Homepage » Blog » L’albero che guarisce le nazioni: la custodia del creato nella Bibbia e nell’ebraismo

L’albero che guarisce le nazioni: la custodia del creato nella Bibbia e nell’ebraismo

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

L’importantissimo appuntamento della COP 30 in Brasile vedrà purtroppo protagoniste ancora una volta la politica e l’arte dell’accordo economico, rischiando di perdere l’ennesima occasione per una lucida riflessione sulle azioni da compiere in tutela del pianeta. Guardando alla Scrittura, il tema ambientale non viene trattato come lo tratteremmo noi: l’uomo non viene incoraggiato a tutelare il creato ma semplicemente a contemplarlo. E penso che sia proprio questa apparente assenza il più grande insegnamento possibile: era così scontato custodire la terra che parlarne era superfluo.

La natura nelle parabole: semi, alberi e Regno di Dio

Un legame forte, strutturale con la terra lo si evince da molte pagine evangeliche: nelle parabole troviamo spesso rimandi al mondo vegetale (cfr. Mt 13) che alle nostre orecchie possono suonare strani e lontani, mentre di certo non lo erano alle orecchie del giudeo o del greco del primo secolo. Pensiamo alla celebre parabola del granello di senapa:

Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami. (Mt 13, 31-32)

Chi di noi sa com’è fatto il seme dell’albero di senape? Penso pochi! E infatti cadiamo nel tranello di pensare che sia, come scrive Matteo, il più piccolo dei semi. In realtà non è così. È un semino come ce ne sono tanti altri, scrive C. Boureux nel già citato in altri articoli Le piante della Bibbia e la loro simbologia.

È il contrasto fra la dimensione del seme e quella della pianta dopo pochi giorni a dare alla parabola tutto il suo significato: infatti, in circa quaranta giorni la pianta raggiunge la sua maturazione. Il regno di Dio, quindi, non è tanto paragonato alla differenza tra la dimensione del granello e quella finale della pianta, ma al suo ritmo di crescita estremamente veloce. Gesù ci vuole dire che se anche noi, piccoli quanto un seme, accogliamo il regno di Dio, abbiamo la possibilità di diventare grandi e rigogliosi in pochissimo tempo, tanto da diventare rifugio per altri. Il ‘miracolo’ della crescita fulminea lo opera la Parola di Dio che accogliamo in noi.

Il regno è dunque un luogo escatologico che ciascuno di noi è chiamato ad abitare, riflettendo l’amore di Dio per tutte le sue creature, piante comprese.

Uno sguardo avanti: la Gerusalemme celeste

Ma quando parliamo di ambiente lo sguardo si volge giustamente al futuro. A quello che succederà se agiremo o meno in risposta alla crisi ambientale. Eccoci dunque al nostro brano: la descrizione della Gerusalemme celeste secondo Giovanni nel libro dell’Apocalisse

Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: “Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello”. L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. […] Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni. (Ap 21, 9-13 e 22, 1-2)

La città è una gemma preziosa, oro e perle in ogni angolo. Chiaramente già in passato, e forse anche più di oggi, l’oro e le pietre preziose rimandavano a un mondo sfarzoso e inestimabile, al di fuori della portata dell’uomo comune. La città dei tempi escatologici è il massimo della ricchezza, del lusso e della regalità perché rispecchia il tempo del Re-Messia da tutti atteso. La simbologia del numero dodici è chiara e spiegata dallo stesso Giovanni, mentre quella delle pietre preziose potrebbe rifarsi alla descrizione degli abiti sacri per Aronne in Esodo/Shemot 28.

Ma, al di là di questa parte, quella che mi ha davvero lasciata senza fiato è il secondo versetto del capitolo 22:

In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

Questa frase apre a un orizzonte di speranza senza confini. Un albero di vita che riprende i due alberi speciali che troviamo in Genesi 2: il paradiso è ristabilito, si può cominciare daccapo ma con una consapevolezza e una responsabilità nuove, come avviene ogni volta che otteniamo il perdono di Dio, dei fratelli e delle sorelle. Un albero che è anch’esso legato al numero dodici, ovvero alle tribù di Israele, perché il popolo eletto è e resterà sempre il popolo eletto: non vi è stata nessuna sostituzione. Però, come già in molte immagini profetiche (cfr. Is 60, Mi 4), il tempo escatologico, la salvezza, la possibilità di tornare a Dio e Dio stesso, sono per tutte le genti, tutte le nazioni. Questa tensione tra particolarismo e universalismo attraversa tutta la Bibbia, la parte antica come quella nuova.

