Homepage » Blog » Gli alberi della Bibbia

Gli alberi della Bibbia

Qualche anno fa comprai un libro dal titolo Le piante nella Bibbia e la loro simbologia di Christophe Boureux, domenicano francese che, oltre all’insegnamento della teologia, si occupa di gestione paesaggistica e forestale. Nel libro si trova un elenco di piante citate in entrambi i Testamenti, con una breve lettura simbolica sul loro significato, supportata da dati scientifici e naturalistici. Non pensavo che quello strano acquisto un giorno mi sarebbe tornato utile!

Tre le piante che mi hanno particolarmente colpita: l’albero della conoscenza del bene e del male, il sicomoro di Gerico e il fico.

L’albero della conoscenza del bene e del male

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti. (…) Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.

Gen 2,16-17; 3,6

Siamo al capitolo 2 del libro della Genesi/Bereshit che si configura come un’eziologia metastorica, ovvero un racconto che narra i primi atti creativi di Dio, che sono aldilà della storia e ipotizza le cause del male che affligge l’uomo di ogni tempo. Oltre ad alcuni riferimenti al mondo reale, la narrazione si sviluppa nel giardino dell’Eden, quel momento unico e irripetibile in cui i redattori di Genesi/Bereshit hanno immaginato vigesse una relazione perfetta ed equilibrata tra Dio e le sue creature, come Dio stesso l’aveva pensata. Tra questi elementi simbolici c’è l’albero della conoscenza del bene e del male, l’unico del quale Dio vieta all’essere umano di cibarsi. Qui non si parla di uomo e donna in quanto tali, ma di essere umano in generale: in ebraico, infatti, adam si rifà ad adamà, terra e non ish e ishà ossia uomo e donna.

Quindi all’essere umano è dato tutto il giardino di Eden da coltivare e custodire ad eccezione dei frutti di un albero. Dio, peraltro, non si limita a vietare, ma offre anche una spiegazione chiara e precisa benché spietata: “quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”. Cosa succede quando l’uomo e la donna – al capitolo 3 si può già parlare dei due personaggi distinti- ne mangiano il frutto?

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Gen 3,7

I due non muoiono.
Ci avrebbe confortato di più una divinità che avesse stroncato sul colpo gli umani per ricominciare daccapo, con nuove creature e nuove relazioni?

Forse, ma non è andata così. Il Dio della Bibbia mostra la sua infinita potenza frenando la sua onnipotenza, fa il suo esordio autolimitandosi e dando il primo insegnamento a quella creatura che dovrebbe diventare somigliante a Lui: solo imponendo un freno al nostro potere sul mondo, saremo davvero simili a Dio.

Possiamo imparare anche una seconda lezione dalla reazione di Dio di fronte alla disobbedienza di Adamo ed Eva. Al versetto 8 c’è la meravigliosa immagine di Dio che sta passeggiando alla leggera brezza del giorno e dei due che corrono a nascondersi per la vergogna. Anche qui, Dio avrebbe potuto inseguirli e prendere per le orecchie quei due sciocchi e ingrati, che non hanno saputo rispettare l’unica cosa che gli era stata chiesta. Invece Dio cammina e vuole farsi incontrare, per dare loro la possibilità di una spiegazione. Nonostante sappia benissimo quello che facciamo nel momento in cui lo facciamo e per perdonarci non abbia bisogno delle nostre parole, ci rispetta come creature fatte a sua immagine e somiglianza e dotate di libero arbitrio. Vuole quindi donarci la possibilità di affermare ad alta voce l’errore commesso per beneficiare del potere curativo di questo atto. Infatti, la morte di cui parlava Dio è proprio quella che prova la creatura davanti al suo peccato, come se non ci fosse bisogno di una reale penitenza, perché già nel peccato è contenuta la pena stessa (e tendenzialmente, ciascuno di noi lo sa molto bene).

Quando ambiamo ad “essere Dio” pensando di conoscere il bene e il male, sbagliare non è una possibilità così remota. Se ci accorgiamo di compiere un peccato grave – uso questo termine secondo l’accezione più comune e non nei termini del diritto canonico – tradiamo la nostra natura umana, che è quella di essere a sua immagine e somiglianza. Ed essere simili a Lui vuol dire essere sempre in relazione con gli altri, usare il dono della parola, imporci dei limiti anche quando abbiamo un qualche potere, perdonare, cambiare idea, promuovere la giustizia, ascoltare anche chi ci offende e rispettare ogni creatura, anche quella che ci sembra la meno degna.

Il sicomoro di Gerico

Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Lc 19,1-10

 

Zaccheo sul sicomoro è una delle mie figure preferite. Ricordo che mi colpì fin da bambina, quando ascoltavo questo racconto nella messa domenicale. Lo ricollego alla primavera, a quelle giornate in cui il sole inizia a scaldare e l’aria è leggera e profumata. Me lo immagino con questa atmosfera l’ingresso di Gesù a Gerico. O forse perché se dovessi incontrare Gesù, farei come Zaccheo: in mezzo alla folla cercherei di allungare il collo per vedere quell’uomo di cui tutti parlano e se non ci riuscissi, troverei il coraggio di arrampicarmi su un albero.

