive?

Se nelle relazioni predomina la gerarchizzazione delle differenze e la competizione a tutti i costi, quale spazio resta per la gestione dei conflitti, per l’attesa e per la pazienza, elementi essenziali del dialogo e del confronto?

Un piccolo aneddoto di scuola vissuta aiuta a comprendere meglio questa crisi. Quarto ginnasio, qualche anno fa, prime fradette di greco costituite dagli elementi essenziali. Il testo da tradurre era questo: la saggezza (sofia) è causa di felicità (eudaimonia). L’alunna imposta correttamente l’analisi logica, non ha difficoltà di risalire al lemma sul vocabolario e lo trova perché è svelta e attenta. Ma, al momento della verifica in classe, la frasetta da lei tradotta suona così: l’abilità è causa di successo.

Raramente ho percepito in modo tanto chiaro ed illuminante la crisi dei significati come nel fraintendimento etico e non linguistico di questa frase. La saggezza, per lei, non aveva alcun significato, perciò ha scelto i termini dell’abilità tecnica e del successo, concetti più concreti, pragmatici. Una sostituzione che riflette il modo in cui i giovani percepiscono il mondo.

Un dialogo senza attori

La fragilità del patto educativo tra scuola e famiglia ha un impatto significativo sulla crescita degli adolescenti, che avvertono questo vuoto con profonda inquietudine.

Senza la guida di adulti autorevoli e credibili, i ragazzi faticano a confrontarsi con limiti e regole, elementi fondamentali per affrontare le difficoltà e i passaggi della crescita. Nonostante si parli molto di patriarcato, il fenomeno più evidente della nostra epoca è la rarefazione della figura paterna e l’affermazione di un materno iperprotettivo e dominante.

Molti fattori rendono difficile il dialogo educativo: la perdita di autorevolezza dei genitori e della scuola, la pervasività dei social media, l’assenza di luoghi di aggregazione come oratori, centri sportivi e associazioni culturali. Inoltre, molti adulti ancora intrappolati in una sorta di adolescenza prolungata hanno troppe lacune per riuscire a farsi carico delle richieste di senso dei figli e non riescono a offrire loro un sostegno solido. Il risultato è che, intuendo il pericolo rappresentato dal crollo dei genitori, i ragazzi, pur di non deluderli, si impongono di essere all’altezza di richieste prestazionali, soprattutto a scuola, spesso totalmente sproporzionate, accumulando ansie e insicurezze.

Privati di punti di riferimento adulti, soli con il loro fardello di legittimi dubbi, gli adolescenti cercano conferme nel gruppo dei pari, a volte incorrendo in pericoli come il cyberbullismo, l’adescamento online e dipendenze di vario tipo. Tuttavia, il loro disagio rimane spesso inesprimibile: come si può praticare l’arte dell’ascolto, se manca la parola per esprimere le proprie emozioni?

Rigenerare la comunità educante

L’importanza di un’alfabetizzazione emotiva è oggi più evidente che mai. Il libro La voce delle mie emozioni dell’Aied Roma (2021) cerca di rispondere a questa necessità, aiutando gli adolescenti a riconoscere e nominare i propri stati d’animo. Il testo con pazienza riparte dalla definizione di emozione per poi passare a dare un nome ad impulsi, pulsioni, slanci che l’adolescente sembra non riuscire a riconoscere. Insegnare loro a identificare e gestire emozioni come rabbia, tristezza, ansia e paura è un primo passo per contrastare il rischio di una patologizzazione del sentire.

Sono considerazioni spiazzanti che richiedono il ricorso a strumenti di studio e di formazione continua: le risposte educative devono essere modulate sulle domande attuali.

Affrontare questa emergenza educativa richiede strumenti adeguati e un impegno collettivo. Educatori e genitori non possono affrontare questa sfida da soli: servono alleanze tra scuola, famiglia e società civile per ricostruire il tessuto educativo e sociale.

Come sottolinea Gustavo Pietropolli Charmet, il processo educativo è un accompagnamento, un “regalare valore”, quel valore inestimabile che permette ai giovani di acquisire fiducia nella propria mente, nella propria creatività e nella propria capacità di pensare e amare. I giovani sono il nostro futuro: non possiamo permetterci di perderli.

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