Che meraviglia pensare a un albero che non smetterà mai di dare frutto, un albero che è davvero democratico perché sarà guarigione per tutti. In greco il termine che troviamo è “ξύλου” che si può tradurre anche come “legno”: il paradiso perduto in Genesi ma ristabilito qui nella Gerusalemme del futuro, parla di un legno che è ancora vivo e le cui foglie guariscono le nazioni. Quando leggiamo “legno” tutti pensiamo al legno al quale fu appeso Gesù: quel luogo prezioso visto da Giovanni è allora già qui, perché da quel legno già maturano frutti senza che questa abbondanza abbia mai fine, già le foglie possono guarire tutte le genti. E quelle foglie siamo tutti noi che, cristiani o meno, possiamo agire per aiutare il prossimo a rifiorire. Siamo noi che possiamo diventare un imponente albero di senapa.

TuBishvat: il capodanno degli alberi nella tradizione ebraica

Ma ora guardiamo al primo testamento: questo rimanda spesso agli elementi della natura che divengono continui doni per il popolo di Israele. Tutto è dono: dalla celebre promessa della terra dalla quale sgorgano latte e miele (cfr. Es 3, Dt 11) alla rugiada che, come un manto, si poggia sulla terra rendendola fertile (cfr. 1Re 17,1) fino a continue similitudini tra gli elementi naturali e agricoli e l’azione o la parola di Dio stesso (cfr Is 55). E la loro assenza attesta una mancanza da parte del popolo, quindi diviene una punizione da espiare (cfr. 1Re 8, 35). Ma la natura viene anche usata per scandire il tempo e le feste, e quelle ebraiche hanno mantenuto questo legame non solo ricordandolo ma celebrandolo.

Ho chiesto a Davide Assael, ebreo milanese, filosofo, presidente dell’associazione Lech Lechà, di raccontarmi qualcosa su questo rapporto tra ambiente ed ebraismo, in special modo sulla festa di TuBishvat, il capodanno degli alberi.

A mia conoscenza solo la tradizione ebraica, con la festa ebraica di TuBishvat con cui si inaugura in Israele la primavera, prevede un capodanno degli alberi. Non è solo un momento di celebrazione per la ripresa della vita dopo la stagione invernale, ma un rinnovamento del patto che lega esseri umani e alberi, dopo essere stato infranto con la deriva del frutto proibito da parte di Adamo ed Eva. Un modo per ristabilire un armonico rapporto con la natura dopo la condanna subita dalla terra in Genesi 3, 17-19:

E all’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la parola di tua moglie e hai mangiato dall’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare, il suolo sarà maledetto per causa tua; usufruirai di esso con dolore per tutto il tempo della tua vita».

Se a questo si aggiunge che un intero ordine della Mishnah, la Torah orale ricevuta da Mosè sul Monte Sinai insieme a quella scritta, è dedicato agli zera’im (sementi), si comprende la centralità del tema naturale nella cultura biblica. Una teoria che si traduce in pratica attraverso numerosi trattati talmudici: dalla Peah (l’angolo del campo lasciato per i poveri) al Kilaim, dedicato alla mescolanza di cose diverse. Il Trattato Kilaim implica il divieto di mescolare le sementi, gli animali e le materie eterogenee, tema talmente sensibile da essere indicato come causa del diluvio universale (in ebraico mabul, dal verbo lebalbel, mischiare). Un mischiamento negativo, quello in cui le parti perdono le rispettive identità, dileguandosi nel caos dell’indistinto primordiale. Altri trattati come Sheviit (anno sabbatico), Maassroth (Decime) e Bikurim (Primizie) continuano a scandire il rapporto sacro con la terra. Tanti altri esempi potrebbero essere citati per codificare il rapporto uomo-natura nella Bibbia; si pensi solo al divieto scritto in Deuteronomio 20 di recidere gli alberi da frutto in caso di guerra.