Di sicomori dalle nostre parti non ce ne sono molti. Quello che noi chiamiamo sicomoro europeo in realtà fa parte della famiglia degli aceri. Il sicomoro citato nella Bibbia fa parte della famiglia dei ficus, difatti il suo nome scientifico è Ficus sycomorus. Ed è nel suo legame con i ficus che Christophe Boureux individua alcune caratteristiche che ritroviamo in tre episodi della Bibbia nei quali questo albero viene citato: la chiamata del profeta Amos (Am 7,14-15), un discorso di Gesù con gli apostoli (Lc 17,6) e, appunto, la chiamata di Zaccheo (Lc 19,1-10). Si tratta di un albero “complessato” perché, rispetto al ficus carica – il classico fico che ci regala ogni autunno i suoi succosi frutti verde-violacei – è più tozzo, con frutti piccoli e molto meno saporiti, che non hanno mercato.

Zaccheo e il sicomoro tendono ad assomigliarsi. Una facile interpretazione sarebbe quella della statura, il sicomoro è più tozzo rispetto al fico, così Zaccheo è di bassa statura, ma un’altra interpretazione vede il sicomoro “in difetto” rispetto alla sua capacità di produrre frutti buoni e gustosi, così come Zaccheo vorrebbe essere un giusto, ma in realtà fa un lavoro ambiguo a capo del gruppo che riscuoteva le tasse per l’impero. Zaccheo cerca di giustificarsi, spiegando che con la sua ricchezza fa anche del bene: se capita, suo malgrado, di frodare qualcuno, restituisce addirittura quadruplicando la somma. Gesù non si sofferma sulle sue mancanze, non gli fa i complimenti per la generosità, sembra addirittura non ascoltare la sua discolpa, quello che gli interessa dire è che né Zaccheo né il sicomoro nonostante appaiano “da meno” sono perduti, in virtù della sua venuta.

Il fico

La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E gli disse: “Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti”. E i discepoli l’udirono. Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: “Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!”. L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. Quando venne la sera uscirono dalla città.

La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: “Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato”. Gesù allora disse loro: “Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati”.

Mc 11,12-25

In questo episodio del vangelo di Marco, viene menzionato un fico. Questa volta si tratta proprio del ficus carica e non di un cugino minore come il sicomoro. Come sottolineato da Boureux, il ficus carica è immagine della generosità e della carità, poiché proprio con un impiastro di fichi il profeta Isaia guarì re Ezechia (Isaia capitolo 38). Inoltre, si tratta di una pianta molto resistente che si adatta anche a terreni sassosi, richiede una modesta quantità di acqua, ma riesce a produrre ottime quantità di frutti in primavera e in autunno. Forse è per questo motivo che Gesù sceglie proprio di maledire il fico: disseccare una pianta generosa è molto più d’impatto rispetto a farlo con una già modesta.

Questo episodio ci appare “separato” in due parti: una prima parte va dal versetto 12 al 14 e poi riprende al versetto 20.

Un blocco narrativo viene interrotto da un altro episodio che viene illuminato dalla sua cornice e che, a sua volta, a questa dona significato. In questo caso, abbiamo l’immagine di una pianta rinomata per la sua produttività che invece viene trovata priva di frutti e viene maledetta da Gesù. In mezzo a questa narrazione troviamo l’episodio del rovesciamento dei tavoli nel tempio ad indicarci che la pianta, potenzialmente piena di vita e frutti che donano sostentamento per lunghi mesi all’anno, ora solamente con molte foglie, altro non è che il tempio di Gerusalemme. Il tempio, “casa di preghiera per tutte le genti”, era ormai diventato un “covo di ladri”, un posto dove le regole del mercato imperavano con l’obiettivo del guadagno, a discapito della tranquillità e del raccoglimento necessari alla preghiera autentica. Ecco perché Gesù riprende la questione della preghiera negli ultimi versetti del brano, quando Pietro gli fa notare che quel fico era ormai spacciato per sempre. In quel frangente Gesù mette in guardia il lettore sul luogo più adatto alla preghiera rivolta al Padre: il cuore.

La redazione del racconto di Marco viene datata tra il 60 e il 70 d.C, ma è ancora difficile stabilire se sia avvenuta appena prima o appena dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme. Se fosse avvenuta dopo, potrebbe trattarsi di un tentativo di spiegazione di quell’episodio così sconvolgente per la comunità giudaica del tempo, una sorta di giustificazione per la distruzione, ma anche di esortamento alla speranza, perché quello non era più il vero luogo della preghiera. Come sottolinea E. Cuvillier in Evangelo secondo Marco, non si sta passando da un culto all’altro, ma da un tempo ad un altro. È finito – o sta finendo – il tempo della preghiera in un luogo fatto da mani d’uomo e si è entrati nel tempo della preghiera fatta in una persona, per mezzo di una persona che è viva in mezzo ai suoi: Gesù di Nazaret, Figlio di Dio.

Ecco che allora ci ritroviamo anche quest’anno ad attendere quella persona, a vivere, pur nella nostra frenesia e nel nostro modo spesso superficiale, questo prezioso tempo di Avvento che ci dona una nuova occasione per restare vigili con lo sguardo pronto, le orecchie tese, le mani aperte, i piedi solerti e un lev shoméa (un cuore ascoltante, come chiese Salomone a Dio in 1Re 3,9) pronto a cogliere ogni piccolo refolo di vento che ci sospinge verso quella casa di preghiera per tutti i popoli che è pace, incontro, accoglienza, inclusione, condivisione e speranza. Buon Santo Natale!

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

Articoli correlati

Testimoni non eroi: il Vangelo di Matteo e il martirio dei 120 cristiani cinesi

Siamo tutti rifugiati nel grembo divino

Giuditta e Maria. Figure periferiche cambiano la storia

800 anni di luce. San Francesco ci insegna a vivere la Pasqua ogni giorno