Sono tutti passi della letteratura biblica o talmudica che hanno indotto molti a costruire un parallelo fra quanto impone la Torah e la mentalità ecologica dei nostri giorni. Ci paiono attualizzazioni molto riduttive se non addirittura improprie. Non è superfluo ricordare che l’Ordine mishnaico Zera’im si apre col Trattato di Berakòt (Benedizioni). Qual è la relazione? La berakà svolge una funzione specifica nel contesto ebraico: sancisce il riconoscimento di una Trascendenza da cui tutto ha origine, sottraendo alle creature il possesso di ciò che si trovano ad amministrare.

Come già sottolineava Rashi di Troyes, commentatore principe della Torah vissuto fra XI e XII secolo, a proposito del primo verso della Torah, nessuno è padrone della terra che si trova ad abitare perché nessuno ne è all’origine. La raccolta dei frutti, la loro distribuzione, le tecniche agricole imprudentemente assimilate al maggese poggiano su questo stesso principio e si fondano su una grammatica del potere alternativa alla logica faraonica, dove la volontà del sovrano è il principio d’ordine attorno a cui si organizza un sistema sociale.

Non si scordi che per l’Egitto il Nilo, da cui prendeva vita tutto il Paese, coincideva con lo sperma del faraone e che ogni volta che moriva un sovrano si iniziava un nuovo calendario, a sancire la coincidenza della scansione temporale con la sua vita. Significa che l’ebraismo sia insensibile al valore dell’ambiente? Esattamente il contrario. Così come il trattamento dell’animale, il rispetto per l’ambiente è, in ambito biblico, un principio talmente evidente da non dover nemmeno essere scritto. Chiunque capisce che danneggiando la natura, si danneggia il posto stesso dove l’essere umano abita.

Ma, contro ogni visione bucolica che invoca il ritorno a una natura incontaminata, la tradizione biblica inaugura un percorso progressivo capace di rimediare alle storture dell’origine attraverso interventi tecnici, sociali e politici. È un plastico esempio del modo ebraico di concepire il rapporto con l’origine. Lo possiamo vedere sintetizzato nella parola lehitkadem, che significa «progredire». Il termine comprende la parola kedem, oriente, dove era posizionato il giardino dell’Eden. Da sempre l’oriente è il simbolo dell’origine perché luogo dove sorge il sole.

Progredire è allora tornare all’origine. Si tratta di tornare indietro, ma dopo aver acquisito la consapevolezza di come rimediare alle asimmetrie di partenza. Un’origine che sta davanti e un punto di arrivo che sta dietro le spalle. Un percorso paradossale che rompe l’eterno ritorno dell’uguale tipicamente circolare delle civiltà orientali da cui l’ebraismo si distaccò e apre alla visione progressiva che anche il cristianesimo farà propria. Credo sia importante sottolineare questa continuità mentre si celebra il sessantesimo anniversario della Nostra Aetate.

Tanti anniversari, un solo cammino: Nostra Aetate e il Cantico delle Creature

Nel 2025 ricorrono i sessant’anni dalla promulgazione di Nostra Aetate, la dichiarazione della Chiesa Cattolica stilata durante il Concilio Vaticano II che ha inaugurato uno stile dialogico di confronto da perseguire sempre, anche nei momenti più difficili come quello odierno. Vale la pena riportare una bella immagine che si rifà proprio al mondo vegetale usata dai padri conciliari nella sezione del documento dedicata alla religione ebraica:

Essa [la chiesa cattolica] confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili.

Altro anniversario che ricorre quest’anno è l’ottocentesimo dalla redazione del Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi, che non si può non citare quando parliamo di rispetto per la natura:

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Il mio augurio è che i potenti della terra riuniti in Brasile alla COP 30 per analizzare i problemi e discutere circa soluzioni e proposte, possano essere permeabili a ogni tradizione religiosa e non, perché gli uomini del passato hanno sempre avuto chiaro il legame imprescindibile e vitale con l’ambiente che ci circonda.

Chi si occupa di ambiente lo sa: tutti dobbiamo camminare nella stessa direzione per riuscire a salvarci. Nulla di più semplice, nulla di più difficile.

Articoli correlati

Testimoni non eroi: il Vangelo di Matteo e il martirio dei 120 cristiani cinesi

Siamo tutti rifugiati nel grembo divino

Giuditta e Maria. Figure periferiche cambiano la storia

800 anni di luce. San Francesco ci insegna a vivere la Pasqua ogni giorno